Pubblicato il

Risposta alla domanda che mi hai posto stamattina

C’è un motivo.

C’è sempre un motivo per ogni cosa.

Me lo hai chiesto e io te lo spiego qui, in un luogo neutro per me, un luogo “ics” che estraggo da me stessa come una bolla isolata, un’appendice da troncare in qualsiasi momento.

Ti ho detto del mio addestramento. Che, sin da che ho memoria di me, m’hanno infilato in un sacco e presa a bastonate, per trasformarmi in un rottweiler da combattimento, in un perfetto soldato.

Ti tralascio, ora, i dettagli dell’addestramento, che ho ancora molta molta difficoltà a parlarne, ma sappi che sono degni d’essere paragonati a certi film o a certi racconti sul controllo mentale.

Il mio addestramento aveva obiettivi precisi da raggiungere.

Mi è stato insegnato che avere paura è da deboli.

Mi è stato insegnato che stare male è da deboli.

Mi è stato insegnato a non manifestare mai all’esterno le proprie emozioni.

Mi è stato insegnato a non desiderare, ma solo eseguire.

Mi è stato insegnato che tutto deve essere sempre controllato e perfetto.

Mi è stato insegnato che l’azione deve prevalere sul pensiero.

Mi è stato insegnato che non si può perdere, sempre e solo vincere.

Come è evidente, l’addestramento è riuscito solo a metà e ho impiegato diversi anni per comprendere che quella sbagliata non sono io, nonostante abbiano tentato continuamente di convincermi del contrario.

Per sopravvivere mi sono dovuta dissociare per creare strati alternativi di me, contrastanti spesso tra loro. Mi sono sezionata, sfaccettata in un prisma e mi sono dovuta ferire in senso metaforico e non.

Uno dei risultati più “divertenti” dell’addestramento è che in me c’è una strana sorta di “inversione” delle paure. Ma è  una questione troppo complicata da spiegare ora.

L’addestramento, invece, ha sortito i suoi effetti aberranti in tante e diverse occasioni della mia vita e, talvolta, è stato utile, soprattutto agli altri. Spesso, invece, ha avuto conseguenze deleterie per me stessa.

Un esempio tra tanti.

Diversi anni fa mi sono trovata in una situazione un po’ complicata.

Era estate e mia mamma aveva metà piede in necrosi e dopo un mese di ricovero in cui i medici facevano balletti sull’amputare o meno, su come e quando e compagnia bella, che la malattia di mia mamma è stramba e non si sa mai quale effetto può avere ogni atto, io ero già abbastanza devastata dal suo continuo dolore, dal suo chiedere aiuto, dalle sue urla ad ogni medicazione.

Nello stesso periodo erano usciti i risultati dell’esame scritto che dà accesso a quella professione, che io detestavo, non volevo assolutamente fare, mi dava solo dolore, mi faceva schifo e mi snaturava del tutto. Ma era la professione che era stata scelta per me, quella per la quale ero stata programmata.

Buona parte di me sperava che quell’esito fosse negativo e ancora mi domando perchè non abbia scritto su quei compiti cose tipo: “Stronzo chi legge”, ma la risposta è che mi è stato insegnato che non si può perdere ed ogni cosa deve essere perfetta.

Alla fine dell’estate mia mamma viene trasferita in altro ospedale, in cui si decide di amputare solo dopo un periodo di terapia.

I tempi per lo studio per l’esame orale stringono, ma io non riesco a pensarci.

A metà settembre si procede con l’amputazione.

A metà di settembre l’uomo che amo ha un incidente in macchina ed entra in coma. E’ in terapia intensiva. A Padova. E le uniche notizie le ho attraverso la voce piangente di sua madre al telefono. Comincio a pensare che non posso proprio più farcela. A fare nulla.

A metà di settembre arriva l’ordine da eseguire.

“Tu devi studiare e devi superare quell’esame”.

Ed io eseguo. Immediatamente.

In 15 giorni mi chiudo dentro casa, isolata dal mondo, cancello tutto, non sento più nulla. Non sento più nulla. Nulla. Un’automa, una macchina, perfetta. Vado a dare l’orale, lo supero, massimo dei voti.

Si potrebbe pensare che io abbia fatto ciò che andava fatto, che in fondo è ciò che bisogna fare, che sia giusto così.

E invece no. Invece proprio no.

Perchè io non mi sono concessa il diritto di soffrire, il diritto di stare male e di assorbire e metabolizzare e non l’ho fatto per occuparmi invece di una cosa che non volevo fare, che sapevo mi avrebbe dato anni di dolore, di frustrazione, di tormento e di risultanze economiche insufficienti a bilanciare il sacrificio. Ho solo eseguito un ordine.

Perchè quando il processo ha inizio, è difficile poi arrestarlo. E nell’istante in cui ho smesso di sentire per occuparmi dell’agire ho avviato un ulteriore annullamento di me che è proseguito per altri anni orribili.

Questa è una piccola piccola risposta alla domanda che mi hai posto stamattina e che riesco a darti solo qui dove non ci sono voci con cui dover parlare nè occhi da dover guardare. Qui dove posso fermarmi prima di ricominciare a scrivere e posso aspettare un po’ se mi si chiude la gola e comincio a soffocare, perchè a rivedermi dentro nella testa e nella memoria alcune scene io ho ancora quello stesso terrore che avevo da bambina.

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

7 risposte a “Risposta alla domanda che mi hai posto stamattina

  1. Emilia

    A me hanno tentato di fare lo stesso, però per fortuna (e per “caso”, casualità non Caso/destino – a cui comunque non credo) sono (fisicamente) scappata. Ora devo solo fare i conti con qualche rigurgito di quel tentativo di addomesticazione.

    Qui ci sarebbe d’aprire un capitolo sulla condizione della donna in generale e in Italia, ma (i) sono stanca (ii) è tardi (iii) ci devo riflettere un po’ prima d’aprir bocca, che non mi va di sparare stronzate aggratis.

    • Mia adorata genietta, sulla condizione della donna mi sfondi tante di quelle porte aperte, che quasi mi incazzo al volo, giusto con il pensiero… Ma, paradossalmente, è tardi anche per me stanotte. Non spari mai stronzate. Anche se tentassi di farlo, non ci riusciresti.

  2. bakanek0

    Mia cara Tilla (mi permetti il cara?), mi piace la precisione chirurgica con cui descrivi (ed esorcizzi, credo), l’esperienza traumatica di una parte fondamentale della tua vita. Con quella vena rosso sangue di ironia…
    la forza di volontà, le risorse interiori, la bellezza e profondità della nostra natura femminile sono la nostra libertà, la chiave che apre le catene. Un abbraccio sincero 🙂

    • Figurati se io non permetto un “cara”! Sì, esatto, esorcizzo. Per farlo devo analizzare approfonditamente e poi trovare dell’ironia nell’analizzato. Ti ringrazio per l’abbraccio che ricambio!

  3. r.

    Ho avuto i brividi dall’inizio alla fine di questo post.
    Quando mio padre era in fin di vita (io quattordici anni) mi avevano ‘ordinato’ di non essere con lui in ospedale, insieme a tutti gli altri, ché ero piccolo. Io ho sbroccato, io dovevo essere lì, altrimenti “avrei distrutto tutto quello che avevo intorno”, “avrei bruciato tutto”, hanno capito che non scherzavo…
    Vedergli girare gli occhi in su mentre soffocava non è stato né bello né facile, però mi ha permesso di credere a quello che vedevo. Era morto. Potevo soffrirne.
    Ripensandoci oggi, forse, la mia è stata debolezza, io non ho la forza di chiudermi quindici giorni a fare “quello che va fatto” se “devo soffrire” per qualcosa che mi spacca il cuore. Non ce la faccio.
    Ti stimo (che parola dimmerda). Ho colto e compreso bene ogni singola virgola di questo post. Grazie.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...