C’è stato e tutt’ora continua ad esserci un fracco di gente che tenta implacabile di convincermi della assoluta importanza di elementi e circostanze, aspetti ed eventi, dei quali ho smesso di curarmi già da parecchio tempo.

Come se la scala delle priorità dovesse necessariamente fondarsi su quanto di più comune ogni marciapiede di questa città si trovi costretto ad osservare quotidianamente.

A me del prezzo del cocomero non me ne fotte na minchia. E, al limite, mi può interessare solo se il dato fattuale me lo si esprime con una certa rabbia che sia in grado di manifestarmi una voragine. Come la bocca di un cratere. Perchè quello che mi interessa, semmai, è il magma che desidero erutti.

Ed anche tutto il disagio evidenziato, del quale assorbo quotidianamente, dalla mia origine, ogni aspetto umano, non mi interessa nella sua contingenza. Perchè, con rispetto parlando, è sempre la solita pippa trita e ritrita che si riduce alle note tre, al limite quattro, cose. Anche quando si pensa di farmi una grande rivelazione, la mia testa in realtà prende l’oggetto e lo schiaffa nel cestino della categoria appopriata. Che comunque ogni tanto viene necessariamente vuotato.

Del disagio mi interessa l’elaborazione, il suo prodotto in termini di emotività lacerata o/e accresciuta. Altrimenti l’elencone tiettelo per te che mi sfracassa solo la minchia. Ti aiuto lo stesso, forse, ma mi rompo tanto il cazzo.

Poi ci sono le persone come Poetella, che ti arrivano con gli occhi che sembrano un cielo nuovo, personale e diverso, ed un sorriso che si apre con una luce che mi sorprende.

Perchè Poetella non ti parla del prezzo del cocomero, ma di un piatto rosso che quel cocomero lo contiene, tutto tagliato in perfetti triangolini ben disposti. Senza la necessità di altre spiegazioni che non sia quella luce che vien fuori dalle sue parole. E con Poetella posso parlare del colore di un paio d’occhi. Del colore. Senza dover dire altro. Mentre, quando ti parla di un libro, lei si sofferma sulla sua impaginazione.

E ad ogni parola ho un tuffetto al cuore. Perchè sono sicura che avrebbe potuto farmi degli elenconi consistenti ed invece, al posto degli elenconi, ricevo in assoluto la migliore rielaborazione possibile di tutti gli elenconi possibili: la bellezza. La sua e quella che i suoi occhi sono in grado di vedere.

E allora penso che possono serenamente andare affanculo tutti quelli che tentano di convincermi della seria portata di altre priorità. Così come possono serenamente togliersi dalle balle tutti coloro che mi rinfacciano quell’ampia porzione di adolescente che in me vive e scalpita a dispetto di tutto. Perchè, mentre Poetella parla, io mi sento vecchia e stantia di fronte a lei. Mi sento pesante come tutta quella pesantezza che di solito mi si riversa addosso.

No no, miei cari zombie, non mi lascerò infettare da voi.

Preferisco l’azzurro e il sorriso che illumina.

TESI: e se fosse una cazzata?

ANTITESI: e quale sarebbe il problema? non sarebbe la prima e non sarà l’ultima.

TESI: e se non fosse il momento giusto?

ANTITESI: e chi stabilisce la giustezza di un momento? Un momento è un momento, dopo quel momento il momento è passato ed è un altro momento. E’ già tutto diverso.

TESI: non ci arrovelliamo sul tempo, lo sai anche tu che è una questione irrisolta.

ANTITESI: concordo. Hai altre obiezioni?

TESI: non saprei, più che altro mi domandavo: perchè io e te dobbiamo sempre fare sta pantomima?

ANTITESI: è quella che rompe i cojoni, vuole sempre che facciamo così. Tu dici una cosa, io dico il contrario, finchè una delle due prevale sull’altra.

TESI: ma se le sbrogliasse da sola le questioni sue, sta cacacazzi.

ANTITESI: concordo. Partitina a carte?

TESI: pokerino?

ANTITESI: whisketto?

TESI: cellai le sigarette?

ANTITESI: si, però prima dobbiamo decidere cosa dire a quella.

TESI: dai dille che hai prevalso tu, non ho voglia di parlarci. Non vorrei facesse domande.

ANTITESI: e che me la devo sorbire io? Dille tu che la cosa non s’ha da fare, così ci deresponsabilizziamo in caso.

TESI: facciamo che chi ha la carta più alta le parla?

ANTITESI: vai, alza tu.

TESI: fante.

ANTITESI: donna, cazzo, tocca a me.

TILLA DALL’ALTRA STANZA: aòòò e allora? Che avemo deciso?

ANTITESI: ho prevalso io.

TILLA: teeeeesi hai nulla da dire tu?

TESI: tutto a posto capo, ha vinto lei, nulla da obiettare.

TILLA: evabbè famo st’altra cazzata.

ANTITESI: dai che ho mischiato, smazza che do le carte.

TESI: aò nun barà eh.

ANTITESI: senti chi parla…

TILLA: ma me potrò fidà? Mah.

Mia mamma. Al telefono.

– Sai prima del ricovero ho incontrato in cortile la filippina che abita sotto la filippina – (sic!)

– Uhmmm – (Chissà di che cazzo parla)

– Stava con il figlio piccolo nel passeggino, è così carino così carino! –

– Interessante… – (Smetto subito di ascoltare o aspetto ancora un po’?)

– Mi ha chiesto: “E sua figlia come sta?” –

– Ah si eh? Uhmmm – (Ancora un minuto e smetto di ascoltare)

– Le ho risposto che sei sola –

– Come scusa? –

– Eh sì, sei sola, non sei sposata! –

– … – (Oddiocristo, mo ricomincia!)

– E lei mi ha detto: “Perchè non va a <prendere> dei bambini?” – (traduzione dal dialetto)

– Ah si? Ti ha detto così eh? –

– Eh sì, me lo dicono tutti! –

– Tutti tutti? –

– Sì –

– Senti mamma, fammi una cortesia –

– Dimmi –

– Se incontri di nuovo la filippina che abita sotto la filippina… –

– Si? –

– Dille che si deve fare un bel pacco di cazzi suoi –

– Ecco! Sei sempre la solita! –

– Sì mamma. Sarò “la solita” per tutta la vita, mi sa –

I cowboys di Sheridan quando di sera incontrano una signora sconosciuta fuori da un locale fanno un piccolo cenno con la testa e salutano dicendo: “Good evening”. Non avevo mai sentito nessuno salutare con un “good evening” in America. E ho capito cosa significa essere una signora.

Quando i fumatori di pipa del Montana mi hanno parlato in un americano a cippa, io non ho capito una fava.  Soprattutto perchè, se tieni la pipa fra i denti mentre parli, diventa tutto davvero incomprensibile. Ho capito però che quelli del Montana ridono senza ridere. Muovono solo un impercettibile muscolo sotto gli occhi. A seconda di quante rughine si formano, la risata è più o meno lunga.

Se una signora Cheyenne dell’Oklahoma a Rapid City ti abbraccia commossa perchè le hai detto d’essere stata sul Trail of Tears e che alla Devils Tower ti sei nascosta tra le rocce del sentiero per non essere disturbata dai turistidemmerda che facevano casino e che trovi vergognoso che il governo consenta di arrampicarsi sulla roccia, chi sei tu, donna quasi bianca, per negarti i tuoi stessi meriti e rifiutare un invito nell’Indiana a conoscere i figli Cheyenne di Buffalo Heart?

Quando, dopo quasi un’ora di attesa con sbuffetti e sputazzi, l’Old Faithful ha schizzato il suo possente getto, bianco e caldo, alto verso il cielo, ho pensato: “Apperò! Interessante… “.

Se vuoi conoscere un harleysta americano guarda ammirata la sua Harley e quando l’harleysta si avvicinerà, tu con la voce da bambina chiedi: “Could I take a picture?”. Anche se hai altre 8767654230 foto di Harley. Se l’harleysta ti inviterà a salire sull’Harley per la foto, allora di sicuro poi ti chiederà se vuoi una birra.

Grazie alla mia diletta sposa e grande ammora Bakaneko, alla Signora Germoglia che è miele dolce da succhiare, a quella meraviglia di Poetella che scrive usando le rune magiche, a Marco, a Giampiero e a quel cazzone giocoso di Incredibol per avermi accompagnata con i loro messaggi lungo il mio viaggio.

Ma ora che qualcuno cortesemente mi riporti SUBITO in America. Che io qui non so chi sono.