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Il mattologo

Domani ho appuntamento con il mio medico.

E quando dico “il mio medico” intendo dire il mio psichiatra, perchè, in sostanza, è l’unico medico che mi segue da tanti anni.

Ogni volta che lo chiamo per prendere un appuntamento, emette un piccolo grugnito che mescola ad un sospiro, in un modo che non sono mai riuscita a riprodurre.

Non è una persona particolarmente affabile, di rado sorride e, quando lo fa, gli rimangono gli occhi tristi, sembra un labrador contrito. Mi sta anche abbastanza sul cazzo, perchè non è mai esente dal pronunciare tutta una serie di giudizi e valutazioni che mi urtano profondamente i nervi, ma di solito lo lascio fare perchè so che così si sente soddisfatto. E’ una pantomima che conosco e che recito a memoria perchè non ho nessuna voglia di addentrarmi nei dettagli e, in fondo, non lo vuole nemmeno lui. Non è empatico e penso che per lui sia un bene, altrimenti, con tutto il dolore che lo circonda, un burn out non glielo toglierebbe nessuno.

Sono disposta ad accettare il suo pessimo carattere ed i suoi pippotti inutili, da anni, perchè ha le uniche qualità che mi interessano davvero:  è onesto e competente.  Conosce molto bene i farmaci, tutti, sa come dosarli e, soprattutto, evita il più possibile di prescriverne e non vede l’ora di poterteli togliere. Questo è quello che mi serve e amen.

So che di me pensa che sono una persona debole, poco incline a reagire alle “cose della vita”, come dice lui.

La verità è che non sa praticamente un cazzo di me, perchè, nonostante i 15 anni di “conoscenza”,  non gli ho mai raccontato per bene le cose. Non ne ho nessuna voglia. Così come non ne ho di raccontarle a chicchessia.

Quindi mi limito ad enunciargli, con la faccia di gesso, quali siano i fattori scatenanti di una situazione di stress o di un periodo di particolare frustrazione. Ma in modo asettico, senza dettagli, senza coloriture e con tante tante omissioni. Preferisco spiegargli bene quali siano i sintomi. Quelli deve curarmi, questo è il suo mestiere.

Ad esempio, la prima volta che sono stata da lui, 15 anni or sono, è stato per gli attacchi di ansia e per l’anoressia di cui soffrivo da 5 mesi circa. Gli spiegai che il fattore scatenante era stato l’infarto di mia mamma. Ma non gli raccontai tutto. Non gli dissi esattamente come erano andate le cose.

Quel giorno di luglio ero in viaggio con alcuni miei amici, di ritorno a Roma dopo una breve vacanza in Calabria. Arrivai a casa intorno alle 18 e trovai mia mamma distesa sul letto  sofferente e in stato di semi incoscienza. Estremamente allertata, chiesi a mio padre cosa fosse successo. E lui mi rispose che dall’alba mia mamma accusava dolori al petto, che era svenuta due volte, cadendo in terra. Alla mia domanda sul perchè non l’avesse portata al pronto soccorso mio padre rispose: “Sai com’è, lei spesso si lamenta, ma poi non so se davvero sta male”.  Chiamai subito un’ambulanza e la portarono, dopo veloci accertamenti, in terapia intensiva. Ci dissero che aveva avuto un infarto, che il cuore era estremamente sofferente e che se fosse stata portata subito in ospedale, alle prime angine, si sarebbe evitato l’infarto. Poi, riguardo la prognosi, ci dissero che bisognava attendere la notte per sapere come avrebbe reagito.

Ecco, questo il mio dottore non lo sa. Non sa di come  mio padre, pur sapendo della malattia di mia madre, se ne sia sempre, completamente, disinteressato, spesso accusandola di esagerare le cose, facendole pesare tutto e obbligandola a tollerare. Non sa di come mia madre, pur sapendo a cosa andava incontro, non si sia mai ribellata a mio padre e non si sia mai presa cura di sè davvero, obbligando me a proteggerla e ad occuparmi di lei. Non sa, ancora, milioni di altre cose, di lividi sul mio corpo di bambina ed adolescente. Di urla rabbiose, di come abbia fatto scudo con il mio corpo a quello di mia madre, gettata in terra e presa a calci. Non sa, di come mia madre, per me, non abbia mai mosso un dito o detto una sillaba in mia difesa. Di come io abbia trascorso giornate chiusa in una stanza a piangere, completamente ignorata. Di come non abbia mai avuto alcuna scelta, per quel circolo vizioso di ricatti morali, per i quali, ad ogni comportamento di mio padre, corrispondeva un malore di mia madre e di come quest’ultima mi implorasse di fare ciò che mi veniva ordinato e basta.  E, soprattutto, non sa di come, giunti loro alla vecchiaia, io abbia saputo giudicare, incolpare, condannare e decidere comunque di aiutare ed assistere allo stesso tempo.

Perchè, se così non avessi fatto, io non sarei stata diversa da loro.

No, non sa un cazzo, e a me va bene così. Mi vanno bene i pippotti e i giudizi sulla mia incapacità di affrontare la vita. Che forse è anche vero, non lo so e, francamente, non mi interessa, perchè sono stanca di analizzare e sezionare tutto.

So solo una cosa: una sola persona al mondo conosce tutta la mia vita, il mio unico amico, che da 22 anni è un fratello “adottivo”. Per la verità qualcosa di me sa anche quel pusillanime del mio ex compagno, avendomi vissuta  per 4 anni. E di recente, dovendo scegliere uno o due parole per definire la mia persona al fine di creare un nome cinese da inserire in alcuni documenti, non sapendo cosa scegliere ho chiesto consiglio a loro.

Ed entrambi mi hanno risposto: – Di sicuro uno dei due nomi è “forza” -.

 

 

 

 

 

 

 

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9 risposte a “Il mattologo

  1. Sì, decisamente è il nome giusto!

  2. KnockOut ⋅

    “…Preferisco spiegargli bene quali siano i sintomi. Quelli deve curarmi, questo è il suo mestiere…”

    In altre parole non vuoi che vada oltre l’aspirina per curare la febbre, senza
    che vada a fondo nella diagnosi per poter prescrivere non sintomatici, ma curativi, farmaci che eradicano l’infezione. In sostanza hai scelto il meno peggio, o il meno empatico, analitico, perchè la diagnosi l’hai già fatta tu. E pensi che nessuno possa arrivare a curarti a fondo. Se non la tua forza.
    Oppure, anche, per non dover sopportare altri giudizi, altre ingerenze che ritieni improprie.

    Probabilmente hai ragione. Ma non dovrebbe essere così, non dovrebbe andare così. Di qualcuno dovremmo fidarci. E su qualcuno dovremmo contare.
    Ammiro la tua forza e la tua fierezza, che traspaiono da ogni lemma, così come ammiro la tua catarsi. Medicamento essa stessa.

    Scusami se mi sono permesso “entrare nel merito” di questo post. Ma sentivo di doverlo commentare, così di getto. Se sono stato indelicato cancella pure questa stupida testimonianza o mandami a quel paese.

    buona serata, in ogni caso

  3. bakanek0

    “Perchè, se così non avessi fatto, io non sarei stata diversa da loro.”
    E lo sei e lo sarai, diversa da loro…un abbraccio.

  4. cavallogolooso ⋅

    un augurio perché tu possa perdere il controllo e trovare un’incontrollabile leggerezza, respirare pienamente, sentirti microscopica e insignificante, inferiore a chiunque … ma felice, noncurante e grata, in grado di stare a fianco degli altri con la compassione come la vedono i Buddhisti.

    Provare gratitudine è bello. Non sudditanza.

    (e se potessi provare sempre la compassione da buddhista … sarei grato! ma attualmente sono solo un meschinetto pusillanime!)

    Io però un augurio te lo faccio di cuore: un augurio da uno sconosciuto! 🙂

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