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Il mostro che ti amava

Si possono cercare e fornire decine di spiegazioni diverse alle motivazioni che spesso spingono una persona a compiere scelte ed atti che ci provocano dolore.

Quante volte sono stata coinvolta, personalmente o, più spesso, di rimando, come interlocutore, nella prospettazione di ipotesi, teorie, psicologiche, sociali, personali, sottilissime, realistiche o campate in aria, relative al perchè una persona che il giorno prima sembrava amare e comprendere e confortare e condividere, in poche ore si possa trasformare nel nemico, nella fonte primaria del dolore, nello sconosciuto che sbatte la porta in faccia o  che, inebetito, non ha risposte o parole da dare.

La verità è che non c’è un perchè. Non uno, non uno specifico, chiaro. Quasi mai.

La verità è che chiunque può diventare lo sconosciuto che alimenta i propri incubi notturni. Anche dopo anni, anche dopo aver condiviso il letto, il sonno e la quotidianità per lungo lungo tempo.

C’è questa cosa che non saprei definire in maniera netta, egoismo probabilmente, superficialità, menefreghismo, vigliaccheria, boh! Questa cosa che rende la persona a te più cara, in un attimo, nel Boogieman notturno. Come se un mostro avesse improvvisamente divorato la persona amata, fagocitandola, facendola scomparire e prendendone le fattezze.

E si vorrebbe prendere a sberle quel viso che in tutto e per tutto è il viso della persona che fino a ieri ti accompagnava, complice e fraterno, nel percorso quotidiano, per risvegliarlo, per urlargli addosso che se nulla è cambiato intorno, perchè c’è quel cambiamento mostruoso in lui?

Ma sarebbe inutile. Perchè quel viso, quella persona, è proprio esattamente quella che c’era anche ieri e il giorno prima. E non è davvero cambiata. Il mostro era già dentro, c’è sempre stato. Solo che non aveva motivo di uscire.

E forse delle avvisaglie c’erano pure state, forse qualche dubbio, qualcosa che non tornava, ma che poi sembra essere confutato da tutto il resto e, quindi, liquidato come una stupida impressione, una sciocchezza, un’illusione. Oppure no. Potrebbe anche non esserci mai stata alcuna manifestazione, nulla di percepibile, nessun dubbio. Succede anche così.

E comunque, in qualsiasi caso, non ci si può fare niente. Proprio più niente. Ci si tormenta, infangati da quella sensazione di impotenza, di incapacità. Ci si assume, a volte, anche delle colpe che non si hanno. Pur di trovare un perchè.

Poi si devono affrontare i ricordi. Tutti quei piccoli, microscopici, elementi, prima del tutto irrilevanti, di una vita condivisa. Un oggetto poggiato in un certo modo, un appunto su un foglietto, un fiore rinsecchito. E tutti questi innocui soggetti-oggetti della nostra esistenza diventano dei carnefici. Una longa manus del mostro, che, anche in sua assenza, anche dopo la dipartita, continuano a tormentarci, infilzando ancora e ancora quel brandellino lacero al centro del petto, sollevando nuovamente la lunga fila dei “perchè” che ci ripropiniamo in cerca di un motivo.

No. Non c’è più nulla da fare. Non c’è un vero perchè da trovare. Non c’è persona che possa davvero confortare. E’ così e basta. Lo si deve accettare impotenti.

Lo si deve accettare e attendere solo che tutto passi. Che il tempo compia il suo lavoro purificatore. Nella speranza di riuscire, un giorno, nuovamente ad amare, a sorridere con qualcuno e a crederci ancora.

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30 risposte a “Il mostro che ti amava

  1. cavallogolooso ⋅

    purtroppo il mio tempo di attesa minimo è di 7 anni. Decisamente troppo. Ma una cosa vorrei capire: se l’esterno non è cambiato, le condizioni non sono cambiate e il mostro era sempre li: non può essere che sia cambiato qualcosa nel suo interlocutore? Che quel giorno non abbia accettato di non avere risposte da qualcuno che – umano – non le aveva e rimaneva come un ebete? Quel giorno non era accettato ciò che poi venne definito mostruoso. Quello che fino a ieri, sempre presente, era invece normale.

    il solito detto dell’abisso che guarda dentro di te…

    Cosa scriverebbe l’abisso?

    Forse scriverebbe quello che hai scritto tu?

    Accettiamo difficilmente le persone per come sono. Dopo averle idealizzate, appena presentano una debolezza che noi non accettiamo, ci sentiamo traditi.

    Io poi, che ho poca memoria, tendo a sentirmi tradito da cose che di sicuro ho visto solo io, che ho dato per scontate e scontate non erano.

    Siamo imperfetti, siamo deboli, fragili … e spesso non tolleriamo che contemporaneamente a noi lo siano anche le persone che ci stanno accanto… e che non lo siano in maniera perfettamente sincronizzata con noi… magari sono un po’ sfasati … magari il loro difetto di percezione non coincide col nostro… il loro sentirsi spaesati è rivolto ad un aspetto che a noi invece è perfettamente chiaro, mentre accade contemporaneamente l’opposto all’altro.

    E, naturalmente, entrambi non lo tollerano.

  2. Emilia

    Non solo “pensi bene”, ma scrivi pure altrettanto bene (anche se dire “bene” è sminuire)! Chapeau.

  3. r.

    Senza pensare al passaggio “come posso attirare la sua attenzione?”, “come posso farlo ingelosire?”. Quella è la fase più patetica, non trovi?

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