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L’ineluttabile

Non aveva alcuna intenzione di alzarsi.

L’affacciarsi appannato alla mente di uno stato di necessità o di quel bisogno derivato, affatto genuino, di un insieme di atti da dover compiere, la disturbava.

In fondo – si domandava – cosa potrebbe essere definito realmente necessario? Quali le necessità rilevanti, preponderanti? Sto respirando e lo faccio senza nemmeno dovermi prendere la briga di pensarlo.

Perseguiva il suo scopo di adagiarsi molle, compiacendosi del tatto casuale sui capelli aggrovigliati, scomposti; della sensazione vagamente umida sotto le ascelle, tra le gambe; dei propri occhi socchiusi, lenti, intorpiditi.

Anche i lievi movimenti delle labbra, il deglutire della lingua, quel contrarsi impercettibile della gola, tutto era proteso a una identificazione del proprio corpo come un piacevole automatismo: nessuna implicazione con la volontà, nulla da dover pensare.

Il sangue mi scorre nelle vene – si diceva – anche se io non lo sto pensando.

E se decidesse di smettere di camminarmi dentro – proseguiva – nessun atto di volontà gli impedirebbe di farlo.

L’ineluttabile la trastullava, quietandole l’abbozzato impulso a un non identificabile dovere.

L’ineluttabile, in qualche modo, la condusse a Jean-Claude, all’ultima volta in cui era stato lì, in quella stessa stanza.

Si rivide schiacciata su quel letto, con il seno e le spalle premuti contro il materasso. Un braccio piegato, sotto un cuscino. L’altro steso, in orizzontale, lungo il letto. Come una croce sbilenca, mozzata. Il palmo della mano, abbandonato sul lenzuolo, con l’indice a sfiorare, in punta, l’angolo dell’altro cuscino. Il ventre e le natiche sollevate, non troppo, sulle ginocchia che stentavano a mantenersi salde. Jean-Claude, dietro di lei, premeva il bacino contro il suo candore morbido. Affondava a più riprese, aumentando il ritmo e l’intensità, afferrandola per i fianchi.

Sentiva l’irrigidirsi di quel corpo alle sue spalle come diretta conseguenza del contrarsi dei muscoli delle sue gambe. O forse era il contrario? Difficile distinguere movimenti e impulsi l’uno dall’altro.

Aveva il volto girato da un lato, anch’esso schiacciato sul materasso. Il cuscino le sfiorava i capelli. Guardava verso la finestra. No. Non è vero. Aveva gli occhi appena aperti, ma non guardava. Non guardava nulla. Le entrava solo un velo, una linea di luce, che deformava gli oggetti, la stanza, tutto ciò che si affacciava nel suo campo visivo casualmente, senza averlo deciso.

Anche la bocca era appena socchiusa, forse la apriva ogni tanto un po’ di più. Sentiva il proprio respiro scivolare parallelo al letto, trasformarsi in piccolo gemito appena sulle labbra e poi ricadere sulle lenzuola.

Se avesse avuto il viso girato dall’altro lato, verso l’armadio, allora avrebbe potuto vedere riflesso nel vetro rosso il corpo bellissimo di Jean-Claude che la possedeva. Avrebbe visto le sue braccia  e i suoi muscoli contrarsi, assieme alle natiche. L’avrebbe visto reclinare appena un po’ indietro la testa, in alcuni momenti. Allora sì, avrebbe proprio guardato, così come era accaduto altre volte. L’avrebbe fatto compiacendosi dello spettacolo di sé, schiacciata a metà su quel letto, come una conseguenza ritmica di una volontà altrui. Sarebbe stata spettatrice attiva e passiva dell’insieme unito dei due corpi. Un gruppo marmoreo scolpito in movimento.

Poi probabilmente avrebbe chiuso gli occhi.

Ma quella volta era andata così: davanti a sé aveva la finestra e il bagliore filtrato dalle ciglia.

<Stai giù.>

Le aveva detto solo quello. Con la voce roca e un po’ sussurrata. Il tono fermo.

Due volte glielo aveva ripetuto.

<Stai giù.>

Forse lei aveva sospirato un <sì>. Anzi, probabilmente lo aveva fatto, ma non riusciva a ricordarlo con certezza. L’unica voce che sentiva, ora come allora, era quella di Jean-Claude e quelle poche sillabe che avevano riempito, fino a straripare, il quadrato della stanza.

Avrebbe potuto non dirlo. Lei comunque sarebbe rimasta giù. Lo sapeva anche lui. Eppure per ben due volte glielo aveva intimato. Non erano parole necessarie. Eppure, senza quelle, lei non avrebbe sentito la stanza girare attorno alla sua voce. Non avrebbe sentito il calore diramarsi dal ventre e salire verso l’alto, arrivare al centro del petto, sfiorarle le labbra e le palpebre e poi conficcarlesi nella testa, come una punta acuminata, un’onda, un riverbero sempre più possente e veloce, ancora e ancora.

Poi lui d’un tratto era sgusciato fuori, proprio all’ultimo, terminando con un rantolo caldo e liquido sulla sua schiena.

A quel punto lei aveva smesso di tenere gli occhi aperti e aveva ricominciato a guardare.

Sorridendo abbastanza perchè le labbra scoprissero appena i denti.

Ancora era rimasta giù. Stavolta con le gambe stese, chiuse, dritte ed entrambe le braccia sotto il cuscino. Aveva atteso con gli occhi chiusi che Jean-Claude, in silenzio, le asciugasse la schiena dolcemente prima di potersi girare. In silenzio, perchè, ancora, nessuna parola sarebbe stata necessaria.

Si accorse che stava osservando il soffitto bianco sopra di sé, come lo schermo di un cinema su cui proiettare il proprio ricordo.

Si accorse anche che stava sorridendo, soddisfatta dal ricordo.

Si alzò di scatto. Senza indugiare, senza mollezze, senza dubbi.

S’era data un confine. Aveva deciso quale fosse per lei la discriminante, la linea sottile di divisione tra la necessità e la scelta.

Era lì racchiuso in un pugnetto di sillabe pronunciate da una voce.

Tutto il resto poteva andare avanti da sé.

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40 risposte a “L’ineluttabile

  1. poetella

    una botta di hard…Tillula!
    Evvai!

  2. Non dico altro 😀 ahahahahahahahahhahahaha

  3. bakanek0

    Jean-claude è un nome che fa davvero cagare, è pure laborioso da scrivere.
    Tutto il resto è essenziale, indispensabile, asciutto e sospeso nel tempo. In attesa della scelta non così ineluttabile in quanto scelta.

    Quando leggo i tuoi rari racconti, annuisco con serietà compiaciuta e penso che non cambierei una virgola della tua scrittura, poiché costruisce un edificio perfettamente stabile.

    Anche eco-sostenibile, credo. Forse anche coi pannelli solari. E la piscina, mi raccomando. La piscina è scelta ineluttabile.

    • A mia discolpa posso solo dire che stavo leggendo un romanzo di un autore francese e quando mi sono messa a scrivere m’è venuto sto nomedimmerda e me lo sono tenuto.

      La verità è che dovevo scrivere una sceneggiatura su un soggettino che mi faceva venire la colite. Non mi andava non mi andava e ier sera mi scadeva il tempo. Quando mi sono messa a scrivere m’è venuto fuori questo. Come una forma di ribellione: meglio una sana trombata che scrivere una cagata.
      Ho fatto la rima baciata, sarò punita.

      Quando annuisci con serietà compiaciuta io gongolo tutta, perché so che il timore dello snariciamento è sempre dietro l’angolo.

      • che hai contro le rime baciate
        che sono molto amate
        dalle signorine assennate
        nascostamente assatanate
        che svenendo le han accettate
        preoccupando madri snaturate
        temendo siano state incintate
        dapo essere state manipolate
        e abbandonatemente frugate
        in vista di queste rime baciate?

      • Miglieruolo!
        Sarà che non sono una signorina assennata?

      • che tu sia una signorina, non saprei dirlo. Escludo lo sia nel senso che i napoletani attribuiscono al termine; o anche in quello corrente, che allude a una Signora senza Signore (buon per lei); oppure ancora volendo significare candida, inesperta… ma che tu sia assolutamente, indubitabilmente, confortevolmente assennata, su questo è impossibile avere dubbi: sei la persona più assennata che conosco. Cioé una che vive, o vorrebbe vivere a modo suo, che è l’unico modo a cui un qualsiasi qualcuno dovrebbe aspirare di vivere.
        Tentando di riuscirci. Sarei felice se mi dicessi che tu ci sei riuscita.
        Perdona la serietà della risposta, che rischia di diventare seriosità, stonatissima nel tuo blog, un blog nel quale la leggerezza aleggia come santo protettore, ma la domanda era tale che non sono riuscito a sottrarmi alla mia vocazione che, sono sicuro, tu saprai ben demolire.
        Non essere troppo cattiva con me però, né troppo irruente (caso mai capitasse di incontrarci), vacci piano, tieni presente che ho una certa età e potrei non riuscire a reggere.

      • Miglieruolo, io sono la persona più assennata che conosci?

        Sì, forse lo sono, se per te essere assennati consiste nella tensione verso la propria autenticità. Ma non so se corrisponda davvero all’essere assennati. Significa anche, in buona parte, doversi confrontare con una società, una cultura (quella italiana soprattutto), che tende a biasimare, a non accettare, a voler coprire, omettere, nascondere o schiacciare le individualità o certe individualità.
        Non so se sia assennato, forse sarebbe più assennato conformarsi, almeno pubblicamente, e far finta.

        Sì, in buona parte ci sono riuscita a vivere a modo mio. Ho avuto un po’ di fortuna e tanta nausea perché mi bastasse a rifiutare categoricamente una serie di condizioni e situazioni.
        Per alcuni versi, sotto alcuni aspetti, mi mancano ancora dei pezzi di vita del tutto liberi: ho delle responsabilità nei confronti di un paio di persone, che non mi consentono di operare tutte le scelte liberamente. Non ancora.

        Però nei rapporti interpersonali, con chiunque, vivo e sono io. Proprio io.

        Cattiva? E perché mai?

      • Eheeee! ma ti sei raso conto che, neanche troppo nascostamente, ho fatto la persona poco seria, cioé la più seria che esista? cosa da pazzi. E’ proprio vero che, arrivati a una certa età gli uomini impazziscono!

  4. bakanek0

    Aggiungo, giusto per gongolare ensemble: hai visto chi ha vinto l’Oscar, eh, eh eh?

    • Guarda, come già detto, non gli avrei dato du lire. Ma proprio che se lo incontravo per strada gli allungavo un euro dicendogli: tiè e mo levete dalle palle.
      Poi l’ho visto in quel ruolo lì e, chiaramente influenzata dal personaggio che è ormai per me l’uomo ideale, pure se è un dito nel culo, ho cominciato a sentire una vaga affezione e un consistente compiacimento.
      Quando, infine, ho visto quella scena in cui, non so se hai presente, me sta coi jeans a torso nudo, essendo io grezza e materiale, ho applaudito entusiasta conferendogli il premio “Pelvi d’oro 2014”.
      L’Oscar è stato solo una ovvia conseguenza del mio premio. Ecco.

    • AAAAAHHHHH! Devo raccontarti una cosa di cui sono venuta a conoscenza or ora.
      La signorina C., che tu conosci, lo ha intervistato a tu per tu due volte: entrambe le volte lui aveva in bocca uno stuzzicadenti e mentre parlava se lo faceva sgusciare di qua e di là in bocca.

      Dice che è tanto simpatico, tanto giovale, ma anche tanto caforio nei modi. Me piace.

  5. firesidechats21 ⋅

    Hai capito mia madre?! Comunque intenso e coinvolgente, brava brava. Però “Jean-Claude”…

  6. harahel13

    si, ma avvisare circa il contenuto? che sono in ufficio io. Adesso mi licenziano! ahahahaha

    molto bello. A quando il prossimo?

  7. Pingback: Quella sottile linea tra scelta e necessità « Viaggi ermeneutici

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