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Dice: <Andiamo un week end in campagna, ci rilassiamo!>.

Borbotto e grugnisco: non sono convinta. Non che non stia bene lì, ma d’inverno fa un freddo, no, non fuori, fa freddo dentro casa.

Dice: <Partiamo presto, arriviamo con il sole, ci sistemiamo, ci godiamo la giornata. La casa è già pulita, vado un giorno prima ad accendere i riscaldamenti, blablabla…>.

Borbotto e grugnisco di nuovo. Ma è il mio migliore amico, è un anno che non andiamo a casa sua, che faccio? Gli dico di no? Gli nego un piacere? NON SIA MAI!

E sia! Andiamo!

Partiamo presto. La partenza è rimandata di mezz’ora in mezz’ora per quasi due ore.

Arriviamo con il sole. Arriviamo alle 17, è buio. Carichi di spesa come somari, ci arrampichiamo in cordata sull’erta medievale che duce alla sua casa arroccata. Ciccetta e la signorina C. sono interamente coperte di vomito lattiginoso, acidulo e dal fetore indiscutibile. Io mi lascio trainare dalla Cagnola che, essendo un mezzo setter, tira annusando ovunque.

Borbotto e grugnisco.

Ci godiamo la giornata. Tutto il tempo rimanente se ne va per sistemare ogni cosa dentro casa, accendere il fuoco, manca la legna, accettala in legnaia, prepara la cena, ecc. ecc.

Fine prima giornata.

Seconda giornata.

Inebetiti dal freddolino, continuiamo con le sistemazioni. Tra il piano di sotto e quello di sopra, per come è fatta la casa, non ci si sente. Non riusciamo a comunicare e non possiamo urlare perchè la Ciccetta dorme. Ci chiamiamo con il cellulare. C’è un solo mazzo di chiavi per tutte le porte di ingresso (tre) e non si capisce mai chi le ha, chi è in casa, chi è uscito, chi fa cosa. Sembra di essere in certe rappresentazioni teatrali in cui un personaggio entra da una porta, mentre un altro esce da un’altra e non si incontrano mai.

Arriva l’ora di cena. Mangiamo.

Mi sento male.

Non faccio in tempo ad esprimerlo con modalità urbane che mi catapulto in bagno.  Penso che mi schizzino fuori anche gli occhi dalle orbite: non c’è nulla che voglia rimanere assestato nel mio corpo. Dolori ovunque.

Vado avanti così per un paio d’ore durante le quali 6 occhi mi guardano preoccupati. Alla fine cedo: chiamate un medico.

Da un altro paesino a 30 Km arriva nella notte nebbiosa una giovane dottoressa chiappona. Simpatica, sorridente. Le espongo dal capezzale i sintomi, mi faccio la diagnosi, le suggerisco la cura. Ride. Conviene con me che un’iniezione di Plasil sia la cosa migliore dopo 5 svomitazzate. Conviene altresì con me che sia meglio attendere un po’, poi procedere con Diosmectal e Biochetasi. Le dico che so che il Buscopan non va assunto in concomitanza con il Plasil, ma che se fra un paio d’ore ho ancora dolori, io me lo pjo. <Serve una ricetta? Qui però le farmacie notturne…>. Tranqui dolce dottoressa chiappona: ho tutto e anche di più. Mostro la borsetta del medicinale e sgrana gli occhi. Faccio il sorriso sbieco di chi la sa lunga.

Secondo lei è un virus intestinale. Io mi oppongo: secondo me è intossicazione alimentare. Anche se sto male solo io,  conosco il mio corpo.

La dottoressa si riavvia tra tortuose stradine e io penso che la sua deve essere una vera vocazione. Poi mi pento di non averle chiesto il nome.

Procedo ogni 20 minuti circa con una visitina al bagno, alternandola con il sonno.

Dopo un paio d’ore, Ares che giace accanto a me, s’alza di scatto e corre in bagno. E’ allora che si apre la piccola porta che dal corridoio dà accesso alla scala a chiocciola e compare il volto affranto di V.: <Anche Ares? Anche io…><E la signorina C.?> <Nausea tremenda>. Guardacaso lei non ha quasi toccato cibo.

Intossicazione alimentare. Di nuovo il sorriso sbieco. Complimenti Dottoressa Tilla, mi congratulo con lei. Ma si figuri, dovere.

La notte procede così, sino all’alba ed oltre. Tre adulti che si alternano in due bagni. Tre adulti che, considerate le circostanze, è come se fossero sei.

Perchè, seppur sia vero che per molte persone è difficile distinguere tra faccia e culo, ci sono momenti in cui la distinzione deve essere chiara.

E ancor di più è necessario prendere una posizione, scegliere da che parte stare, con grande tempismo, altrimenti, a sbagliare versante, può accadere lo sfacelo.

Terzo giorno.

Mentre il sesso forte giace a letto dolorante, lamentoso e febbricitante, il sesso debole prepara le borse, sistema tutto per richiudere la casa, si carica bagagli, neonati e cani fino alla macchina, guida, tiene la manina dei timorosi, consola gli inebetiti e porta tutti a casa.

Ci rilassiamo.

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9 risposte a “

  1. rodixidor

    Secondo me era un virus cittadino che non sopporta la campagna … 😉

  2. liù ⋅

    Ma quant ti invidio !! 😉
    Solo a te potevano capitare tre giorni così ! :mrgreen:
    Scherzo Tillina, però ,hai trascorso letteralmente tre giorni di merda 😆
    Un bacione
    liù
    PS: sai che pur’io tengo praticamente tutto nell’armadietto dei medicinali?
    Mi sono risparmiata un sacco di nottate al pronto soccorso.

  3. Più che effetto rilassante direi effetto lassativo…. 😉

  4. Diemme

    Beata solitudo, sola beatitudo!

  5. poetella

    prima regola del saggio:
    Impara a dire di no, n’antra vorta…che se no…
    (beh…un chiletto l’avrai perso, no? Tra scarpinate e…altro…)
    contenta mamma. (credo)
    ciao, Tillè…
    (comunque conosco un modo più…piacevole
    per dimagrire,
    volendo…)
    😉

  6. Bia

    un tranquillo weekend…. di paura!!!

  7. firesidechats21 ⋅

    Uh. Spero ti sia ripresa in fretta, nè!

  8. bakanek0

    Hai annusato i rosmarini e ascoltato gli uccellini ammore?

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