Coloro che, ignorandolo, indossano il dono dell’essere, mi piegano le ciglia dinanzi allo spettacolo muto della distanza.

Sorrido solo a destra con una mano protesa e un gesto di pregiata fattura verso chi si annaspa un minuto di altezza.

Ho la ragione al centro del petto a confermarmi gli occhi.

Mi infilo in una volontà di qualche taglia in meno per sentirmi spogliata di ogni senso e affidarmi all’evanescenza di un nuovo odore.

Pur essendo ovunque, io non ci sono.

Chi mi ama non mi segua.

Annunci

Mood: tra lo scojonato e l’isterico.

Listening to: Rotting Christ con aria sognante.

Watching: Kinky Miss Paige Turnah Dominates Lexi Lowe, versione in HD.

Eating: pizza di ieri, lasciata aperta sul tavolo a rinsecchire.

Drinking: credetemi… non vorreste mai saperlo…

Reading: “Come rendere felice il vostro uomo preparandogli torte da Nonna Papera con il fazzolettino in testa” alternato a: “Come rendere felici voi stesse con il primo sconosciuto bello come il sole incontrato per caso”.

Uselessly flirting with: Zeusstamina, spudoratamente, e Gintoki, osservando perplessa come butta. Alternati o anche insieme.

Scratching: my balls.

 

Ci sono persone che quando stanno male o sono preoccupate o sotto stress o con le palle girate devono per forza, a tutti i costi, parlare parlare parlare parlare. Senza mai smettere, nemmeno per un secondo: potrebbero guardarti perire sotto i loro occhi mentre ti disidrati, dimagrisci, fai i tuoi bisogni sul posto ecc. ecc. e NON smettono.

Poi ci sono quelli che ogni giorno trovano qualcosa per cui lamentarsi, borbottare, piagnucolare, evidentemente al fine di avere qualcosa da dire, essendo sguarniti di altri argomenti, e parlare parlare parlare parlare, mentre io mi sento il sangue nelle vene diventare cianuro, arsenico, curaro e antimonio, e cogliere il momento migliore per azzannare e finire gli ultimi scampoli di rotture di coglioni.

E ci sono quelli come me che, quando stanno alla canna del gas o con le fiamme dell’inferno negli occhi e il desiderio di proiettare un raggio laser che possa sezionare in modo perfettamente simmetrico una larga percentuale di umani, non vogliono avere gente tra le palle. Non vogliono parlare. Non vogliono ascoltare. Preferiscono starsene per i cazzi loro e non interagire con chicchessia. E’ l’unico modo per far finire in fretta l’apocalisse.

Detto ciò, io mi domando come mai il mio migliore amico, che, santalamadonna, mi conosce da 23 anni, ogni cazzo di volta che mi trovo in quelle condizioni per le quali è meglio evitare, mi si presenta innanzi e comincia a guardarmi con la faccia di uno che gli scappa la diarrea nella metro.

Perchè?

E’ inevitabile che io poi me la prenda con lui, no?

Poi c’è sempre il qualcuno di turno, a cui dico: “Guarda, ciò le palle girate, ho bisogno di stare da sola”, che non significa un anno o un mese, magari un paio di giorni. E invece no! Il qualcuno di turno è matematico che attacca a scassarmi la minchia con domande e telefonate.

MA PERCHE’?

Ma, diosanto, accettate la vostra impotenza!

L’unica in grado di aiutarmi sono io.

Si ringrazia Dorotea per la gentile partecipazione, con inchino, nascondendo il volto con il ventaglio, indossando parrucca settecentesca bianca e applicando neo finto e cipria sulle maestose tette sollevate da un corpetto strettissimo.

Non voglio ricordarmi attraverso il tuo specchio la mia anomalia.

Ci fosse un circo per quelli come me, avrei un posto adeguato in cui esibirmi e colleghi di lavoro ai quali raccontare i miei incubi preferiti.

Alla fine dello spettacolo le famigliole camicie a quadretti e maglioncino di finto cachemire comprato al banco del mercato del sabato mattina applaudirebbero sorridenti e tornerebbero ai loro lunedì di vera regolarità, vera come il loro cachemire, con tutte le convinzioni del caso e l’uso costante della prima persona plurale nei discorsetti di amore e dolore e colore e pallore e fetore e.

Oh che buffi, che strani, chissà come fanno? Quale sarà il trucco? Mamma papà ma davvero si fanno male? Ma no, è tutto finto, c’è un trucco. Mica segano davvero in due una donna, il sangue è finto, i coltelli hanno le lame di gomma e il mondo è un posto bellissimo con tanto amore in cui non ci si deve fidare del vicino o del nonno o della socia della mamma e i froci si chiamano gay.

Chiuderemmo i tendoni la notte e tra di noi con il sorriso affilato potremmo scambiarci lembi di pelle e sussurrarci le migliori storie e scrivere assieme finali diversi, rappresentati all’impronta dai più volenterosi. Lasceremmo gocciare il veleno dal sangue e lo distilleremmo in apposite fiale di cristallo blu. Oppure potremmo guardarci in silenzio, sospettosi e guardinghi, nell’attesa della prima mossa del nuovo gioco. Quello senza regole.

Se ci fosse un circo per quelli come me, mi inciderei sulla guancia destra un piccolo quadrifoglio e aspetterei il giorno seduta su un tavolo di legno indossando una gonna a balze, con le gambe penzoloni, cantando in una lingua sconosciuta.

Se ci fosse un circo per quelli come me, mi morderei le labbra ridendo, lancerei in aria fiaccole infuocate e scriverei sulla mia porta “DO WHAT THOU WILT”.

No, non ti sveglierò stanotte, amore mio.

Non c’è un circo per quelli come noi.

Facebleah

Mi son trovata costretta, dietro pressanti insistenze per rotture di palle di altro genere, a creare un “cazzo di coso” su facebleah, che notoriamente detesto.

Con stretto anonimato, cambiandomi pure il cognome dello pseudonimo. E già a questo punto avevo le balle sfrante.

Considerato che gli unici esseri viventi che non mi sfracassano da mane a sera son tutti racchiusi in questo angolo di rete, intanto metto qui l’indirizzo del “coso”, prima di utilizzarlo per rotture d’altro tipo.

Vediamo quanto resisto stavolta…

https://www.facebook.com/tilla.neri

 

Rosa marcet oriens

Perchè fermarsi anzitempo nella sfrenata dinamica degli strali emotivi che mi incedono possenti tra la carne e il respiro?

Perchè consentirsi un soffocamento ingoiato di parole e mani immobili a mezz’aria, congelate in un tempo già finito, tra la brina dei sostantivi incastrati tra i denti e le labbra corrose da un bacio mai schiuso?

Conservo la morte sulla punta della dita. E’ qui a sfiorarmi a ogni istante per ogni battito delle palpebre. Potrei sbriciolarla, polverizzarla, lasciarla scivolare. Come sale spargerla sulle ferite. Oppure soffiarla tutt’attorno a farmi sapida l’aria.

Mi basta guardarmi le dita per ogni risposta ad ogni domanda e imprimermi un polpastrello sulla fronte tra gli occhi.

Ho il caduco intrecciato tra i capelli e il profumo dei fiori nel momento in cui – in quell’esatto istante in cui – trapassano dalla freschezza al ricordo.

Mi serbo ogni giorno un nuovo segreto da svelarmi sul cadere delle luci e farmi grande il respiro, farmi ardente la febbre, farmi umidi gli occhi.

Sto sulle punte lungo il confine tra il sacro e il vacuo a rammendarmi nuovi attimi.

Non ho paura dei sapori dolci e mi pregio di amare l’amaro.

Sono la mia nuova strada senza paura, la mia  scintilla, sono la mia nota perfetta, sono la mia sorgente perenne, sono il mio giorno nascente, sono l’incipit della mia storia, sono il mio tempo.

Io sono il mio tempo.

Ovunque io debba poggiare i miei piedi per camminare, qualsiasi cosa debbano calpestare per andare avanti, che siano petali o cadaveri, non fermerò il mio passo.

A Marco.

Un post interessantissimo

Quantunque la mia natura indomita si rifiuti di adempiere supinamente a qualsivoglia imposizione, di soggiacere a regole pervicacemente prive di utilità o logica, e tenda costantemente a spezzare qualsiasi catena, piuttosto che divenirne un ulteriore anello coercizzante (fine della premessa), la circostanza d’esser stata un nome pronunciato dal Sire Oscuro, al quale le mie labbra nulla sanno rifiutare, mi ha indotta ad accettare la sottile, difficile, ardimentosa sfida di rispondere alle personalissime domande inserite nell’ennesimo gioco-catena di WP.

Per la verità, oltre al fatto d’essere stata nominata da Zeusstamina (che mi fa sesso da morire, sempre meglio ricordarlo), ho acconsentito a spremermi le meningi per fornire adeguate risposte anche perchè: 1) non viene attribuito alcun premio; 2) non bisogna andare su blog altrui a scassar la uallera: se passando di qua qualcuno legge il proprio nome, può scegliere o meno cosa fare.

Le regole, così come comunicatemi dal Supremo Signore delle Tenebre, vorrebbero che io nominassi SOLO 5 bloggerssss. Ho chiesto delucidazioni in merito, che a me i limiti non piacciono molto. Il Divino, come Ponzio Pilato, mi ha rinviato al suo “nominatore” Gintoki.

Ma io che sono sovversiva di natura e ho bisogno di sovvertire qualsiasi cosa, anche la più cazzona, ho autonomamente deciso di nominare quante cazzo di persone voglio. Che me succederà? Finirò in galera? Mi pignoreranno la casa? Mi citeranno per danni? E sticazzi?

Donne. Solo donne. In ordine sparso.

Poetella, Germogliare, Harahel13, Vetrocolato, Bia, Labloggastorie, Nauseapatica, Insenseofyou, ScatenoLaMenteMomix, Liù, Dorotea, Randagia, AntheaTheCharis, Rideafa, Frammentidisabrinaesse.

E naturalmente la mia figliUola Emilia, il mio figliUolo (unica eccezione maschile perchè io credo nei legami di sangue e nella discendenza) Firesidechats21 e il mio più grande Ammmore Bakanek0, che detesta profondamente queste cose.

Mancherebbe Diamanta, che però è già stata vittima di contagio.

Ammetto di aver avuto la splendida idea di scambiare tutti i link sotto i nomi, sarebbe stato molto divertente, ma questa è una cosa molto seria e allora…

E ORA LE INTERESSANTI DOMANDE:

1) Cos’è per te il blog?   Mi spiace per i miei lettori, ma di sicuro io lo assimilo al mio bagno. Ci vomito.

2) Da grande vorrei fare: Quello che faccio ora: un cazzo.

3) Quanto scrivi sul blog?   Quanto mi pare.

4) Genere musicale preferito:  In ogni genere c’è roba bella e roba che fa cagare.

5) Quale personaggio di quale romanzo ti piacerebbe essere?  Il personaggio del romanzo che scrivo ogni giorno, me stessa.

6) Fotografia:  Fotografia che? Fotografia e…? Ma che è una domanda? Come funziona? Devo dire la prima parola che mi viene in mente? Fotografia – Cinema; Cinema – Montaggio; Montaggio – Tagli; Tagli – Autolesionismo; Autolesionismo – Masochismo; Masochismo – Sesso.  Tanto qualsiasi parola fosse stata sempre lì sarei arrivata. Tiè.

7) In che periodo storico ti piacerebbe vivere?  Tra i primi del novecento e gli anni ’50. Ma non in Italia.

8) La tua più grande passione.   Allevare ornitorinchi.

9) Marzullo Style. Si faccia una domanda – si dia una risposta.  Sticazzi? Avoja!

Indugio spesso la notte, con gli occhi sul soffitto buio e la proiezione in rosso dell’ora dalla sveglia regolata sempre in modo errato, sì, indugio spesso, quanto più possibile, in pensieri quanto mai inutili e grotteschi.

Ove poi mi riesca di unire ambedue gli aggettivi, l’ipotesi di un sonno sereno si approssima al certo.

E’ così che nella notte mi sono ricordata, senza un vero filo logico o alcun apparente collegamento, d’essere proprietaria di ettari di boschi.

Sentite come suona bene? <Posseggo ettari di bosco.>

Lo dimentico costantemente. Non fosse per la mia commercialista, quella con la voce roca, che si gioca tutto ai casinò in Slovenia, anche se lei non sa che io so. Ma io so. Sempre. Tutto.

Ettari di bosco.

Boschi…

Vestita come un gentiluomo di campagna, con un comodo completo in tweed, farei un ampio gesto con il braccio, la mano morbida, a indicare costoni di montagna, speroni verdi e sommità dolci. <Vedete? Fin dove arriva il guardo, è tutto mio. Quelli sono i miei boschi.> Sorrisetto accennato eppur fiero.

O forse sarebbe meglio usare un bastone da passeggio? Indicare in aria, come su una mappa geografica, l’ampiezza del possedimento? Con aria boriosa e quel tocco di prosopopea che in taluni casi è di maniera.

Oppure potrei lasciarmi passeggiare computamente seduta in un calessino su quella strada tortuosa che s’arrampica ostinata e tenace. Guantini bianchi. Cappellino piumato. <Granduchessa Tilla, che meraviglia questi boschi!> <Mio caro Visconte de’ Stocazzo, quei boschi appartengono da gIUenerazioni alla mia famiglia.> <Oh! Ma allora non possedete solo il giardino e il frutteto?> <Visconte! La mia famiglia è stata la più ricca del contado! Ah! Se vi sentisse il mio trisavolo, tosto vi infilzerebbe con la sua scIUabola!><Perdonatemi Granduchessa, mi inginocchio contrito per l’imperdonabile mia stoltezza. Che scIUocco!>

Uhm.

Mimetica, elmetto con le frasche sopra, grasso nero sotto gli occhi, anfibi. <Sergente Tilla! Dov’è l’addestramento segreto di questo mese?> <Tieni. Queste sono le coordinate. Dopo aver letto, falle sparire, ingoia il biglietto se serve.> <Longitud…. latit… Sergente! Queste sono le coordinate dei suoi boschi!> <Bravo soldato semplice Sminkiuzz! Hai studiato la zona, bravo!>

Su un furgoncino Volkswagen, verde acido, con grandi fiori disegnati. Jeans a zampa, capelli lunghi, fascetta sulla fronte. <Perchè, cioè, la poetica di Allen, cazzo…> <Cioè, cazzo, Tilla, ma dove stiamo andando?> <Eddai, cioè, la meditazione no? Cioè insieme alla lettura ultracorporea di gruppo di Burroughs. I boschi, no? Cioè?> <Ah già, cazzo, che tu sei quella che cià i boschi!> <Ciò i boschi, sì, cioè!>

In una vecchia casetta che si regge su due zampe di gallina, senza alcuna porta visibile, indossando un mantello con cappuccio nero. Due bambini si tengono per mano, occhi sgranati, gambe tremanti. <Ci siamo persi! E ora come facciamo?> <Guarda! C’è una casetta laggiù, tra gli alberi. Andiamo a bussare, qualcuno ci aiuterà, ci indicherà la strada.> <No! Fermo! Non andare! E’ pericoloso!> <Ma che dici?> <Non lo sai? Questi sono i boschi della Strega Tilla! Allontaniamoci dalla casa!> <La Strega Tilla! Quella dei boschi! Andiamo via!>

Boschi…

Ettari…

Che cazzo me ne faccio di ‘sti boschi???

Mah.

Boh.

La festa della donnola

Domani è la festa della donnola e io sto già seduta sulla riva del fiume in attesa.

Di tutta la serie di post/temino che scorreranno tra le acque pixellose di questo luogo.

Ci posso anche schiaffare già dei titoli/commenti: 1) La festa della donnola ricorda un evento tragico, non è un giorno per andare a fare la mignotta in giro; 2) La festa della donnola è tutti i giorni, non è giusto che ci sia un solo giorno all’anno per ricordare le donnole (o per smignotteggiare in giro).

Fine festa della donnola.

Per mero spirito di contraddizione, assolutamente sterile e fine a sé stesso, mi piacerebbe sovvertire l’ordine dei post/temino.

Che ne so… il giorno della festa della donnola parlare del Natale, anche qui con due diversi approcci: 1) Il Natale ormai è diventato una festa consumistica, si spendono soldi per mangiare e per fare i regali; 2) Il Natale devi per forza stare con i parenti, depressione, ipocrisia e compagnia bella.

Fine Natale.

A Natale, invece, si potrebbe parlare del 25 aprile: ormai questa data è destituita del suo valore e significato, perché nessuno più ricorda, perché la memoria…

Il primo maggio io ci metterei sicuramente San Valentino: 1) Festa consumistica; 2) Single depressi.

Del primo maggio ne parlerei il giorno dei morti, stante la morte del lavoro, direi che si rimane in tema. Requiescat in pace amen.

Poi c’è la festa della mamma, che vale sempre un po’ di più di quella del papà, perché la mamma è sempre la mamma, i figli so piezz’e core e ogni scarrafone è bello a mamma sogliola.

La Pasqua, invece, è sempre poco cagata: non ha efficacia, non ha mordente. C’è poco da dire. Però, con un piccolo sforzo, si potrebbe ravanare tra i ricordi e tirare fuori le gioie fanciullesche delle uova di Pasqua e della sorpresa, ormai indefettibilmente soppresse dalla tristezza adulta. E io qui immagino una bella cacca gigante di Arale. Che è rosa e a Pasqua ci sta bene.

Di ferragosto non gliene fotte una mazza a nessuno perché è estate, non significa pressoché nulla, in genere serve solo come data spartiacque per le ferie.

Ma, in fondo, chi davvero si ricorda delle donnole? Chi davvero attribuisce la giusta rilevanza alle donnole?

Nessuno.

Nemmeno le donnole stesse, ormai abituate a barcamenarsi tra coniglietti e sorci.

Eppure la donnola, cazzarola, è addirittura in grado di uccidere quel biscione del basilisco…