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Uggia diffusa, l’ho sentita.

Quasi armonica nella sua discromia vagamente cinerina, con tutte quelle cornacchie gracchianti.

Per quanto io apprezzi certi cieli, è difficile sostenere il peso del plumbeo sparso tra le voci del mio quotidiano. Oggi era così: plumbeo ovunque.

Quando accade vado a cercarmi l’unico sole che, come sembrerebbe, io sia realmente in grado di tollerare ed amare: quello dei deserti e dei canyon americani. Perchè non sono mai stata un tipo “da sole”, sono sempre fuggita in Nord Europa apposta. Finchè.

Socchiudo gli occhi, come se davvero ci fosse quella luce straordinaria a penetrarmi le pupille. E’ una violenza così dolce.

Scelgo un posto.

Canyon de Chelly.  Il rosso dell’Arizona. Navajo Nation.

Caldo, sole che scotta, brucia. Te ne accorgi solo dopo un po’: l’aria è così asciutta che sembra possa infilartisi sottile tra immaginarie righe della pelle.

Cammino su un viottolo che scende. Profumo di piante: la salvia, the sage, e quella specie di pinetto basso, con le bacche, odore resinoso. Ogni tanto stacco una foglietta e la strofino tra le mani, qualsiasi cosa sia, poi mi annuso le dita. Il verde è leggermente spento, ma in basso, nel canyon, riprende colore. C’è il fiume.

Silenzio. Rapaci in cielo, in alto, volano in circolo. Cammino su lastroni di pietra ovale. Levigati. Di fronte a me c’è la White House, il pueblo Anasazi. Intagliato, quasi sospeso a metà, nella roccia. Ma che fatica devono aver fatto per costruirlo? E che fatica ogni volta per scendere e risalire e prendere l’acqua e portarla su. Quanta fatica?

Al centro del canyon è la Spider Rock. La roccia sacra, alta, snella. Torri o guglie lasciate lì a testimonianza di qualcosa.

Il tempo è immobile. Fermo. Si sospende anche l’anima. Anch’essa ferma.

Risalgo. C’è un Nativo che, seduto a terra, dipinge lastre di roccia di diverse dimensioni. Paesaggi indiani. Ne compro uno, una scheggia di roccia non troppo grande da portare via con me. Di lato, seduta con le gambe penzoloni nel vuoto, c’è una ragazzina. Guarda il canyon davanti a sé, ha le cuffiette alle orecchie. Indossa un vestitino bianco, candido e leggero. Solo a guardarla, così, con il vuoto che sembra inghiottirla, mi sento male. Ma io soffro di vertigini. Lei invece è una Nativa, per lei è naturale. E’ così naturale che non distoglie mai lo sguardo dall’orizzonte dinanzi a sé. Il vento che sale ogni tanto dal canyon le fa sbuffare un po’ il vestito. E’ così delicata e leggera che sembra solo disegnata. Come le pietre di suo padre.

E’ ora di tornare.

Mi sento gli occhi più tagliati. I lineamenti del viso più duri.

No, io non torno. Che torno a fare?

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7 risposte a “

  1. Sei un’artista.. Buon giorno Tilla, lo comincio bene leggendo qui. 🙂

  2. poetella

    ciao,Tillè…
    però torna, torna che noi, se no…
    No?

  3. bakanek0

    Stasera il plumbeo è stato sostituito da nuvole viola e color del fuoco. Essere rapace e squarciare il cielo. Questo, per fuggire all’uggia e al tedio.
    Ciao, ammore.

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