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Dodici. Solo dodici.

Giorni andati via.

Soffoco a tratti. Poi riprendo aria. Dalle mie vene, dal cielo e dalla pioggia, dai sorrisi, dal freddo del mattino, dal buio della notte, dalla bellezza delle immagini, dal sole e dalla nebbia dei ricordi, dall’odore del mare. E torno a respirare.

So sopravvivere come un fiore del deserto, con gli accenni umidi trasportati dal vento.

So calcolare la distanza tra una parola e l’altra nei pensieri dell’universo, contandomi istante dopo istante.

Annuso la paura nelle narici altrui, la menzogna tra le sopracciglia, il dolore sul profilo delle labbra. Tutto.

Anche il battito d’ali di quella cazzo di farfalla nell’altro emisfero. Controllo, calcolo, controllo, ricalcolo, definisco, controllo, sistemo, catalogo, ricalcolo ancora.

Un giorno sei arrivato tu e ridendo me lo hai detto.

<Guarda che non mi fai paura.>

Tu che non consideri le conseguenze. Che non calcoli e non controlli. Vuoi, decidi e fai. Che non temi ciò che gli altri temono e poi ti perdi in un cielo così lontano che per raggiungerti devo costringermi a seguire un filo privo di senso.

Tu che non hai voluto sapere come fossi, perchè come sono già lo sapevi.

<Voglio vederti per la prima volta quando sarai davanti a me.>

Tu che sei passione, pura, primordiale, intatta, mai deviata, mai controllata, mai schiacciata, mai educata.

E io posso riposare, chiudere gli occhi, dismettere il controllo, i calcoli, le probabilità, le statistiche.

Ti seguo, ridendo, piangendo, stupendomi. Ti seguo con la libertà che avremmo potuto avere migliaia di anni fa.

Portami con te tra le tue foreste, sui tuoi scogli, sulle sponde dei tuoi laghi, tra l’odore di muschio e la salsedine. Senza parole, solo con sguardi e respiri.

Portami con te.

Tesserò attorno al tuo pianeta una rete.

Nessuno ti cambierà.

Nemmeno io.

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