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Segmento i momenti.

Suddivido porzioni di realtà in istanti che aprono varchi su dimensioni ultronee. Pregio e difetto di una mente vagamente maciullata dalla moltitudine di oggetti, sostanze e percezioni.

E’ analisi di un frammento. Non l’elegia che volevo e che sarà. Un giorno.

Fase 1.  Mentre parli a 200.000 parole al secondo in un contesto incasinato con altre persone sedute allo stesso tavolo che interagiscono istantanee e persone sedute ad altri tavoli in una confusione da isolare e ti muovi con la medesima velocità, ti guardo. Perchè sei velocissimo, ma riesco a seguirti con grande agio e, anzi, la tua velocità mi è comoda da morire. E’ la mia. Formuli pensieri espressi con foga frizzante in una briciola di tempo stretto e con le mani prendi qualcosa, la guardi, ne parli, la commenti e nello stesso istante te la cacci in bocca intera.

Cerco di fermarti, quasi prendendotela dalle mani, non faccio in tempo, la vedo ormai nella tua bocca che serra la mandibola ed esclamo: “No! Porcodd…!”.

Stop! L’immagine è ferma in quell’istante: tu che porti la mano alla bocca, io che protendo la mia e il bestemmione. Gli altri che spalancano gli occhi, io con le labbra schiuse che esclamo e tu che appena appena volti uno sguardo socchiuso per capire. E’ Tarantiniano.  E’ buffo, è velocissimo, è nel mezzo di discorsi a cazzo tra l’importanza e il nulla. Potrei orgasmarmi.

Fase 2.  Ti avvicino una mano alla bocca e ti dico: “Sputa!”.

Stavolta lo “stop!” è nel mio pensiero. Un istante dopo. Che nella mia mente è già la visione di un flashback. Pensiero: “Tilla stai chiedendo ad una persona di sputarti del cibo sulla mano. E’ una persona che non ti è intima e dubito anche lo faresti con una persona intima. Che cazzo stai a fa’ e perchè?”. Risposta velocissima: istinto di protezione. Perchè? Analisi da rimandarsi ad altro momento.

Fase 3. Col cazzo che mi ascolti, come se nessuno stesse parlando (testardo, ostinato), e invece pronunci una frase. Secca e semplice. Bellissima. No no, non c’entro un cazzo io con quella frase. Ma con la bellezza sì, sempre e per sempre.

Pensiero in loop della frase, che nella mia testa diventa questa: “Trasformare un errore in bellezza”. E da lì partenza in pompa magna del megapippone mentale sulla trasformazione dell’errore in bellezza. Un megapippone alla Marco, per intenderci sulla tipologia. Roba da ricovero coatto. Per tutto il resto della notte.

Mentre il cazzeggio alcolico si spinge fino all’alba e il mio turpiloquio inneggia al brindisi a Stocazzo, mentre tra risa senza freno mi infittisco nell’adorazione estatica della concretezza (la tua, la mia, la nostra, quella del vivere), mentre apro fasi falsamente drammatiche (perchè oggettivamente non me ne fotte una minchia, ma pretendo la concentrazione su una cazzata per mero capriccio), mentre guardo sorridente l’emozione del momento che mi riguarda solo di rimando, in realtà il mio pensiero si ripete incessante sulle modalità di trasformazione dell’errore in bellezza.

Una cojona. Sì, lo so. Anche vagamente scema. Sì, lo so.

Ma quanto cazzo sono bella!

Anche con questa nausea post-alcolica.

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15 risposte a “

  1. poetella

    oh yes!
    Bella bella bella…

  2. Maciullata tu? ….. Naaaaa 🙂

  3. bakanek0

    L’attimo che si contrae in perfezione lucida, nonostante i fumi dell’alcool (a me piace con due o. O anche una, A me piace). Mi sarebbe piaciuto molto esserci.

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