Pubblicato il

Bagdad Cafè

A desert road from Vegas to nowhere

Some place better than where you’re been

A coffee machine that needs some fixing

In a little cafe just around the bend.

Il Bagdad Cafè.  Due volte ci sono stata. Due volte ci siamo incontrati durante il mio girovagare per qualche anno nel Southwest.

Il Bagdad Cafè è proprio così. Come nel film. Come nella canzone.

Certo, non è in un’ immaginaria Bagdad, ma nella reale Newberry Springs, sulla Strada. La Route 66.

Anzi il Bagdad Cafè non è a Newberry Springs. E’ che Newberry Springs è il Bagdad Cafè.

Perchè lì, in quell’angolo sperduto di mondo, nel mezzo del deserto, c’è solo quello. Quello e nient’altro.

La prima volta, nel caldo torrido, essiccato dal sole sorridente e implacabile di quelle terre, era in atto un’invasione di torpedoni giapponesi e, dopo una rapida sbirciata, sono scappata via terrorizzata dal fragore dei miei sogni che si infrangevano contro un’immagine distorta da una realtà troppo profumata.

Ma la seconda volta, cazzo, la seconda volta che mi sono gettata tra le braccia di quella terra sabbiosa e arida che lo circonda, il Bagdad Cafè era lì ad aspettarmi, solitario e silenzioso. Come un vecchio cowboy appoggiato ad uno stipite, lui era lì, a farmi appena un cenno con la tesa del cappello e a dirmi: “Se ti va entra, altrimenti a me va bene lo stesso”.

Si soffocava tutto intorno e la luce fendeva le pupille in quel modo in cui là, là nel Southwest, capisci che non lo fa per ferirti, ma per consentirti di percepire ogni cosa in modo assoluto, con ogni senso.

Ho fatto un giro intorno. E la roulotte era lì, era ancora lì dal set. Metallo rovente, ormai scarcassato, invecchiato. Ma era lì.

Sono entrata.

Era tutto uguale. Tutto uguale a come doveva essere e a come è.

Non c’era nessun cliente.

Le finestre erano protette da tende  scalcagnate e il buio dentro illuminato da un po’ di elettricità.

L’aria appiccicosa puzzava di sporco e di vecchio. Dietro il bacone la proprietaria. Quella vera, quella che era “la proprietaria” già al tempo del film.  Ossuta e rugosa, con i capelli buttati lì, grigiastri, disordinati e sporchi.

Mi ha sorriso, felice di vedere qualcuno.

Ad un tavolo una vecchia, ancora più grigia e disordinata, accudiva un bambino  su un passeggino. Un bambino vestito come loro, roba da due soldi, e il bavaglino sporco. Piangeva ogni tanto. Ma nessuno sembrava curarsene.

La proprietaria e la vecchia parlottavano e sorridevano.

Il locale era strapieno di cose, oggetti, vecchie foto, manifestini del film, roba della Strada, roba loro. Oggetti ovunque.

Sono passata nella sala, contigua a quella dell’entrata, che forma un tutt’uno lungo ed ugualmente pieno di cose. Lì c’era un puzzo più forte e ogni tanto arrivava un sentore di vomito lontano.

Poi in un angolo l’ho visto. Il pianoforte. Quello, proprio quello. Stonato e vecchio. Ed accanto un  juke box altrettanto vecchio.

Mi sono seduta ad uno dei tavoli appiccicosi e ho chiesto una coca.

Sono andata vicino al piano e l’ho sfiorato con le dita. La proprietaria, nel portarmi la coca mi ha vista, ha sorriso e si è avvicinata al juke box, ha pigiato un paio di tasti ed è partita la canzone.

Quella, quella del film.  Ed io non ce l’ho fatta più e ho cominciato a piangere. A piangere così come piango ora, ancora adesso, mentre lo ricordo.

La proprietaria mi si è avvicinata e mi ha abbracciata e mi ha detto: “Dai vieni, fatti una foto insieme a me dietro al bancone, così anche tu vivrai qui per sempre”.

Siamo state lì un po’, tutte e tre, in silenzio. Come in casa. Come se ci conoscessimo da sempre. Come se fosse una cosa ovvia.

 Ho pagato e dopo baci ed abbracci, naturali, vivi, veri, semplici, sono uscita e mi sono seduta all’unico tavolo esterno. Su una verandina di legno, un vecchio tavolo di plastica rossa della coca cola, sporco da milioni di anni. Ho fumato una sigaretta ascoltando il silenzio del vento che da quelle parti fa sempre muovere qualcosa in lontananza.

E poi sono andata via.

Per sempre sono andata via.

E per sempre sono rimasta lì.

Annunci

7 risposte a “Bagdad Cafè

  1. cavallogolooso ⋅

    sono facile al pianto, da anni. Ultimamente di più. al “Ed io non ce l’ho fatta più e ho cominciato a piangere.” ho fatto click.

    oggi non era male, nervoso senza ansia, energia. Ma poi ecco che ricordo come avrei vissuto un momento come quello che hai raccontato… un altro me, meno terrorizzato, che avrebbe – ed aveva – guardato volentieri quel film… che oggi forse non vedrei perché schiacciato da tanto peso… che la leggerezza e la superficialità, nell’intrattenimento, riesco appena a sopportarle, come una lieve carezza con un guanto di plastica sulla pelle scarificata da un’ustione. Niente di meraviglioso, solo tollerabile.

    Quello che hai scritto lo hai scritto bene. Spero che tu sappia anche fingere, perché se tocca vivere così intensamente per scrivere in pari misura…

    Ho pianto si, ma grazie lo stesso per aver scritto quanto hai vissuto e per averlo fatto così.

    • Innanzi tutto ti ringrazio per tutti i commenti e per avermi ribloggata. Non credo di aver scritto così bene, penso che tu abbia empaticamente sentito le mie emozioni che ho tentato di descrivere. Vivere intensamente, sì, è l’unica cosa che so fare, nel bene e nel male. E, nonostante il dolore, non vorrei mai essere diversa da come sono.

      • cavallogolooso ⋅

        può darsi 🙂
        ma leggo tante cosette… e anche se in alcuni casi dico “capisco il concetto, capisco cosa provi” ma la cosa mi esce freddamente … in questo caso accade come con i poeti, no? Lo hai detto come andava detto… perché l’ispirazione è dell’artista, la tecnica aiuta parecchio … se ci sono tutte e due spesso si infilano frecce in tanti cuori.

        O si crea quacosa che ci trascende.

  2. cavallogolooso ⋅

    L’ha ribloggato su Depresso Gioiosoe ha commentato:
    Non so se abbiate visto il film. Non so se abbiate la colonna sonora (che va sentita rigorosamente in ordine), non so se conosciate la canzone.
    Altrimenti forse non potete capire questo brano splendido. Ma se siete qui, sono quasi sicuro che conosciate quel che serve.
    Io però non ho resitito e mi sono spezzato subito … ma è poesia.

  3. miriam

    Un mi piace, ora scomparso mi ha portato a te.
    Grazie hai aperto un cassetto del mio 2002, il sogno e la magia
    Ohh Brenda… Branda

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...