Senza titolo

No, oggi no.

Non ce la faccio a scendere a patti con questo cielo.

E, anche se so che quel livido infinito che pigia sui tetti non è a mio dispetto, non riesco a non prenderlo come qualcosa di personale.

Perchè oggi somma il suo peso consistente a quello della caldaia che funziona a tratti, a quello dell’assicuratore che cerca di fottermi con un sorriso, ai dolori incessanti, perpetui, di mia madre, alla vecchiaia stanca di mio padre.

Ed io non ce la faccio. Sono qui schiacciata, a cercare di sollevare appena un po’ il petto, giusto per respirare. Che il resto di me è immobilizzato dai quotidiani, piccoli, grandi mostri del caso e della colpa.

E mi resta sempre irrisolto l’enigma dell’inadeguatezza.

La mia o quella altrui?

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Stroud, Oklahoma (nei pressi di)

Tu, ispanico, che insolentemente fissi la mia figura nell’ombra, che vuoi?

Non e’ che siccome sono uscita nella notte, fuori della mia stanza, a fumare questo vento caldo, non e’ che tu puoi scambiare la mia solitudine vestita di un pezzo di cotone colorato comprato alla bancarella sotto casa per un invito a varcare questa porta.

Anzi, sai che ti dico, adesso mi sposto lungo questo lato del motel, arrivo fino all’angolo, li’ dove c’e’ la macchina delle bibite e mi prendo qualcosa di fresco da bere. E non importa se il vestito leggero mi svolazza addosso scoprendomi le gambe. Che questo vento insolente come il tuo sguardo fisso e’ piu’ dolce, ci scommetto, delle tue mani che ogni tanto ti poggi su quel petto nudo.

E siccome non ti bastano i tuoi occhi impudenti e seri a guardare, non appena mi avvicino all’angolo del motel ed alla tua stanza, dai una voce a quel paio di amici che sono dentro, seminudi come te, per invitarli a guardare anche loro il medesimo spettacolo, bevendo birra e fumando, e vi appoggiate chi allo stipite della porta, chi alla macchina parcheggiata di fronte, a fissare nel medesimo modo. Serio, senza sorrisi amichevoli. Che da queste parti, quando c’è desiderio di due chiacchiere, si fa un sorriso e basta un: “Hi!” e tutto va avanti da sè.

Parlottate ma non vi sento e torno alla mia porta.

Mi sento addosso quegli occhi bui e mi domando cosa fare. Vi siete chiesti da dove provenga? Sono americana o ispanica come voi? Forse una mezza nativa, che con i miei occhi neri tagliati strani, la pelle brunita dal sole ed i capelli lunghi e corvini, fanno tutti fatica  a capire qual è la mia razza. Persino io. No, non penso ve lo siate domandato e, semmai, mai avrete pensato che io sia una straniera. Che i turisti non vengono in motel come questo. Questo che non e’ di catena, e’ piccolo, senza niente, con una vecchia orientale alla reception, che non chiede nemmeno i documenti, basta che paghi, in contanti, e il puzzo di una cucina da ristorante cinese di scarsa qualità.

E invece, guarda un po’, sono solo una stronzetta europea che vuole provare a vivere come in uno dei suoi film l’emozione dei motel luridi, con l’aria condizionata che fa un rumore cigolante e getta aria mista a puzza di fumo, la moquette lercia e polverosa, le lenzuola bucate da bruciature di sigaretta, macchiate da va a sapere cosa. Pensa un po’…

Ma tu ispanico non mi piaci manco un po’. E anche se i tuoi amici sono rientrati, tu sei rimasto li’, poggiato alla macchina, a fissare come prima.

Ed io vorrei farti capire che non sono qui a cercar rogna, ma che nemmeno tu ne devi cercare da me.

Ci siamo solo io e te ora, in questo cortiletto quadrato, io e te e due macchine e il vento caldo del sud che ci soffia in mezzo.

Mi appoggio alla mia porta, blu, ridipinta di fresco, l’unica cosa nuova qui. Quasi a proteggerla, quasi a dire: “Questo è il mio territorio e tu non lo devi attraversare”. E’ la frontier culture, te ne parlerei pure volentieri, peccato che non te ne fregherebbe assolutamente nulla.

Allora penso che devo parlarti con la stessa lingua degli occhi. E comincio a passare in rassegna le facce giuste. The Bride di Tarantino? Thelma & Louise? Cazzo mi viene in mente Hotel California versione Gipsy King, è The Big Lebowski, Jesus, colpa dell’ispanicità imperante. No, no, non va bene, che così mi vien da ridere. Qua ci vuole una roba seria, una cosa coatta vera.

Eccolo! E’ roba da Leone. Corri, guarda tutte le immagini, tutti gli sguardi. Trovato! Mi faccio Lee Van Cleef! Mi taglio gli occhi ancora di più, serro la mandibola, mi incavo il volto e persino il naso me lo sento più aquilino.

Ora mi accendo una sigaretta e rimango immobile. Guardami, te sto a imbruttì, si dice dalle mie parti.

Siamo come due randagi che nemmeno respirano fissandosi, ognuno fermo in un centimetro quadro di spazio. Chi dei due per primo si muoverà?

Un istante, per quanto minimo, può essere lunghissimo e durare tanto quanto la mente è in grado di dilatarlo nello spazio di un frammento.

L’istante è passato, finito. Non so quanto sia durato davvero. Getti la tua sigaretta, sposti il culo da quella macchina e rientri nella tua stanza, chiudendo la porta.

Sono qui da sola. Ho ancora la mandibola serrata, fa quasi male.

Rientro e chiudo la porta.

Che faccio metto una sedia incastrata sotto la maniglia?

Sorrido. No. No.

Questo è il mio film. E’ proprio il film che volevo guardare. E’ il film in cui volevo vivere. E’ il mio. Ed è così che lo voglio. E tu, ispanico, ne sei stato coprotagonista.

Sorrido. E’ la frontier culture che mi abita dentro. Con tutte le sue contraddizioni. Ed io la amo. E anche tu, ispanico, che mi stai sul cazzo perchè io non ammetto che mi si fissi in quel modo, anche tu, mi abiti dentro e fai parte di quell’amore.

Sono pronta alle lenzuola macchiate e strappate. Mi infilo nel letto, mentre la ventola sgangherata del condizionatore fa un rumore da officina.

E non importa se domani svegliandomi avrò qualche puntura di cimice.

Perchè questo è il mio film. E io lo volevo proprio così.

 

 

Bagdad Cafè

A desert road from Vegas to nowhere

Some place better than where you’re been

A coffee machine that needs some fixing

In a little cafe just around the bend.

Il Bagdad Cafè.  Due volte ci sono stata. Due volte ci siamo incontrati durante il mio girovagare per qualche anno nel Southwest.

Il Bagdad Cafè è proprio così. Come nel film. Come nella canzone.

Certo, non è in un’ immaginaria Bagdad, ma nella reale Newberry Springs, sulla Strada. La Route 66.

Anzi il Bagdad Cafè non è a Newberry Springs. E’ che Newberry Springs è il Bagdad Cafè.

Perchè lì, in quell’angolo sperduto di mondo, nel mezzo del deserto, c’è solo quello. Quello e nient’altro.

La prima volta, nel caldo torrido, essiccato dal sole sorridente e implacabile di quelle terre, era in atto un’invasione di torpedoni giapponesi e, dopo una rapida sbirciata, sono scappata via terrorizzata dal fragore dei miei sogni che si infrangevano contro un’immagine distorta da una realtà troppo profumata.

Ma la seconda volta, cazzo, la seconda volta che mi sono gettata tra le braccia di quella terra sabbiosa e arida che lo circonda, il Bagdad Cafè era lì ad aspettarmi, solitario e silenzioso. Come un vecchio cowboy appoggiato ad uno stipite, lui era lì, a farmi appena un cenno con la tesa del cappello e a dirmi: “Se ti va entra, altrimenti a me va bene lo stesso”.

Si soffocava tutto intorno e la luce fendeva le pupille in quel modo in cui là, là nel Southwest, capisci che non lo fa per ferirti, ma per consentirti di percepire ogni cosa in modo assoluto, con ogni senso.

Ho fatto un giro intorno. E la roulotte era lì, era ancora lì dal set. Metallo rovente, ormai scarcassato, invecchiato. Ma era lì.

Sono entrata.

Era tutto uguale. Tutto uguale a come doveva essere e a come è.

Non c’era nessun cliente.

Le finestre erano protette da tende  scalcagnate e il buio dentro illuminato da un po’ di elettricità.

L’aria appiccicosa puzzava di sporco e di vecchio. Dietro il bacone la proprietaria. Quella vera, quella che era “la proprietaria” già al tempo del film.  Ossuta e rugosa, con i capelli buttati lì, grigiastri, disordinati e sporchi.

Mi ha sorriso, felice di vedere qualcuno.

Ad un tavolo una vecchia, ancora più grigia e disordinata, accudiva un bambino  su un passeggino. Un bambino vestito come loro, roba da due soldi, e il bavaglino sporco. Piangeva ogni tanto. Ma nessuno sembrava curarsene.

La proprietaria e la vecchia parlottavano e sorridevano.

Il locale era strapieno di cose, oggetti, vecchie foto, manifestini del film, roba della Strada, roba loro. Oggetti ovunque.

Sono passata nella sala, contigua a quella dell’entrata, che forma un tutt’uno lungo ed ugualmente pieno di cose. Lì c’era un puzzo più forte e ogni tanto arrivava un sentore di vomito lontano.

Poi in un angolo l’ho visto. Il pianoforte. Quello, proprio quello. Stonato e vecchio. Ed accanto un  juke box altrettanto vecchio.

Mi sono seduta ad uno dei tavoli appiccicosi e ho chiesto una coca.

Sono andata vicino al piano e l’ho sfiorato con le dita. La proprietaria, nel portarmi la coca mi ha vista, ha sorriso e si è avvicinata al juke box, ha pigiato un paio di tasti ed è partita la canzone.

Quella, quella del film.  Ed io non ce l’ho fatta più e ho cominciato a piangere. A piangere così come piango ora, ancora adesso, mentre lo ricordo.

La proprietaria mi si è avvicinata e mi ha abbracciata e mi ha detto: “Dai vieni, fatti una foto insieme a me dietro al bancone, così anche tu vivrai qui per sempre”.

Siamo state lì un po’, tutte e tre, in silenzio. Come in casa. Come se ci conoscessimo da sempre. Come se fosse una cosa ovvia.

 Ho pagato e dopo baci ed abbracci, naturali, vivi, veri, semplici, sono uscita e mi sono seduta all’unico tavolo esterno. Su una verandina di legno, un vecchio tavolo di plastica rossa della coca cola, sporco da milioni di anni. Ho fumato una sigaretta ascoltando il silenzio del vento che da quelle parti fa sempre muovere qualcosa in lontananza.

E poi sono andata via.

Per sempre sono andata via.

E per sempre sono rimasta lì.

Numeri

Sono 32 anni che mia mamma è malata. Mia mamma e mio papà, globalmente considerati, hanno o hanno avuto 2 infarti, 3 malattie autoimmuni, 2 tumori, 1 arto amputato, 3 organi asportati, 3 stent nelle coronarie. Da 15 anni cambio farmaci per sopravvivere. Ho 2 lauree. Parlo 3 lingue. Ho 0 lavori. Ho 1 amico vero. Ho 1 zia. Ho avuto 2 automobili: 1 distrutta da altri, 1 incendiata da altri. Conosco decine e decine di persone che compaiono e scompaiono a seconda della (loro) necessità. Ho 1 conto in banca, in rosso. Fumo 20 sigarette al giorno. Ho 1 cuore solo.

A Roma c’è un detto, che, come molti dei modi di dire nati in questa città, non è esente da una certa durezza e volgarità. Il detto recita testualmente: “Sò tutti froci cor culo dell’artri“. Con buona pace dei signori omosessuali, che, mi auguro, vogliano perdonarmi l’utilizzo di questa poco velata offesa.

A prescindere dalle questioni di finezza, questo è un detto che mi torna molto spesso in mente, nelle situazioni più disparate. Anche quando l’attinenza sembra più lontana con il caso concreto. E questo perchè il detto nella sua estrema malleabilità, risulta essere decisamente realistico.

Se è vero, come è vero, che quando qualcuno ha bisogno di qualcosa si propone e ripropone stendendo la mano in cerca di quell’aiuto che poi, almeno da me, ricevono, è altrettanto vero che nelle poche occasioni della mia vita in cui io ho avuto bisogno di aiuto e ho cercato, laddove avevo già anticipatamente dato, mi sono ritrovata dinanzi porte chiuse da paroline di scuse blandamente articolate. Tanto per non fare proprio la brutta figura insomma.

E se io ho ascoltato ore e ore di conversazioni telefoniche (quando non di persona) in qualsiasi orario diurno o notturno, per l’ennesima delusione amorosa; se ho prestato denaro, pur sapendo che difficilmente l’avrei riavuto indietro; se ho assistito materialmente e moralmente, ospitando qui nella mia casa, amiche con un buco nel petto per chemioterapie, se è vero tutto questo, è ugualmente vero che quando ho richiesto da quelle stesse persone due parole due di conforto, ho ricevuto in cambio (essendo le stesse persone al momento in situazioni favorevoli, lontane da problemi) il nulla. Il silenzio.

Ma allora, tutte quelle parole sulla necessità di reciproco, vicendevole aiuto nel momento del bisogno, avevano un valore a senso unico? Tu dai, io prendo, amen.

Ecco, allora, che mi torna in mente il famoso detto. So tutti froci cor culo dell’artri. Sì. Decisamente.

Ora che sono io ad avere bisogno, dov’è il vostro culo?

Il mostro che ti amava

Si possono cercare e fornire decine di spiegazioni diverse alle motivazioni che spesso spingono una persona a compiere scelte ed atti che ci provocano dolore.

Quante volte sono stata coinvolta, personalmente o, più spesso, di rimando, come interlocutore, nella prospettazione di ipotesi, teorie, psicologiche, sociali, personali, sottilissime, realistiche o campate in aria, relative al perchè una persona che il giorno prima sembrava amare e comprendere e confortare e condividere, in poche ore si possa trasformare nel nemico, nella fonte primaria del dolore, nello sconosciuto che sbatte la porta in faccia o  che, inebetito, non ha risposte o parole da dare.

La verità è che non c’è un perchè. Non uno, non uno specifico, chiaro. Quasi mai.

La verità è che chiunque può diventare lo sconosciuto che alimenta i propri incubi notturni. Anche dopo anni, anche dopo aver condiviso il letto, il sonno e la quotidianità per lungo lungo tempo.

C’è questa cosa che non saprei definire in maniera netta, egoismo probabilmente, superficialità, menefreghismo, vigliaccheria, boh! Questa cosa che rende la persona a te più cara, in un attimo, nel Boogieman notturno. Come se un mostro avesse improvvisamente divorato la persona amata, fagocitandola, facendola scomparire e prendendone le fattezze.

E si vorrebbe prendere a sberle quel viso che in tutto e per tutto è il viso della persona che fino a ieri ti accompagnava, complice e fraterno, nel percorso quotidiano, per risvegliarlo, per urlargli addosso che se nulla è cambiato intorno, perchè c’è quel cambiamento mostruoso in lui?

Ma sarebbe inutile. Perchè quel viso, quella persona, è proprio esattamente quella che c’era anche ieri e il giorno prima. E non è davvero cambiata. Il mostro era già dentro, c’è sempre stato. Solo che non aveva motivo di uscire.

E forse delle avvisaglie c’erano pure state, forse qualche dubbio, qualcosa che non tornava, ma che poi sembra essere confutato da tutto il resto e, quindi, liquidato come una stupida impressione, una sciocchezza, un’illusione. Oppure no. Potrebbe anche non esserci mai stata alcuna manifestazione, nulla di percepibile, nessun dubbio. Succede anche così.

E comunque, in qualsiasi caso, non ci si può fare niente. Proprio più niente. Ci si tormenta, infangati da quella sensazione di impotenza, di incapacità. Ci si assume, a volte, anche delle colpe che non si hanno. Pur di trovare un perchè.

Poi si devono affrontare i ricordi. Tutti quei piccoli, microscopici, elementi, prima del tutto irrilevanti, di una vita condivisa. Un oggetto poggiato in un certo modo, un appunto su un foglietto, un fiore rinsecchito. E tutti questi innocui soggetti-oggetti della nostra esistenza diventano dei carnefici. Una longa manus del mostro, che, anche in sua assenza, anche dopo la dipartita, continuano a tormentarci, infilzando ancora e ancora quel brandellino lacero al centro del petto, sollevando nuovamente la lunga fila dei “perchè” che ci ripropiniamo in cerca di un motivo.

No. Non c’è più nulla da fare. Non c’è un vero perchè da trovare. Non c’è persona che possa davvero confortare. E’ così e basta. Lo si deve accettare impotenti.

Lo si deve accettare e attendere solo che tutto passi. Che il tempo compia il suo lavoro purificatore. Nella speranza di riuscire, un giorno, nuovamente ad amare, a sorridere con qualcuno e a crederci ancora.

Il Mondo

Mi affaccio alla finestra e li vedo.

Splendidi, scintillanti, luccicanti di macchine ad alte prestazioni. Brillano le carrozzerie così come i denti e le camicie, bianche, immacolate. Giovanette su tacchi vertiginosi, seminude, i capelli fluenti sbatacchiati a destra e sinistra.

E ridono tutti.

Li guardo e penso che il mondo è loro. E forse per questo ridono sempre. Loro sono i vincenti, quelli che senza alcuna battaglia si sono conquistati il primo posto.

Un pezzo di me ancora si dice che il mondo è di tutti, che non è prerogativa solo di alcuni. Ma la visione dalla finestra non può essere confutata: il mondo è di chi se ne fotte degli altri, di chi tira dritto per la propria strada di profumi e balocchi, calpestando i cadaveri altrui, usandone i corpi come ponti di passaggio sulle acque melmose delle difficoltà, delle brutture, dei dolori.

Il mondo è loro. Perchè loro in questo mondo di dissonanze insopportabili ed insormontabili ci vivono bene, ci sguazzano. E, mentre altri si tormentano nella ricerca di una equità, di una pulizia etica, loro conficcano tacchi appuntiti e lancette di orologi costosi nei cuori tramortiti di chi non ha più la forza di sussussare una richiesta di aiuto.

Il mondo è loro e io non ne posso godere. Il mondo è loro e io posso solo guardare.

Il mondo è loro e io qui non ci posso più stare. Non è posto per me.