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Mi dono un incipit e anche di più

L’ uomo stava strisciando fra le felci, come un gigante in un palmeto, pensò, cercando con entrambe le mani la sorgente perduta, quando la vide.

Non la sorgente, di cui tuttavia sentiva l’umida presenza fra le dita, ma lei, la ragazza selvaggia.

Era in piedi nella radura, con le braccia nude, le gambe nude, in mezzo alle quali erano negligentemente annodati i lembi di un vestito di seta rossastro che aveva sollevato in quel modo per camminare.

Ma non stava più camminando. Si era fermata, adesso sarebbe rimasta qui. Lui capì che stava succedendo qualcosa… Attorno alla ragazza c’era un’aura di disperazione che la rendeva immobile e assente come una morta.

L’uomo attese.

Lei stava aspettando.

Levò il viso verso il sole. I capelli, raccolti sul lato che l’uomo non riusciva a vedere, le scesero lungo la schiena, andandole a sbattere contro i polpacci, all’altezza dell’erba. Poi, come se quel peso le avesse squilibrato il corpo, la ragazza gemette e si accasciò.

L’uomo rimase nascosto. Non la vedeva più e già dubitava. “Andiamo male, vecchio mio, se hai delle visioni…” Proprio lui, un uomo ancora giovane e sano, robusto, anche felice! Un ingegnere idraulico. Ma la solitudine non fa bene a nessuno.

Era mattina e faceva molto caldo, la terra esalava i suoi odori.

L’uomo si rialzò, scostò i rami, s’impantanò, ma aveva degli stivali di cuoio che schiacciavano tutto al loro passaggio, anche quelle foglie grandi, quei bicchierini-del-pellegrino con la goccia di rugiada. Uscì dai cespugli dove il sole non penetrava. Restò abbagliato e abbassò gli occhi. Ai suoi piedi, la ragazza era coricata: il volto fra le scabbiose, i capelli come un lenzuolo nero buttato sopra di lei.

Dunque esisteva. E lui, certo, anche lui esisteva. Ed era dotato della miglior salute del mondo. Accanto a questo, di intelligenza.

Si accovacciò silenziosamente. Aveva paura di svegliarla. E aveva paura di farle paura. Però lei non stava dormendo. Le fece ruotare la testa, prendendole le guance (il gesto del prete con il calice), ma le palpebre truccate d’azzurro restarono chiuse.

La sollevò un po’: pesava come una lepre adulta sul suo braccio, e la testa ricadde all’indietro; il collo sottile, contratto, disegnava una linea bombata. Troppo, fece in tempo a pensare l’uomo, un’ombra di gozzo? Se la rimise contro la spalla, e si chinò ancora per ascoltare il cuore che batteva. Dalle macchie rosse sulle proprie mani, si accorse che la ragazza sanguinava.

La baciò bruscamente sulla bocca, poi guardò verso lo chalet abbandonato: il centro, il tempio e la ragion d’essere di quella radura che era invasa da tutti i polloni della foresta. Niente più porta, e il tetto, di grossolani listelli di larice, era sfondato. Ma quella malga conteneva un letto di legno senza coperta e lui la depose lì sopra, uscì di nuovo, penetrò ancora nella ramaglia e fra le piante molli della sorgente in cui inzuppò il suo fazzoletto. Tornò. La ragazza aveva già aperto gli occhi e lo contemplava senza capire. Lui le passò la pezzuola umida sulla fronte.

<Signorina, signorina!> disse, troppo sorpreso, quasi infastidito da tanta rara bellezza.

Gli occhi della ragazza erano così stranamente sorridenti da parergli insostenibili.

<Chiuda gli occhi…> le ordinò.

Tamponò le palpebre. Il fazzoletto si impregnò di ombretto di azzurro.

<Cosa le è successo?>

Era già pronto a farle una predica: <Che sciocchezza ha fatto?>. Lui apparteneva alla generazione precedente, più assennata, credeva lui. E quella ragazza, da dove veniva? Da un bar della stazione di fronte, senza dubbio, dove la polizia anche recentemente aveva beccato dei trafficanti di droga, dei minatori. Ma lì, su quel versante della montagna nera, era il deserto.

<Cosa cerca in questi boschi? Si sta nascondendo?>

Lei non rispose, gli occhi sempre chiusi.

<Stia tranquilla, non dirò niente, non le chiederò neanche niente.>

L’uomo rimase irritato dal silenzio della ragazza. Sì, gli venne voglia di scuoterla e se ne vergognò un po’. Ma continuò a tamponarle il viso; lei lo lasciava fare, si lasciava toccare da quelle dita agili e spatolate. A cosa stava pensando? Semplicemente le piacevano quelle dita, la loro dolcezza la confondeva.

<Ma lei è ferita!>

<Sanguino…>

<Dove?>

<Dappertutto. Sanguino dappertutto.>

<Ha bisogno di essere curata! La curerò io. Si svesta!>

<Ci vorrebbe dell’acqua pura> disse lei guardandolo (e la sua voce si fece più nitida) <ma non sono riuscita a trovare la sorgente.>

<Io so dov’è.>

L’uomo prese un vecchio secchio di ferro che c’era in giro e sparì. La ragazza restò coricata, richiuse gli occhi. Per la prima volta da tanto tempo, si sentiva bene; anzi, non s’era mai sentita così bene. <Sono felice!> e sapeva di non averne ragione.

L’uomo tornò.

<Non esiste acqua migliore!> disse. <Voglio sottoporla a un esperto, si potrebbe imbottigliarla e far fortuna… Ah!> rise <il paesaggio qui cambierebbe!>

<Lo chalet è mio, la sorgente anche. E le proibisco di metterci le mani.>

<Oh!> fece lui turbato. <Lei è la signorina L.?>

<Non sono più la signorina L.>

<La credevo all’estero.>

<A volte si torna. Adesso sono tornata per sempre.>

La ragazza rispondeva e lui continuò a parlare mentre l’aiutava a svestirsi, ma il tessuto si era incollato dolorosamente alla pelle a causa del sangue secco.

<Le faccio male? Mi dica se le faccio male?>

<No, non mi fa male.>

Adesso era nuda e senza imbarazzo, si fidava di quelle mani d’uomo che le lavavano le ferite.

<E comunque non si sarà tagliata apposta!> rimproverò lui. <Tutte quelle incisioni, precise identiche. Con cosa?>

<Un coltello militare, il pratico coltellino militare rosso scuro> disse lei ironica. <Lama, punteruolo e apribottiglie.>

L’uomo ebbe un leggero trasalimento.

<Bisognerebbe metterci… Aspetti! Conosco le piante.>

Rapido come una scimmia, si era strappato via la camicia bianca e l’aveva posata sul corpo della ragazza. Adesso toccava a lui essere nudo, un torso bruno chiazzato di lentiggini.

<L’ho messa pulita stamattina. Mi scusi, esco un attimo e torno.>

Il calore dell’estate, ma un calore vivo, pensò lei, le riscaldava il corpo disteso. Chiuse di nuovo gli occhi. Sono troppo felice… cosa mi sta succedendo? Le tornò l’angoscia. Faceva fatica a respirare. E se l’uomo non fosse tornato?

Tornò, con le mani piene di foglie di piantaggine.

<Le ho trovate qui vicino. Vedrà: le vecchie sagge di una volta non erano poi così folli. Le faranno bene. Gliene incollo qua e là, dei francobolli. Si giri. Ah! ma… ha anche delle cicatrici.>

Adesso era coperta di fogliame. Profumava come un prato dove il gregge ha appena brucato. Poi si sollevò per infilarsi la camicia da uomo di tela leggera.

<Le sta un po’ lunga, le fa da vestito. Io sono un gigante e lei…>

<Nana.>

Risero.

<Lei è il buon Samaritano.>

<Grazie, gentile da parte sua.>

L’uomo divenne cerimonioso. Ma i suoi occhi stavano ridendo di lei.

Corinna Bille, La damigella selvaggia.

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4 risposte a “Mi dono un incipit e anche di più

  1. bakanek0

    Sai che anch’io avrei scelto come tag: dappertutto. Sanguino dappertutto?
    Ma certo che lo sai…
    Sta piovendo a dirotto, nell’altra stanza, voci. Anche le nostre. Bello parlare di libri così, riportando echi di nostre conversazioni o regalando pezzi che ci fanno ricordare qualcosa l’una dell’altra.

    saranghaeyo 사랑해요 che poi sarebbe ti amo in coreano. Perché parliamo anche delle serie televisive coreane, e non siamo mai a corto di argomenti.

    • Sì che lo so. Perchè mi ha abbagliata quella frase all’improvviso.
      Ed ecco che mi viene in mente “All’improvviso l’estate scorsa”, perchè tutto si collega continuamente con te e potrei proseguire all’infinito, pescando nel calderone del bello, tanto ci sguazzi pigramente soddisfatta, come me. Chi è in continuo movimento può anche restare immobile. Oggi parlavo con V. e ho avuto modo di usare “segaligno”, allora ho tirato fuori anche “addiaccio” e “gridellino” e poi “scipito”, al quale sono tanto affezionata.
      Ti ho subissata di chiacchiere e parole quella notte, spero non troppo. Non sono abituata a parlare tanto, per questo poi ho perso la voce. O forse non mi interessava più dire alcunchè ad altri. Non avevo più bisogno della voce.
      我爱你。

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