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Ci sono persone che hanno paura del dolore altrui. Di quel dolore che atterrisce e  sconvolge e sovverte gli ordini, le priorità, la vita intera.

Per qualcun’altro, invece, il dolore altrui, è una rogna, una gatta da pelare, una seccatura che “speriamo passi in fretta e dopo, semmai, mi rifaccio vivo”.

Sono reazioni umane, talvolta naturali, altre volte un po’ stronze.

Qualcuno, ancora, non sa come affrontarlo: cosa dire, cosa fare, quali parole trovare. Darò fastidio? Sarò invadente? Potrei essere inopportuno?

Delicatezza di intenti che riconosco. Tuttavia è preferibile una parola d’affetto, una presenza calda e confortante, piuttosto che scomparire nel nulla per non sbagliare. Altrimenti ci vuol poco per passare dalla delicatezza alla stronzezza.

Non ho mai avuto paura del dolore altrui.

Anche quando mi arriva addosso come uno ceffone, mi rivolta lo stomaco e mi lascia inebetita. Perchè, quando la repentina violenza degli eventi colpisce qualcuno che ami, è impossibile non lasciarsi trafiggere.

E’ come un mare buio in cui tuffarsi e dover nuotare, talvolta boccheggiando. Eppure la scelta migliore è lasciarsi trasportare dalle onde. Lasciarsi fluire, accettare la tempesta e i momenti di bonaccia.

Così condivido un dolore, condividendo lo stesso mare. Seguendone gli andamenti, lasciandomi trasportare, parlando la stessa lingua salmastra.

Così condivido il respiro quando l’aria sembra mancare; così si può riposare, quando l’altro sta sveglio per te, al posto tuo.

E, se a chi amo mancano le parole, allora mancano anche a me.

Piano piano le ritroveremo insieme. Come i nostri sorrisi.

 

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56 risposte a “

  1. randagia1

    Beh Tilla non voglio essere stucchevole ma…è il miglior post che hai scritto, cazzo! e se non hai messo alcun tag questo è un segnale, altro che se è un segnale…..
    Buona giornata, oggi c’è un bel sole, fa freddo ma c’è un bel sole! 🙂

    • Grazie Randagia! Stucchevole credo che tu non possa esserlo nemmeno volendolo. In questi giorni sto respirando come se ogni giorno valesse un anno. Creo bolle spazio-temporali di isolamento, con suddivisioni in categorie. Credo anche di aver acquisito diversi decimi in più nella vista.
      Amo il freddo.

  2. Qualcuno afferma di essere così sensibile da non saper affrontare il dolore altrui. Non credo che “sensibile” sia la parola giusta.Fatico a rispettare la codardia ma spesso l’accetto.

  3. Hai ragione. Nella maggior parte dei casi il dolore da fastidio. Vederlo, toccarlo e condividerlo. È più facile fingere creandosi l’alibi della discrezione che bagnarsi nel mare di cui parli. Non so….magari il dolore per alcuni è temuto in quanto una delle manifestazioni della nostra precarietá umana. Non lo vedo dunque potrei essere eterno… in ogni caso per fortuna non tutti la pensano così e riescono ad afferare la mano di chi, nel dolore, ha bisogno solamente di non sentirsi solo.
    Un caro abbraccio

    • Sì Mita, qualche volta anche io ho pensato che potesse essere un volersi allontanare dal pensiero della precarietà umana. Anche credere in dio aiuta, in questo senso.
      Però il più delle volte ho constatato in modo tangibile l’allontanamento al mero fine di evitare la seccatura. L’ho osservato proprio come “terzo”. Persone che si ammalavano e automaticamente venivano evitate manco fossero contagiose, ecc ecc.

      • Io credo nel buono, ci credo perché credo che ci sia anche il cattivo. Tendo a vedere il bene ma non sono buonista per cui non ho difficoltà a pensare che nell’allontanarsi alcune persone mettano in luce la loro cattiveria. Evitare non il dolore ma le persone che quel dolore lo vivono è un atto che non ha alcun bene.
        Capisco, per quanto possibile, quello che dici.
        Ma tu per fortuna non sei così.
        A presto Tilla.

  4. rodixidor

    Devo confessare la mia codardia di fronte al dolore altrui. Mi atterrisce la paura di essere inutile di fronte alla sofferenza. Quello che hai scritto mi fa capire invece che il giusto atteggiamento è “tuffarsi nel mare buio” comunque. Cercherò di farlo.

    • Timore dell’impotenza, non è codardia. Credo che si sia comunque inutili di fronte alla sofferenza, nel senso che ci sono situazioni irrimediabili e, quindi, di fatto, si è, nel concreto, inutili. Allo stesso tempo non si è mai inutili dinanzi alla sofferenza, perchè il concetto stesso di “utilità” è annullato dal dolore. Non riesco a valutare in termini di utilità certe emozioni.
      Difficile è trovare la “frequenza” giusta, la lingua comune, soprattutto quando non si è vissuta una situazione analoga. Io chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dall’amore.

  5. harahel13

    io in genere sono brava a sostenere gli altri ma non sono una che lascia trasparire. Cioè se sto male cerco di cavarmela da sola (al massimo uso il blog per sfogarmi) perchè mi sembra quasi di disturbare. Non è un ragionamento tanto sensato forse se mi appoggiassi di più sugli amici vivrei ancora meglio ma sono fatta così!

    • Ho imparato che a non chiedere aiuto si fa più danno a chi ti ama che il contrario. Mi riferisco ovviamente alle persone che ti vogliono bene realmente. Perchè il dolore si percepisce, esce e tuttavia chi ti ama non sa cosa fare e percepisce un proprio senso di impotenza che alimenta una catena. Soffro perchè ti preoccupi per me che soffro. Pesante.
      E’ importante chiedere aiuto, quando serve, sia per se’ che per i propri affetti.

  6. bakanek0

    Passano i giorni, il dolore infilza il cuore con picchi di sofferenza che portano alla follia. Poi si calma, diventa lucido, e fa ancora più male. Un mare che è un bagno di sangue. Con una voce che ti ricorda che non sei solo.
    Pudica, io passo per stronzetta.

    • Ti conosco, mascherina! Puoi passare per stronzetta solo a chi non ti conosce minimamente o non capisce una fava di te. Conosco il tuo pudore. Ancora meglio: conosco la tua delicatezza e ricordo perfettamente alcune tue parole che mi sono rimaste impresse facendomi comprendere di che pasta sei fatta. Basta poco, pochissimo, per capire e per sentire.
      Anzi, talvolta vorrei che ti prendessi un po’ meno a cuore tante cose, ma poi non saresti più tu. E io egoisticamente non cambierei una virgola di te. Piuttosto distruggerei l’universo.

  7. Emilia

    Qualcosa del genere (un post così) lo può scrivere solamente una persona dal cuore cristallino. Una che, dovendo categorizzare “di getto”, si guarda dentro e pensa a come lei stessa ha affrontato il dolore altrui.
    Io da lettrice ho il beneficio di dover solo “ricevere e metabolizzare” le tue parole, quindi d’avere a disposizione un “tempo dilatato” – che mi fa dire: hai dimenticato una categoria.
    Hai dimenticato I Buoni. Quelli che del dolore altrui di nutrono come animali necrofagi.

    P.s. occhio che al prossimo post richiedo davvero un test del dna di maternità!

    • La “categorizzazione di getto” mi ha fatto morire dal ridere! Suddividere, catalogare, riporre, archiviare, interpretare per analogia, riformulare ipotesi, ricalcolare, tutto velocissimo. E’ quasi una dannazione. Un cervello che sminuzza e analizza, spostandosi da se’ alla ricerca di un risultato quanto più possibile prossimo all’oggettività, approssimando e riconoscendo l’esistenza della variabile soggettiva.

      Ai Buoni bisognerebbe fornire adeguati esempi di crudeltà e io mi offro come volontaria.

      P.S. Purchè tu non mi chieda chi è tuo padre: non saprei risponderti.

  8. marco

    C’è sempre tanto da imparare da te

    • Uso la nostra lingua: possiamo essere qualsiasi cosa desideriamo solo rimanendo fermi nell’essenza e operando scelte relative all’esserCi. Ma si può realmente rimanere fermi nell’essenza se l’essere è in quanto esserCi? Il Ci necessariamente influenza l’essere, attraverso le sue stesse scelte, relative all’essere nel mondo. No? Forse l’unica cosa fondamentale è liberarsi del Si, che è, secondo me, la fonte di ogni errore. Non credi?

      Torna presto.

  9. stefano ⋅

    Questo post è dolcissimo. Di primo acchito verrebbe da dire che tu non sia poi così incazzosa con il mondo come scrivi di solito, invece è proprio così.
    Chi scrive di dolore e del suo viverlo, è si, incazzato, perché non c’è ragione al mondo per dover subire il dolore.
    Averne paura è lecito, girarsi dall’altra parte è codardia. E non vale la giustificazione del senso di impotenza. A volte è così semplice, basta star accanto, un sorriso, un bacio sulla guancia, condividere per far capire: non sei sola.
    Brava

    • “Chi scrive di dolore e del suo viverlo, è si, incazzato, perché non c’è ragione al mondo per dover subire il dolore”.
      Esattamente Stefano De’ Misteri. C’è chi si deprime, talvolta anch’io; chi se ne fotte e pensa al suo praticello e chi si incazza. Io appartengo all’ultimo gruppo. Reazioni diverse per persone diverse.
      Mi trovi dolce, quindi?

      • stefano ⋅

        Qualcuno scrisse che è necessario dare un significato al dolore senza senso…. Bè, costui era un pirla ! Come coloro che filosofeggiano sul dolore che fa crescere, che apre a una nuovo domani…
        Ma quando mai ? Il dolore brucia e lascia una piaga che non se andrà mai più.
        Io penso che ci si abitui al dolore, il dolore non si supera, ma un giorno, forse, ci si accorge che non fa più così male portarlo dentro.
        Si, forse , sei dolce, ma solo un pochino 🙂

      • Il dolore è una rottura di coglioni e basta. Confermo.
        Mi raccomando, solo un po’, ma poco poco poco. Ne va della mia immagine virtuale alla quale io tengo tantissimo.

  10. diamanta

    A me non spaventa il dolore altrui o proprio, preferisco farne a meno se posso sinceramente, ma non temo questo aspetto di vita.

    La cosa che faccio più fatica a reggere è la “quantità” ci son quantità di dolore che non riesco a sorreggere…. anche se alla fine in qualche modo si fa lo stesso

    • Ho letto un tuo post in cui raccontavi delle tue esperienze personali piuttosto sgradevoli.
      Mi pare che tu regga bene il dolore, non so quale sia il prezzo che paghi e hai pagato, ma so che i diamanti sono tra i materiali più resistenti.

      • diamanta

        Come si dice… ciò che non uccide fortifica 🙂

        A volte ringrazio le “botte” della vita, in fondo hanno fatto di me la persona che sono e hanno messo sul mio cammino delle persone di una bellezza interiore e di una profondità intensa, tu sei una di quelle… grazie

      • No dai, non dirmi cose così belle. Ti ringrazio, ma sono anche una carogna alla bisogna.
        Eccheccazzo ho fatto la rima.

      • diamanta

        Cè differenza tra la carogna alla bisogna e la carogna sempre.
        La prima dopo un pò smette di esserlo, la seconda no…

  11. Marì

    “Delicatezza di intenti che riconosco. Tuttavia è preferibile una parola d’affetto, una presenza calda e confortante, piuttosto che scomparire nel nulla per non sbagliare. Altrimenti ci vuol poco per passare dalla delicatezza alla stronzezza.”

    questo post è proprio quel che ci voleva alla mia anima! giuro…mai post più azzeccato! Non si può non dare ascolto ad un cuore che soffre…calore, accoglienza, sincerità..una bella pacca sulla spalla…uno sms ogni tanto, una chiacchiera telefonica…. sparire ha del codardo…oltre che il sapore di “stranezza”…bello il neologismo…buona giornata!
    marì

  12. Erre

    A volte, per arrivare al dolore altrui, sulla via, trovi un muro. Un muro invalicabile. Può succedere anche questo. Oltre a tutto quello che hai detto tu. I tuoi pensieri fanno tanto riflettere, e sono scritti bene, molto bene…

    Un bacio.

    • Ah lo so! Io sono una che costruisce palazzine, muraglie cinesi! Lo so bene. Ma so che faccio del male a me e agli altri in questo modo. E’ che me la sono sempre dovuta cavare da sola. Sto cercando di imparare.

      Un bacio a te.

  13. firesidechats21 ⋅

    Ci sono persone che passano una vita intera a costruire una sorta di finta, plastica, forza, un’illusoria fermezza nelle avversità. E come se ne vantano! Il dolore altrui mette in crisi tutto questo, spazza via quelle colonne portanti fatte di apparenze e mostra la desolante debolezza di queste persone. Sono appunto le persone deboli quelle che non vogliono (perchè conta l’intenzionalità in questi casi) aiutare, quelle che non ci sono mai, quelle che “magari passo dopo eh!”.

    Invece una persona forte fa di tutto per “prendere per mano e dimostrare che si può volare” semicit. 😉

    • Conta sempre l’intenzionalità, in ogni cosa della vita. E’ lì che sbatto la testa ogni volta: nel tentativo di comprendere l’intenzione di ogni gesto. Due balle… ma son fatta così.
      Sì, prendere per mano e dimostrare che si può volare. A volte penso che sia l’unico senso che io abbia. Ci provo. Qualche volta ci riesco, altre volte comprendo che a quella mano non fotte una minchia di saper volare. E allora sticazzi.

      • firesidechats21 ⋅

        Sticazzi sì, l’intenzionalità vale anche per te.

        E poi “San Tilla” suona poco credibile, sarai d’accordo con me.

  14. Ho sempre creduto di avere spalle abbastanza larghe da sopportare tanti dolori diversi. No, mi sbagliavo. Il dolore degli altri mi fa troppo male, non riesco a contenerlo. Mi graffia da dentro per ferirmi. E io lo lascio andare. Le mie spalle non sono più così larghe.

    • Immagino che quindi tu comprenda anche gli altri che non sono in grado di contenere il tuo dolore, no?

      • Si, certo. Il dolore e’ troppo privato. Credo che ognuno debba essere responsabile del proprio dolore. A volte cola fuori senza che io neanche me ne renda conto, e allora ferisce e acceca chi mi circonda. A quel punto devo richiamarlo dentro di me e contenerlo in qualche modo. Forse, in tutta una vita, si può incontrare una persona, un’anima, che è’ davvero in grado di contenere il dolore di un’altro essere umano, ricambiata. Forse. Buona giornata, Tilla!

      • Io invece penso che il dolore sia personale, ma non privato. Altrimenti penseremmo di vivere in un mondo felice. Il dolore esonda ovunque. Non solo uno deve soffrire ma pure esserne responsabile? No, dai, no.

      • Io credo, invece, di avere la responsabilità del mio dolore. Non mi sento di buttarlo sulle spalle di altre persone perché sarebbe un dolore un più di cui dovrebbero farsi carico. Lo ritengo privato, proprio per questo motivo. Le persone che mi sostengono, che condividono il mio dolore, han provato le stesse mie cose. Con loro diventa più leggero il peso da portare, perché parliamo la stessa lingua, abbiamo le stesse ferite addosso. E’ vero anche che il mio dolore, mescolato a tutto il resto, mi cola fuori dal petto, o dallo stomaco e dintorni. Allora lo devo far rientrare, in qualche modo, perché credo non sia giusto lasciare ad altri questa responsabilità. Il dolore, anche, mi ha resa quella che sono. Me lo devo gestire da sola. Lo voglio gestire da sola.

  15. La compassione nel senso latino è uno dei sentimenti più nobili e complessi al mondo. Spesso il mio errore risiede nel minimizzare il mio dolore così poi gli altri enfatizzano il proprio,a volte esagerando. Sembra quasi che siccome sono assai disponibile ad accogliere drammi altrui i miei non esistano o siano piccoli piccoli. Ma così non è,anzi. Vorrei superare questo pregiudizio, vorrei poter essere forte per me stessa una volta. Vorrei che il mio dolore fosse per me come il dolore degli altri.

    • Sì è complesso, è vero. Anche complicato per certi versi. Ma lo minimizzi con te stessa o con gli altri o con te stessa e con gli altri? Cambiano tutti gli effetti. Minimizzare (con chiunque) può aiutare, purchè sia un minimizzare autentico, interiore (e quindi un ridurre effettivo) e non solo apparente. Poi suppongo che ci siano dolori che non possano essere minimizzati.

  16. mi piace molto questo post 😉
    *il dolore non si cancella, per me, quello degli altri deve essere protetto con cura, insegna e fa crescere tanto .. a questo vorrei che servisse anche il mio !!!

  17. Hitfreezy

    Piuttosto che dirmi che stanno male spariscono. Poi magari dopo qualche settimana “Ah sì disgrazia dolore volevo chiamarti poi boh”. Devo essere proprio un amico demmerda. E sì che lo reggo pure bene, lo prendo con spirito analitico. Però qua per aiutare sembra serva la sfera di cristallo.
    E io sono anche peggio, lo so.

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