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Imparo un’ umanità nuova ogni giorno.

Dismetto tutti gli abiti vecchi, come i ricordi più sfuggenti, quelli che non so se davvero abbiano un posto e nell’incertezza decido che l’opzione migliore è quella che prevede nuovi spazi.

Sono l’opposto di un accumulatore: getto via senza esitare, con un respiro leggero. C’è troppo di tutto e io non ho grandi necessità. Oppure le mie necessità sono troppo grandi per poter essere soddisfatte da certe piccolezze.

La notte entro in un’altra casa che osservo da una telecamera minuscola e cerco attraverso il racconto di abitarla così come vorrei. Con lo stesso dolore e gli stessi pensieri. E vorrei sentire gli stessi odori e sapori, guardare con gli stessi occhi. Ma non sarebbero gli stessi, perchè non è la mia casa e io posso solo tentare di avvicinarmi quanto più possibile. Per amore.

Lei dice: <Prenditi l’Oki per la cervicale>. Me lo scrive pure su uotsap per ricordarmelo.

La mia cervicale? Gettiamola da uno scoglio la mia cervicale. Gettiamo da uno scoglio tutto ciò che non ci piace, ti va? Se lo prenderà il mare, lo porterà su altre rive o lo seppellirà sotto i fondali e, forse, tra centinaia di anni riaffiorerà o qualcuno lo troverà. Tutto il non ci piace, anche la mia cervicale. Gireranno un documentario sul ritrovamento della cervicale e del non ci piace e sulle tecniche di recupero. E saranno formulate tante ipotesi.

Non voglio fermarmi a riflettere sull’opportuno. Incartarmi nel doveroso. E’ come dice lei, non me ne frega più un cazzo. Ecco, quello lo sento bene, forte e chiaro. Copre ogni suono e ogni rumore, anche i fruscii ed i sibili velenosi. Tutto quello che sembra e che però non è. Tutto quello che ruota attorno ai gesti vacui, ai timori relativi ad illusioni di immagini di probabilità di sottotesti di chissà-poi-cosa-pensa-la-gente. E ci metto anche un bel vaffanculo subito dopo il punto.

Che mi si tolga tutto il sembrare di torno. Non scrivetemi cartoline dal paese del sembrare, non le ricevo con piacere. Anzi, dirò alla portinaia di non mettermele nella cassetta, le butti via.

No, preferisco guardare la statuina della fatina che mi ha regalato stanotte il mio amico che chiede i soldi e che si chiama Marco, perchè a quanto pare tutti si chiamano Marco, anche se non è il suo vero nome, ma a lui piace. E sta in ginocchio su un marciapiedi tutto il giorno e anche la notte, però è lui che regala a me una fatina. Così come fa lei che mi parla dell’Oki.

Pensa un po’ quanto me ne dovrebbe fottere a me del resto.

E pure tu, che mi dici: <Ti ho letta e volevo scrivere che ti amo, volevo solo scriverti “ti amo”, però poi non l’ho fatto>.

Ecco io nemmeno voglio sapere perchè. Perchè non l’hai fatto. E non solo perchè nel momento in cui me lo stavi dicendo io avevo il respiro mozzato e pensavo di morire e non avevo voglia di questo e quello e soprattutto di spiegare perchè mi sentissi male, che non so mai come spiegarlo. Ma soprattutto perchè io già lo so che il tuo motivo ha a che vedere con il sembrare e io il sembrare proprio non lo reggo più più.

Sai cosa sembri se scrivi “ti amo”? Sembri uno che ama.

Che brutta cosa, eh?

 

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41 risposte a “

  1. Tutti i giorni provo a vivere le realtà, le mie realtà. e tutti i giorni rischio lo stritolamento. Allora si può far sembrare, cercandola, la bellezza. perchè assottigli il dolore che si prova per non essere sempre energia fluente . l’amore non sembra, è. nasce nella testa. vive dentro e intorno così com’è. Importanti: una sincera accettazione e la “fortuna” di riuscire a muoversi sullo stesso step. a volto scoperto. Le parole sono superate solo dalle intenzioni.
    Credo.
    Buongiornissimo Tilla. un sorriso.

  2. Il dolore si prende cura di un altro dolore…

    • Un essere umano si prende cura di un altro essere umano.
      Generalizzo.

      • Ama il prossimo tuo. Generalizzo anche io…eppure nonostante aver riletto ancora ed ancora il tuo post la mia attenzione rimane sull’oki e sulla fatina.
        Ho letto Emilia e Tads, una giostra di parole su cui salire e godere dei giri ad alta velocitá, io rimango ancora lenta perciò un “ti amo” spesso si usa come una sintesi che tutela dalla necessità di parlare d’altro.

      • No la sintesi che tutela dalla necessità di parlare d’altro NO! Mi rifiuto e lo rifiuto. Un “ti amo” così l’ho ricevuto solo dal Grande Pescatore di Bloggeresse qui esistente. Di solito ridevo.
        Sono contraria alla teoria per cui “ti amo” si dice in pochissime occasioni della vita, poche volte a poche persone. No, non va bene per me. Ho l’amore ampio e ritengo che dire “ti amo” non sia come pronunciare una formula magica: l’amore è sostanziale prima di ogni cosa. D’altro canto anche usarlo come un intercalare nei discorsi spacca le balle e lo destituisce della sua bellezza.
        E’ un po’ come essere davanti ad una splendida opera d’arte ed esclamare: “Oh che bello!”.

      • L’amore è sostanziale. Condivido e di più. Adesso ti dico una cosa: mia madre aveva un pudore estremo nell’esprimere i sentimenti (forma negata alla sostanza). Non l’ho mai accettato e anche ora che è morta continuo a dire che sbagliava (glielo ho detto per fortuna con voce reale anche quando era in vita) ma questa “mancanza” mi ha sempre fatto ragionare sulla bellezza di poter parlare d’amore, sulla bellezza di ricevere parole d’amore, tant’è che io ho sviluppato una forte tendenza a farlo a prescindere dalla frase in questione. Amo anche nell’amicizia e mi è capitato di dire ti amo a qualche amico/a proprio per il concetto sostanziale di cui parli. Svilire la parola con l’uso ripetitivo la priva non solo della bellezza ma anche della sostanza a mio avviso ed in quel caso ritengo che sia una sintesi, un limite.
        Un abbraccio
        Ps Ma c’è un Pescatore di Bloggeresse?
        Ps2 cara Tilla mi mancava “chiacchierare” un pò con te!

      • Sì sì Mita, c’è un Pescatore di Bloggeresse su WP, ormai piuttosto noto, ma mai abbastanza. Sai che volevo scriverlo, non mi ricordo più in quale commento, che anche a me è capitato di dire ti amo in occasioni particolari ad amici, solo ed unicamente amici, per l’intensità di alcuni momenti? Anche mia mamma non esprime le proprie emozioni positive, solo quelle negative, quelle in abbondanza, ma il positivo mai, nemmeno con il corpo, fisicamente, riesce a farlo. Forse è per questo che io desidero manifestarle, desidero che siano visibili.

      • Ho riflettuto un pò prima di rispondere perché quando ci sono cose molto personali bisogna riflettere, perché alcune volte il silenzio è un modo per essere vicini (e tu sai che io amo le parole) ed è l’unico modo per non essere fuori luogo.
        Ecco per quello che riguarda tua mamma io sto in silenzio senza la presunzione di capire quello che non conosco.
        Però è vero che il desiderio – come bisogno- può nascere a volte dalla mancanza e forse rendere visibile un sentimento è il desiderio che chi amiamo non possa provarne il bisogno.

  3. momix

    Se già essere è faticoso
    sembrare è uno studio ancor più faticoso
    aggiungi fatica di sembrare alla fatica di essere
    fff….e poi magari (anzi, sicuro) non va bene lo stesso

    ciao tilla!

    • Ebbrava Mò! E’ quello che dico anche io: una rottura di palle infinita! Oltretutto tendenzialmente di ciò che qualcuno sembra, frega poco a tutti. E’ un’idea che si cancella e modifica in un attimo se per quel qualcuno non hai una vaga rilevanza. E se non si ha rilevanza per qualcuno, ma sticazzi del sembrare! Se una persona si occupa più del mio sembrare che del mio essere, non mi preoccupo molto della sua opinione.

  4. bakanek0

    Metto un unlike sulla tua cervicale.
    Un like sulla scogliera. Oltremanica.
    Un like sul nome Marco. Breve. Racchiude l’ossimoro spirituale e materiale dell’essere apostolo e valuta.
    Poi ti abbraccio.

  5. diamanta

    commertari a volte mi sembra di sminuire quello che scrivi, che posso aggiungere che tu non abbia già dipinto con le parole in modo che non pensiamo e riflettiamo?

    Eh si sembrare uno che ama a qualcuno sembra brutta cosa.

    • Sminuire? Ma che dici! Le parole altrui non possono essere sminuite, hanno una loro oggettività, si distaccano anche da chi le scrive. Le mie, specificamente, ci pensano da sole a sminuirsi.

      • diamanta

        si ma a volte certe parole contengono già tutto, dirne altre è quasi un “rovinare”. Non so in questo spiegarmi bene, e come quando rimani in silenzio davanti a un quadro

  6. TADS

    Esimia,
    solo una domanda.
    “a che serve dire a qualcuno ti amo???”

    TADS

    • Emilia

      A che serve dire a qualcuno “ti amo”? A metterlo/a al corrente.
      A che serve “dire” a qualcuno che lo si ama? A cercare un feedback prima di mettersi in campo con le azioni, e dimostrarglielo che lo si ama.

      Se invece era una specie di perifrasi per dire “a che serve amare?”, beh, amare non serve a un cazzo.
      Come soffrire. [cfr. Pavese]

      Purtroppo.

      • TADS

        metterlo al corrente qualora gli fosse sfuggito???

        ho capito: “ti amo, per adesso te lo dico, con calma seguiranno azioni di supporto/convalida”

        dire a una persona “ti amo” significa compiere un periplo intorno alle proprie debolezze, impacchettarle e metterle nella mani del destinatario di tale nota informativa

        TADS

      • Emilia

        Metterlo al corrente qualora si sia abbastanza bravi da celare i propri sentimenti e/o a questa persona fosse sfuggito (leggi: qualora questa persona ci veda innamorati,ma non sappia quale sia la nostra auto-valutazione dello stato emotivo nei suoi confronti).

        Dire a una persona “ti amo”, hai ragione, é spesso dire “oh, io ti amo, mo´so cazzi tua”.
        SE peró si ama davvero allora é “state the obvious”: ti dico che ti amo, ma tanto lo sai giá.
        http://cadaverieccellenti.wordpress.com/2013/06/24/mi-ami-e-lei-se-ne-sta-zitta/

      • Belli belli belli questi scambi. M’è venuto il pizzicorino alle chiappe dal desiderio di rispondere. In primo luogo penso che Emilia abbia maggiormente intuito il “mio” senso, sarà che è un genio? Sarà che mi conosce un po’? Sarà che è mia figlia? Ma veniamo a noi.
        Signor TADS, premetto che per quanto mi riguarda mi impegno ad evitare di cercare un’utilità immediata in tutte le cose, è un problema che sto cercando di risolvermi. Nello specifico, generalizzando, dire “ti amo” ad una persona serve quanto può servire dire tante altre cose: a tutto o a un cazzo. Può servire alla persona che lo dice per comunicare il proprio stato d’animo, per esternarlo se se ne ha desiderio/bisogno; può servire a chi lo ascolta a conoscere quello stato d’animo se si è un po’ di coccio o a provare piacere nel sentirselo dire (non mi pare ci sia nulla di disdicevole al riguardo). Se dobbiamo parlare di utilità, mi vengono in mente queste opzioni “in generale”.
        Nel caso specifico, non posso non avere riguardo alla mia persona ed alla persona cui mi riferivo, quindi le argomentazioni rientrano nel massimo della soggettività. Più precisamente: io, quando amo, lo esprimo, senza eccesso di timori, sia perchè egoisticamente ho piacere nell’esprimerlo, sia perchè chiarisco sempre che il mio “ti amo” è un indicativo presente, non è un “ti amerò”. E, del resto, chi mi conosce sa che io non mi prevedo il futuro. E’ un modo per significare verbalmente l’intensità di un’emozione. In un caso l’ho espresso a persona che non ricambiava quel tipo di sentimento: l’ho fatto per informarlo, che dopo un po’ mi sento disonesta a far la finta tonta, e per egoismo. Ma ho ulteriormente specificato che “me la sarei vista da sola”, cioè che il “problema”, in un modo o nell’altro, me lo risolvo da me.
        Ancora più nello specifico del post, il senso assume una veste particolare. La persona in questione mi ha già detto che mi ama. Non avevo bisogno di sentirmelo dire per chissà quale motivo. Il post aveva a che vedere con il sembrare ed il timore di sembrare qualcosa dinanzi agli altri, soprattutto quando gli altri sono un insieme di persone che non hai la più pallida idea di chi siano, non gliene fotte una mazza di te, ecc ecc. L’idea che una persona che abbia desiderio di esternare un’emozione in uno specifico contesto e con specifiche modalità, si freni per il timore di ciò che può, forse, chissà, sembrare a boh, chissà, forse, qualcuno, mi infastidisce perchè si inserisce in un contesto più ampio di eccesso di timore verso l’opinione altrui.

        In merito invece al consegnare la propria debolezza all’altro attraverso un “ti amo”, io francamente non la comprendo, ma credo che, anche qui, ci sia una soggettività sottostante dalla quale non si può prescindere. Ritengo che omettere o nascondere il proprio sentimento all’altro sia più debole o imprudente; ritengo che, ove bastasse un “ti amo” per far pensare all’altro di essere Stocazzo, ci sia un problema relativo al non comprendere un cazzo; ritengo, infine, che la consegna della propria debolezza (se proprio la si voglia intendere in questo modo) avvenga con l’amare e non con la pronuncia di alcune parole.

      • Emilia

        “Ritengo che omettere o nascondere il proprio sentimento all’altro sia più debole o imprudente;”

        Io non so cosa pensare, so che la mia natura non riesce a concepire tale eventualitá. Uscendo dal discorso amore, se provo qualcosa, te lo dico. Con le giuste tempistiche, con i giusti mezzi, con riguardi e parole e e e… ma lo dico. Non per paura di debolezza o imprudenza, semplicemente per (i)”istinto” ed (ii) egoismo: cioé non ho alcuna voglia di dovermi strozzare con le mie stesse mani sopprimendo sentimenti.

        “ritengo che, ove bastasse un “ti amo” per far pensare all’altro di essere Stocazzo, ci sia un problema relativo al non comprendere un cazzo;”

        C´é gente che si ritiene Stocazzo anche con molto meno – calandomi nell´esempio reale, pratico, attuale, a me é bastato dire ad un amico “Ehi, guarda che sto cominciando a provare qualcosa di piú forte dell´amicizia per te” per assistere a un fuggi fuggi e un balbettato “per me sei solo un´amica”. Ma vedi d´anná ´affanculo.

        “ritengo, infine, che la consegna della propria debolezza (se proprio la si voglia intendere in questo modo) avvenga con l’amare e non con la pronuncia di alcune parole.”

        Amen.

      • Ah ma lo so perfettamente! (Mi riferisco agli Stocazzo). Ci ho messo un pochino per comprendere che il mio sentimento serviva ad alimentare un ego. Ho compreso che esistevo solo quando servivo, che la manifestazione dei miei pensieri belli incensavano un altare addobbato per altri e, quando ad un certo punto ho fatto presente che, si vabbè mi risolvo da sola il problema, ma magari parlarmi da maschio a maschiA di quanto ti piaccia una tizia, un filino mi ferisce, e mi sembrava carino magari, chessò, evitare questo argomento, ho compreso che venivo meno nell’utilità. Ci ho messo un pochino a capire tutto, ma nell’istante in cui l’ho compreso ho alzato le mani e mi son detta: “Ho sbagliato, non so chi cazzo stessi amando”. Fine dei giochi.

      • Emilia

        Forse sei (siamo) delle “simpatiche”? Ho appena letto un post geniale al riguardo. Di TADS.
        http://angolodelpensierosparso.wordpress.com/2013/11/27/ti-presento-unamica-che-tipo-e-e-simpatica/

        Ultimamente son cosí delusa ed irritata che mi comporto da vera stronza con chiunque. E ecco nugoli di microcefali come api al miele (come mosconi sulla merda) che si stracciano le vesti per accaparrarsi una mia occhiata.
        Com´é che mi innamoro solo di gente “inarrivabile” e/o che mi “friendzona”? :O

      • Credo che per poter definire me “simpatica” sia necessario essere alla 5^ birra, al 3° martini, ecc. ecc. Tendenzialmente sono spaccapalle, anche quando sto in silenzio qualcosa di me rompe i cojoni, anche a me stessa. E’ quella mania di analizzare, suddividere, catalogare, approfondire, scindere l’atomo. E’ anche vero che in atmosfere da cazzeggio splendo come il Grande Ra Cazzeggiatore. Sì avevo letto il post di TADS, qualcosa, probabilmente per preesitente giramento di palle, m’aveva dissuasa dal commentare.

      • TADS

        leggerò sicuramente, mi piace il tuo modo di ragionare

      • Emilia

        Merci beaucoup.
        Anche a me il tuo. Macchett´o dico a´ffá.

  7. Emilia

    “Sono l’opposto di un accumulatore: getto via senza esitare, con un respiro leggero.”: “if you want to live a happy life, tie it to a goal, not to people, places, or things”. ECCO perché mi piaci, tu impersoni uno dei “miei motti” di vita.

    E il discorso del sembrare sarebbe tutto sommato perdonabile se si trattasse di riguardo per la propria reputazione / immagine che si vuol vendere di sé. Ma sai cos´é terrificante in tutto ció? Che il soggetto in questione spesso si auto-limita non perché si chieda “cosa penserá la gente di me?”, bensí perché si chiede “cosa DIRÁ la gente di me?”.
    Questo é essere Provinciali. Questo é essere coglioni. Questo é il tripudio della paura di vivere.

    • TADS

      questo concetto lo sottoscrivo senza esitazione alcuna.

      TADS

      • Sì, era il concetto che volevo esprimere. Eppure noto che questi timori stanno dilagando. Mi sento circondata.

      • TADS

        circondata o accerchiata?
        le rammento che ha un contratto matrimoniale da onorare col sottoscritto

      • Circondata indubbiamente, accerchiata talvolta e talvolta persino soffocata. Cerco respiro in alternative che si fanno sempre più rare.
        Non dimenticherei mai il contratto matrimoniale, son qui con la penna in mano! Ma tendo alla non-invadenza: non appena le condizioni saranno stilate secondo il suo gradimento mi basterà un fischio. Se desidera preparo intanto la consensuale da depositare scaduto il termine fissato in contratto.

  8. TADS

    il mio “leggerò sicuramente” si riferisce al link postato da Emilia, non capisco come sia finito lì, no problem

    Tilla,
    io condivido la sua risposta articolata, tuttavia non avendo esperienze dirette significative attingo a fonti terze, nella mia vita, per motivi che non mi pare il caso spiegare, mi sono imbattuto più volte in persone, maschi e femmine, devastati dall’amore, è una chiave di lettura scomoda. è sufficiente leggere le relazioni degli psicanalisti per rendersi conto di quanti danni produca questo “stato d’animo” chiamato sentimento. In fondo è una scommessa con se stessi, non dimentichiamoci di quella scuola di pensiero “intercettazione della propria follia” che asserisce quanto segue: “io non faccio l’amore con te, neanche ti amo, io faccio l’amore con me stesso e amo me stesso, semplicemente lo faccio attraverso te”. Da non confondere assolutamente col concetti di “usare” ed essere “usati”.

    • Qui tutto va in posti diversi da dove dovrebbe essere. E’ anche divertente.
      Sì TADS, quello che lei dice si lega ben benino alla soggettività cui mi riferivo. Probabilmente ho questa opinione perchè io “devastata dall’amore” non sono mai stata in vita mia. E le rare volte in cui ho provato un senso di poetico sdilinquimento per qualcuno che non mi cagava, ad esempio, l’ho considerato come una benedizione estetica ed estatica, da liquidare dopo un po’ per necessità di concretezza o per esaurimento dello scopo sociale. Anche la fine della mia ultima relazione, una convivenza di 4 anni, è stata indubbiamente dolorosa, ma considerato il rapporto, la stima e l’affetto reciproco, ho sfanculato il dolore ed il senso di fine per la trasformazione/costruzione di un’amicizia profonda.

      Quella scuola di pensiero mi ha spesso dato da pensare, nel senso che ho sovente ritenuto che potesse essere così (senza alcun giudizio negativo, anzi). Non mi sono ancora risolta questo enigma interpretativo.
      No no l’usare è ben altra cosa, ma proprio tanto altra.

  9. poetella

    e quanto chiacchierate!
    Uff!

  10. E io che mi accontento anche di un semplice no, chissà dove abitano i no.

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