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Stroud, Oklahoma (nei pressi di)

Tu, ispanico, che insolentemente fissi la mia figura nell’ombra, che vuoi?

Non e’ che siccome sono uscita nella notte, fuori della mia stanza, a fumare questo vento caldo, non e’ che tu puoi scambiare la mia solitudine vestita di un pezzo di cotone colorato comprato alla bancarella sotto casa per un invito a varcare questa porta.

Anzi, sai che ti dico, adesso mi sposto lungo questo lato del motel, arrivo fino all’angolo, li’ dove c’e’ la macchina delle bibite e mi prendo qualcosa di fresco da bere. E non importa se il vestito leggero mi svolazza addosso scoprendomi le gambe. Che questo vento insolente come il tuo sguardo fisso e’ piu’ dolce, ci scommetto, delle tue mani che ogni tanto ti poggi su quel petto nudo.

E siccome non ti bastano i tuoi occhi impudenti e seri a guardare, non appena mi avvicino all’angolo del motel ed alla tua stanza, dai una voce a quel paio di amici che sono dentro, seminudi come te, per invitarli a guardare anche loro il medesimo spettacolo, bevendo birra e fumando, e vi appoggiate chi allo stipite della porta, chi alla macchina parcheggiata di fronte, a fissare nel medesimo modo. Serio, senza sorrisi amichevoli. Che da queste parti, quando c’è desiderio di due chiacchiere, si fa un sorriso e basta un: “Hi!” e tutto va avanti da sè.

Parlottate ma non vi sento e torno alla mia porta.

Mi sento addosso quegli occhi bui e mi domando cosa fare. Vi siete chiesti da dove provenga? Sono americana o ispanica come voi? Forse una mezza nativa, che con i miei occhi neri tagliati strani, la pelle brunita dal sole ed i capelli lunghi e corvini, fanno tutti fatica  a capire qual è la mia razza. Persino io. No, non penso ve lo siate domandato e, semmai, mai avrete pensato che io sia una straniera. Che i turisti non vengono in motel come questo. Questo che non e’ di catena, e’ piccolo, senza niente, con una vecchia orientale alla reception, che non chiede nemmeno i documenti, basta che paghi, in contanti, e il puzzo di una cucina da ristorante cinese di scarsa qualità.

E invece, guarda un po’, sono solo una stronzetta europea che vuole provare a vivere come in uno dei suoi film l’emozione dei motel luridi, con l’aria condizionata che fa un rumore cigolante e getta aria mista a puzza di fumo, la moquette lercia e polverosa, le lenzuola bucate da bruciature di sigaretta, macchiate da va a sapere cosa. Pensa un po’…

Ma tu ispanico non mi piaci manco un po’. E anche se i tuoi amici sono rientrati, tu sei rimasto li’, poggiato alla macchina, a fissare come prima.

Ed io vorrei farti capire che non sono qui a cercar rogna, ma che nemmeno tu ne devi cercare da me.

Ci siamo solo io e te ora, in questo cortiletto quadrato, io e te e due macchine e il vento caldo del sud che ci soffia in mezzo.

Mi appoggio alla mia porta, blu, ridipinta di fresco, l’unica cosa nuova qui. Quasi a proteggerla, quasi a dire: “Questo è il mio territorio e tu non lo devi attraversare”. E’ la frontier culture, te ne parlerei pure volentieri, peccato che non te ne fregherebbe assolutamente nulla.

Allora penso che devo parlarti con la stessa lingua degli occhi. E comincio a passare in rassegna le facce giuste. The Bride di Tarantino? Thelma & Louise? Cazzo mi viene in mente Hotel California versione Gipsy King, è The Big Lebowski, Jesus, colpa dell’ispanicità imperante. No, no, non va bene, che così mi vien da ridere. Qua ci vuole una roba seria, una cosa coatta vera.

Eccolo! E’ roba da Leone. Corri, guarda tutte le immagini, tutti gli sguardi. Trovato! Mi faccio Lee Van Cleef! Mi taglio gli occhi ancora di più, serro la mandibola, mi incavo il volto e persino il naso me lo sento più aquilino.

Ora mi accendo una sigaretta e rimango immobile. Guardami, te sto a imbruttì, si dice dalle mie parti.

Siamo come due randagi che nemmeno respirano fissandosi, ognuno fermo in un centimetro quadro di spazio. Chi dei due per primo si muoverà?

Un istante, per quanto minimo, può essere lunghissimo e durare tanto quanto la mente è in grado di dilatarlo nello spazio di un frammento.

L’istante è passato, finito. Non so quanto sia durato davvero. Getti la tua sigaretta, sposti il culo da quella macchina e rientri nella tua stanza, chiudendo la porta.

Sono qui da sola. Ho ancora la mandibola serrata, fa quasi male.

Rientro e chiudo la porta.

Che faccio metto una sedia incastrata sotto la maniglia?

Sorrido. No. No.

Questo è il mio film. E’ proprio il film che volevo guardare. E’ il film in cui volevo vivere. E’ il mio. Ed è così che lo voglio. E tu, ispanico, ne sei stato coprotagonista.

Sorrido. E’ la frontier culture che mi abita dentro. Con tutte le sue contraddizioni. Ed io la amo. E anche tu, ispanico, che mi stai sul cazzo perchè io non ammetto che mi si fissi in quel modo, anche tu, mi abiti dentro e fai parte di quell’amore.

Sono pronta alle lenzuola macchiate e strappate. Mi infilo nel letto, mentre la ventola sgangherata del condizionatore fa un rumore da officina.

E non importa se domani svegliandomi avrò qualche puntura di cimice.

Perchè questo è il mio film. E io lo volevo proprio così.

 

 

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2 risposte a “Stroud, Oklahoma (nei pressi di)

  1. Bello, bello, bello questo pezzo. Bello

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