Notturno siciliano

No.

Non so come sia stanotte la notte sull’isola.

Ma questo posto pieno di parole mi ha fatto venire in mente una persona che mi è cara e che, per l’appunto, abita in Sicilia.

La connessione è data proprio dalle parole, perchè la mia bella amica ama scrivere e  lo fa anche per professione. E pubblica cose e gestisce portali e organizza corsi e va su e giù per l’Italia per riunoni e convegni e manifestazioni varie e scrive per riviste ed è sempre indaffarata tra libri, gente, editori, associazioni e, soprattutto, milioni di stronzi.

Ogni volta che ha un nuovo progetto me ne parla, mi palesa i suoi dubbi e i suoi timori, come se le dovessi dare la benedizione o piantarle due ali dietro le scapole per consentirle di volare.

E ogni tanto tenta di coinvolgermi nelle sue cose, soprattutto quando viene a Roma e si ferma da me per un po’ di giorni. Mi fa conoscere persone, mi fa leggere cose.

E io inorridisco.

No, no, non tanto per la qualità di ciò che leggo. Qualche volta c’è anche qualcosa di carinino. Ma per la qualità delle persone che scrivono quello che leggo. Perchè son tutti convinti di essere grandi scrittori, mentre, naturalmente, gli altri son tutti mediocri. E si fanno le recensioni fra di loro, con la boccuccia a culo di gallina e la puzzetta sotto il naso. E io chiedo alla mia amica: “Ma chi cazzo sono questi?”, che a me l’eccesso di “finezza” mi suscita lo sbocco della coatta di cui sono orgogliosamente fiera.

Che dio mio fulmini se mai mi venisse in mente di scrivere due righe al di là delle quattro cazzate che ogni cinque anni vomito terapeuticamente  in qualche blog merdoso come questo. Meglio la morte che entrare in certi gorghi infernali. Fortunatamente, poi, a me non piace scrivere.

Ad ogni modo, per tornare alla mia cara amica, ogni tanto mi confida che vorrebbe scrivere la storia che non ha mai scritto, cioè la sua. Perchè lei custodisce segretamente un pezzo di sè, una porzione di vita, una manciata di anni, vissuti lontana dalla sua casa, poco più che ragazzina, che è una cosa, una cosa che non saprei definire. Una cosa che una donna, un essere umano, non dovrebbe mai vivere. Ecco.

Ed è proprio a quel punto della storia, della sua storia, che io l’ho conosciuta, in una città straniera ad entrambe. E di quella storia sono l’unica testimone che le è rimasta. Gli altri membri sono seppelliti tra le tenebre dei suoi ricordi. E sanno perfettamente che là devono rimanere, perchè il loro nome, la loro posizione non gradirebbe d’essere scritta con la mia penna su un foglio firmato con quel titolo, a me odioso, che precede il mio nome.

La mia amica è bella. Molto bella. Ed ora, quando la vedo sorridere, penso che se da tanto dolore può comunque nascere un sorriso così, allora tutto può succedere.

Quando viene qui e passeggiamo, spesso in silenzio, non posso fare a meno di pensare ai due segreti che entrambe custodiamo. Quello della sua storia e quello della nostra. Perchè se una delle due racconta di orrori e incubi, l’altra è una storia d’amore: l’amore tra due donne che amano gli uomini.

Non credo che scriverà mai la sua storia e forse è meglio così. E, del resto, a leggere qualsiasi cosa lei scriva, pur non sapendolo, è proprio tra quelle parole che la sua storia è scritta.

 

 

 

 

 

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Kantiamo

“L’illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude!

Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! – è dunque il motto dell’illuminismo.

La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo affrancati dall’eterodirezione, tuttavia rimangono volentieri minorenni per l’intera vita; e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. E’ tanto comodo essere minorenni!”.

Pensiero dell’ora di cena

La gente è strana.

Urla a viva voce di volere la verità, solo la verità, nient’altro che la verità. E se scopre d’esser stata ingannata, se rinviene l’assenza di autencità, il falso, sbraita, reclama e si incazza.

Lo capisco.

Eppure, ugualmente spesso, quando si trova dinanzi agli occhi proprio la verità, solo la verità,  nient’altro che la verità, fugge inorridita. Ed ogni tanto se la fa anche nelle mutande.

E  la tanto agognata verità è talmente seccante e fastidiosa, reca disturbo, fa paura, che spesso viene messa in dubbio. Suscita sospetti, sguardi guardinghi, fino a spingere ad affermare: “No, non è vero, secondo me non è vero”.

Anche questo capisco.

La gente è strana.

Il mattologo

Domani ho appuntamento con il mio medico.

E quando dico “il mio medico” intendo dire il mio psichiatra, perchè, in sostanza, è l’unico medico che mi segue da tanti anni.

Ogni volta che lo chiamo per prendere un appuntamento, emette un piccolo grugnito che mescola ad un sospiro, in un modo che non sono mai riuscita a riprodurre.

Non è una persona particolarmente affabile, di rado sorride e, quando lo fa, gli rimangono gli occhi tristi, sembra un labrador contrito. Mi sta anche abbastanza sul cazzo, perchè non è mai esente dal pronunciare tutta una serie di giudizi e valutazioni che mi urtano profondamente i nervi, ma di solito lo lascio fare perchè so che così si sente soddisfatto. E’ una pantomima che conosco e che recito a memoria perchè non ho nessuna voglia di addentrarmi nei dettagli e, in fondo, non lo vuole nemmeno lui. Non è empatico e penso che per lui sia un bene, altrimenti, con tutto il dolore che lo circonda, un burn out non glielo toglierebbe nessuno.

Sono disposta ad accettare il suo pessimo carattere ed i suoi pippotti inutili, da anni, perchè ha le uniche qualità che mi interessano davvero:  è onesto e competente.  Conosce molto bene i farmaci, tutti, sa come dosarli e, soprattutto, evita il più possibile di prescriverne e non vede l’ora di poterteli togliere. Questo è quello che mi serve e amen.

So che di me pensa che sono una persona debole, poco incline a reagire alle “cose della vita”, come dice lui.

La verità è che non sa praticamente un cazzo di me, perchè, nonostante i 15 anni di “conoscenza”,  non gli ho mai raccontato per bene le cose. Non ne ho nessuna voglia. Così come non ne ho di raccontarle a chicchessia.

Quindi mi limito ad enunciargli, con la faccia di gesso, quali siano i fattori scatenanti di una situazione di stress o di un periodo di particolare frustrazione. Ma in modo asettico, senza dettagli, senza coloriture e con tante tante omissioni. Preferisco spiegargli bene quali siano i sintomi. Quelli deve curarmi, questo è il suo mestiere.

Ad esempio, la prima volta che sono stata da lui, 15 anni or sono, è stato per gli attacchi di ansia e per l’anoressia di cui soffrivo da 5 mesi circa. Gli spiegai che il fattore scatenante era stato l’infarto di mia mamma. Ma non gli raccontai tutto. Non gli dissi esattamente come erano andate le cose.

Quel giorno di luglio ero in viaggio con alcuni miei amici, di ritorno a Roma dopo una breve vacanza in Calabria. Arrivai a casa intorno alle 18 e trovai mia mamma distesa sul letto  sofferente e in stato di semi incoscienza. Estremamente allertata, chiesi a mio padre cosa fosse successo. E lui mi rispose che dall’alba mia mamma accusava dolori al petto, che era svenuta due volte, cadendo in terra. Alla mia domanda sul perchè non l’avesse portata al pronto soccorso mio padre rispose: “Sai com’è, lei spesso si lamenta, ma poi non so se davvero sta male”.  Chiamai subito un’ambulanza e la portarono, dopo veloci accertamenti, in terapia intensiva. Ci dissero che aveva avuto un infarto, che il cuore era estremamente sofferente e che se fosse stata portata subito in ospedale, alle prime angine, si sarebbe evitato l’infarto. Poi, riguardo la prognosi, ci dissero che bisognava attendere la notte per sapere come avrebbe reagito.

Ecco, questo il mio dottore non lo sa. Non sa di come  mio padre, pur sapendo della malattia di mia madre, se ne sia sempre, completamente, disinteressato, spesso accusandola di esagerare le cose, facendole pesare tutto e obbligandola a tollerare. Non sa di come mia madre, pur sapendo a cosa andava incontro, non si sia mai ribellata a mio padre e non si sia mai presa cura di sè davvero, obbligando me a proteggerla e ad occuparmi di lei. Non sa, ancora, milioni di altre cose, di lividi sul mio corpo di bambina ed adolescente. Di urla rabbiose, di come abbia fatto scudo con il mio corpo a quello di mia madre, gettata in terra e presa a calci. Non sa, di come mia madre, per me, non abbia mai mosso un dito o detto una sillaba in mia difesa. Di come io abbia trascorso giornate chiusa in una stanza a piangere, completamente ignorata. Di come non abbia mai avuto alcuna scelta, per quel circolo vizioso di ricatti morali, per i quali, ad ogni comportamento di mio padre, corrispondeva un malore di mia madre e di come quest’ultima mi implorasse di fare ciò che mi veniva ordinato e basta.  E, soprattutto, non sa di come, giunti loro alla vecchiaia, io abbia saputo giudicare, incolpare, condannare e decidere comunque di aiutare ed assistere allo stesso tempo.

Perchè, se così non avessi fatto, io non sarei stata diversa da loro.

No, non sa un cazzo, e a me va bene così. Mi vanno bene i pippotti e i giudizi sulla mia incapacità di affrontare la vita. Che forse è anche vero, non lo so e, francamente, non mi interessa, perchè sono stanca di analizzare e sezionare tutto.

So solo una cosa: una sola persona al mondo conosce tutta la mia vita, il mio unico amico, che da 22 anni è un fratello “adottivo”. Per la verità qualcosa di me sa anche quel pusillanime del mio ex compagno, avendomi vissuta  per 4 anni. E di recente, dovendo scegliere uno o due parole per definire la mia persona al fine di creare un nome cinese da inserire in alcuni documenti, non sapendo cosa scegliere ho chiesto consiglio a loro.

Ed entrambi mi hanno risposto: – Di sicuro uno dei due nomi è “forza” -.