I miei più fervidi e sentiti auguri quest’anno sono indubitabilmente e decisamente rivolti a lui/lei.

Al Signor/Signora DUREX.

Perché ogni santo giorno de ‘sta vita grama ha pervicacemente digitato su un motore di ricerca “tilla DUREX wordpress”.

E io mi sentirei profondamente ingrata a non premiare tanta inutile determinazione.

Manco mi madre e mi padre farebbero tanta fatica per leggere ste cazzate che scrivo.

Quindi Signor/Signora DUREX tanti tanti auguri di mille e più cagate da leggere e scrivere assieme.

Perché ricorda:

CHI LA DUREX, LA VINCEX.

O anche:

CHI L’HA DUROX, LA VINCEX.

Scegli tu.

Inserisci qui la minchia

Caracollo sul pallore lattiginoso sbucciandomi l’angolo sinistro della dura madre.

Rido nel blu elettrico. Il treno della bellezza mi ha investito la faccia.

Oh, what a tangled web I weave.

Ci ho lasciato la pelle sul molo. Audace. Non sarò troppo nuda?

Aspettami, mi hai detto. Volevi vestirmi di un nuovo pentacolo rosa shocking?

Ho preferito scambiare due parole con la Dama Bianca: mi ha consigliato di schiantarmi contro il tuo muro. Dice che la pietra ravviva.

Ho scosso la testa seminando germogli di neon per nuove culture elettroniche.

Non penso, le ho detto. Ho un fantomatico progetto per abolire tutte le desuete cadenze in fine di frase ed instaurare un regime di attese frustrate.

E anche James conveniva sulla scelta di spuntarmi le ginocchia. E’ cosa fatta ormai, mi ha detto.

Per questo seguo il suo suggerimento di balzarti in bocca come un pesce fuor d’acqua.

Buongiorno amore mio. Ti amo.

E ora levati dal cazzo.

A Natale lascio libera la bambina.

Ritengo sia giusto, che sia un suo diritto e che io debba tutelarlo.

Le hanno insegnato che non si può essere bambini nemmeno da bambini e che, tuttavia, si devono avere tutti i limiti dei bambini, da bambini.

E allora io le insegno l’opposto, prima che sia troppo tardi, lasciandola libera.

Di dire o non dire, di muoversi o di stare ferma.

Può non comprendere gli adulti e le loro stronzate. Ha il diritto di non capire. Non deve per forza giustificare e assecondare.

Può rifiutare un sorriso se non le piace. E non deve nemmeno ringraziare.

Le riempio il letto delle sue rane di peluche. Quei peluche rigidamente vietati dal Sistema Superiore di Controllo della Bambineria.

Le dico: “Sporcati, non importa, c’è sempre tempo per lavare. Corri e gioca, c’è sempre tempo per stare immobili, avrai tutta la morte per farlo”.

Io la osservo da lontano, senza starle con il fiato sul collo. Sto attenta che non attraversi la strada in modo imprudente. Le preparo la merenda mentre guarda i suoi cartoni animati con gli occhi giganteschi. Le spiego che si può piangere e commuoversi e aver timore di quello che accadrà, anche se già conosce il finale. E’ legittimo, è naturale ed è bello. Così come è naturale aver paura del buio, anche se già le hanno insegnato a non averne.

La osservo da lontano e punto armi in faccia ai malintenzionati. Guai a chi. Stiano lontani.

Che sia libera. E’ il mio regalo di Natale per lei. Glielo devo.

 

Mi dono un incipit e anche di più

L’ uomo stava strisciando fra le felci, come un gigante in un palmeto, pensò, cercando con entrambe le mani la sorgente perduta, quando la vide.

Non la sorgente, di cui tuttavia sentiva l’umida presenza fra le dita, ma lei, la ragazza selvaggia.

Era in piedi nella radura, con le braccia nude, le gambe nude, in mezzo alle quali erano negligentemente annodati i lembi di un vestito di seta rossastro che aveva sollevato in quel modo per camminare.

Ma non stava più camminando. Si era fermata, adesso sarebbe rimasta qui. Lui capì che stava succedendo qualcosa… Attorno alla ragazza c’era un’aura di disperazione che la rendeva immobile e assente come una morta.

L’uomo attese.

Lei stava aspettando.

Levò il viso verso il sole. I capelli, raccolti sul lato che l’uomo non riusciva a vedere, le scesero lungo la schiena, andandole a sbattere contro i polpacci, all’altezza dell’erba. Poi, come se quel peso le avesse squilibrato il corpo, la ragazza gemette e si accasciò.

L’uomo rimase nascosto. Non la vedeva più e già dubitava. “Andiamo male, vecchio mio, se hai delle visioni…” Proprio lui, un uomo ancora giovane e sano, robusto, anche felice! Un ingegnere idraulico. Ma la solitudine non fa bene a nessuno.

Era mattina e faceva molto caldo, la terra esalava i suoi odori.

L’uomo si rialzò, scostò i rami, s’impantanò, ma aveva degli stivali di cuoio che schiacciavano tutto al loro passaggio, anche quelle foglie grandi, quei bicchierini-del-pellegrino con la goccia di rugiada. Uscì dai cespugli dove il sole non penetrava. Restò abbagliato e abbassò gli occhi. Ai suoi piedi, la ragazza era coricata: il volto fra le scabbiose, i capelli come un lenzuolo nero buttato sopra di lei.

Dunque esisteva. E lui, certo, anche lui esisteva. Ed era dotato della miglior salute del mondo. Accanto a questo, di intelligenza.

Si accovacciò silenziosamente. Aveva paura di svegliarla. E aveva paura di farle paura. Però lei non stava dormendo. Le fece ruotare la testa, prendendole le guance (il gesto del prete con il calice), ma le palpebre truccate d’azzurro restarono chiuse.

La sollevò un po’: pesava come una lepre adulta sul suo braccio, e la testa ricadde all’indietro; il collo sottile, contratto, disegnava una linea bombata. Troppo, fece in tempo a pensare l’uomo, un’ombra di gozzo? Se la rimise contro la spalla, e si chinò ancora per ascoltare il cuore che batteva. Dalle macchie rosse sulle proprie mani, si accorse che la ragazza sanguinava.

La baciò bruscamente sulla bocca, poi guardò verso lo chalet abbandonato: il centro, il tempio e la ragion d’essere di quella radura che era invasa da tutti i polloni della foresta. Niente più porta, e il tetto, di grossolani listelli di larice, era sfondato. Ma quella malga conteneva un letto di legno senza coperta e lui la depose lì sopra, uscì di nuovo, penetrò ancora nella ramaglia e fra le piante molli della sorgente in cui inzuppò il suo fazzoletto. Tornò. La ragazza aveva già aperto gli occhi e lo contemplava senza capire. Lui le passò la pezzuola umida sulla fronte.

<Signorina, signorina!> disse, troppo sorpreso, quasi infastidito da tanta rara bellezza.

Gli occhi della ragazza erano così stranamente sorridenti da parergli insostenibili.

<Chiuda gli occhi…> le ordinò.

Tamponò le palpebre. Il fazzoletto si impregnò di ombretto di azzurro.

<Cosa le è successo?>

Era già pronto a farle una predica: <Che sciocchezza ha fatto?>. Lui apparteneva alla generazione precedente, più assennata, credeva lui. E quella ragazza, da dove veniva? Da un bar della stazione di fronte, senza dubbio, dove la polizia anche recentemente aveva beccato dei trafficanti di droga, dei minatori. Ma lì, su quel versante della montagna nera, era il deserto.

<Cosa cerca in questi boschi? Si sta nascondendo?>

Lei non rispose, gli occhi sempre chiusi.

<Stia tranquilla, non dirò niente, non le chiederò neanche niente.>

L’uomo rimase irritato dal silenzio della ragazza. Sì, gli venne voglia di scuoterla e se ne vergognò un po’. Ma continuò a tamponarle il viso; lei lo lasciava fare, si lasciava toccare da quelle dita agili e spatolate. A cosa stava pensando? Semplicemente le piacevano quelle dita, la loro dolcezza la confondeva.

<Ma lei è ferita!>

<Sanguino…>

<Dove?>

<Dappertutto. Sanguino dappertutto.>

<Ha bisogno di essere curata! La curerò io. Si svesta!>

<Ci vorrebbe dell’acqua pura> disse lei guardandolo (e la sua voce si fece più nitida) <ma non sono riuscita a trovare la sorgente.>

<Io so dov’è.>

L’uomo prese un vecchio secchio di ferro che c’era in giro e sparì. La ragazza restò coricata, richiuse gli occhi. Per la prima volta da tanto tempo, si sentiva bene; anzi, non s’era mai sentita così bene. <Sono felice!> e sapeva di non averne ragione.

L’uomo tornò.

<Non esiste acqua migliore!> disse. <Voglio sottoporla a un esperto, si potrebbe imbottigliarla e far fortuna… Ah!> rise <il paesaggio qui cambierebbe!>

<Lo chalet è mio, la sorgente anche. E le proibisco di metterci le mani.>

<Oh!> fece lui turbato. <Lei è la signorina L.?>

<Non sono più la signorina L.>

<La credevo all’estero.>

<A volte si torna. Adesso sono tornata per sempre.>

La ragazza rispondeva e lui continuò a parlare mentre l’aiutava a svestirsi, ma il tessuto si era incollato dolorosamente alla pelle a causa del sangue secco.

<Le faccio male? Mi dica se le faccio male?>

<No, non mi fa male.>

Adesso era nuda e senza imbarazzo, si fidava di quelle mani d’uomo che le lavavano le ferite.

<E comunque non si sarà tagliata apposta!> rimproverò lui. <Tutte quelle incisioni, precise identiche. Con cosa?>

<Un coltello militare, il pratico coltellino militare rosso scuro> disse lei ironica. <Lama, punteruolo e apribottiglie.>

L’uomo ebbe un leggero trasalimento.

<Bisognerebbe metterci… Aspetti! Conosco le piante.>

Rapido come una scimmia, si era strappato via la camicia bianca e l’aveva posata sul corpo della ragazza. Adesso toccava a lui essere nudo, un torso bruno chiazzato di lentiggini.

<L’ho messa pulita stamattina. Mi scusi, esco un attimo e torno.>

Il calore dell’estate, ma un calore vivo, pensò lei, le riscaldava il corpo disteso. Chiuse di nuovo gli occhi. Sono troppo felice… cosa mi sta succedendo? Le tornò l’angoscia. Faceva fatica a respirare. E se l’uomo non fosse tornato?

Tornò, con le mani piene di foglie di piantaggine.

<Le ho trovate qui vicino. Vedrà: le vecchie sagge di una volta non erano poi così folli. Le faranno bene. Gliene incollo qua e là, dei francobolli. Si giri. Ah! ma… ha anche delle cicatrici.>

Adesso era coperta di fogliame. Profumava come un prato dove il gregge ha appena brucato. Poi si sollevò per infilarsi la camicia da uomo di tela leggera.

<Le sta un po’ lunga, le fa da vestito. Io sono un gigante e lei…>

<Nana.>

Risero.

<Lei è il buon Samaritano.>

<Grazie, gentile da parte sua.>

L’uomo divenne cerimonioso. Ma i suoi occhi stavano ridendo di lei.

Corinna Bille, La damigella selvaggia.

Che uccello sei tu che cinguetti alle due e mezza di notte e mi fai pensare che sia troppo tardi o già troppo presto?

E se non fosse per le chiacchiere e le risa che ancora imperversano qui sotto, in Via degli Stronzi, davvero crederei che sia già l’ora di alzarmi da un letto in cui non dormo.

Che strano uccello sei? Soffrono di insonnia anche gli uccelli? Oppure non ti piacciono i tuoi simili e preferisci le ore in cui ti lasciano in pace a cinguettare senza che  vengano a mettere becco nelle tue faccende?

Dai, andiamo a dormire. Si può stare da soli anche in due, senza essere soli.

E quando arriverà il sole faremo finta entrambi.

A te che sei bello come la colite ulcerosa.

Non sono volubile, sono dinamica.

Non sei profondo, sei incastrato.

Non sono presuntuosa, sono consapevole.

Non sei ateo, sei schematico.

Non sono troppo veloce, sono libera nel pensiero.

Non sei coerente, sei stantio.

Non sono matta, sono vitale.

Non sei riflessivo, sei lento.

Non sono stronza, sono evidente.

Non sei cauto, sei vigliacco.

Non sono stupida, sono una fictio iuris.

La messa è finita.

E vattene in pace.

Amen.

C’è chi non ha più la forza di lottare per qualcosa e c’è chi non ha mai voglia di lottare per qualcosa.

Perchè, pur essendo aberrante l’idea di dover lottare per cose che dovrebbero essere naturali, questo è il mondo, questo è l’uomo.

E lottare significa anche cercare di dimostrare che l’uomo, talvolta, può anche non essere così.

 

Dice: <Andiamo un week end in campagna, ci rilassiamo!>.

Borbotto e grugnisco: non sono convinta. Non che non stia bene lì, ma d’inverno fa un freddo, no, non fuori, fa freddo dentro casa.

Dice: <Partiamo presto, arriviamo con il sole, ci sistemiamo, ci godiamo la giornata. La casa è già pulita, vado un giorno prima ad accendere i riscaldamenti, blablabla…>.

Borbotto e grugnisco di nuovo. Ma è il mio migliore amico, è un anno che non andiamo a casa sua, che faccio? Gli dico di no? Gli nego un piacere? NON SIA MAI!

E sia! Andiamo!

Partiamo presto. La partenza è rimandata di mezz’ora in mezz’ora per quasi due ore.

Arriviamo con il sole. Arriviamo alle 17, è buio. Carichi di spesa come somari, ci arrampichiamo in cordata sull’erta medievale che duce alla sua casa arroccata. Ciccetta e la signorina C. sono interamente coperte di vomito lattiginoso, acidulo e dal fetore indiscutibile. Io mi lascio trainare dalla Cagnola che, essendo un mezzo setter, tira annusando ovunque.

Borbotto e grugnisco.

Ci godiamo la giornata. Tutto il tempo rimanente se ne va per sistemare ogni cosa dentro casa, accendere il fuoco, manca la legna, accettala in legnaia, prepara la cena, ecc. ecc.

Fine prima giornata.

Seconda giornata.

Inebetiti dal freddolino, continuiamo con le sistemazioni. Tra il piano di sotto e quello di sopra, per come è fatta la casa, non ci si sente. Non riusciamo a comunicare e non possiamo urlare perchè la Ciccetta dorme. Ci chiamiamo con il cellulare. C’è un solo mazzo di chiavi per tutte le porte di ingresso (tre) e non si capisce mai chi le ha, chi è in casa, chi è uscito, chi fa cosa. Sembra di essere in certe rappresentazioni teatrali in cui un personaggio entra da una porta, mentre un altro esce da un’altra e non si incontrano mai.

Arriva l’ora di cena. Mangiamo.

Mi sento male.

Non faccio in tempo ad esprimerlo con modalità urbane che mi catapulto in bagno.  Penso che mi schizzino fuori anche gli occhi dalle orbite: non c’è nulla che voglia rimanere assestato nel mio corpo. Dolori ovunque.

Vado avanti così per un paio d’ore durante le quali 6 occhi mi guardano preoccupati. Alla fine cedo: chiamate un medico.

Da un altro paesino a 30 Km arriva nella notte nebbiosa una giovane dottoressa chiappona. Simpatica, sorridente. Le espongo dal capezzale i sintomi, mi faccio la diagnosi, le suggerisco la cura. Ride. Conviene con me che un’iniezione di Plasil sia la cosa migliore dopo 5 svomitazzate. Conviene altresì con me che sia meglio attendere un po’, poi procedere con Diosmectal e Biochetasi. Le dico che so che il Buscopan non va assunto in concomitanza con il Plasil, ma che se fra un paio d’ore ho ancora dolori, io me lo pjo. <Serve una ricetta? Qui però le farmacie notturne…>. Tranqui dolce dottoressa chiappona: ho tutto e anche di più. Mostro la borsetta del medicinale e sgrana gli occhi. Faccio il sorriso sbieco di chi la sa lunga.

Secondo lei è un virus intestinale. Io mi oppongo: secondo me è intossicazione alimentare. Anche se sto male solo io,  conosco il mio corpo.

La dottoressa si riavvia tra tortuose stradine e io penso che la sua deve essere una vera vocazione. Poi mi pento di non averle chiesto il nome.

Procedo ogni 20 minuti circa con una visitina al bagno, alternandola con il sonno.

Dopo un paio d’ore, Ares che giace accanto a me, s’alza di scatto e corre in bagno. E’ allora che si apre la piccola porta che dal corridoio dà accesso alla scala a chiocciola e compare il volto affranto di V.: <Anche Ares? Anche io…><E la signorina C.?> <Nausea tremenda>. Guardacaso lei non ha quasi toccato cibo.

Intossicazione alimentare. Di nuovo il sorriso sbieco. Complimenti Dottoressa Tilla, mi congratulo con lei. Ma si figuri, dovere.

La notte procede così, sino all’alba ed oltre. Tre adulti che si alternano in due bagni. Tre adulti che, considerate le circostanze, è come se fossero sei.

Perchè, seppur sia vero che per molte persone è difficile distinguere tra faccia e culo, ci sono momenti in cui la distinzione deve essere chiara.

E ancor di più è necessario prendere una posizione, scegliere da che parte stare, con grande tempismo, altrimenti, a sbagliare versante, può accadere lo sfacelo.

Terzo giorno.

Mentre il sesso forte giace a letto dolorante, lamentoso e febbricitante, il sesso debole prepara le borse, sistema tutto per richiudere la casa, si carica bagagli, neonati e cani fino alla macchina, guida, tiene la manina dei timorosi, consola gli inebetiti e porta tutti a casa.

Ci rilassiamo.

Se amore è il sostantivo, amare è il verbo e tra due che si amano e sono amanti c’è una relazione d’amore,

due che si ignorano sono due ignoranti che vivono una relazione d’ignoranza?