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Folti gruppi di umani devono necessariamente individuare in aspetti miseramente irrilevanti elementi di comunanza per ribadire una vicinanza o un’appartenenza che non hanno ragione di esistere.

Non è che siccome abbiamo cagato nello stesso cesso una volta nella vita, allora automaticamente diventiamo fratelli di merda.

A me, poi, sfrenata rappresentante di un individualismo quasi libertario, ‘sto fatto di essere accerchiata da membri che proclamano matrimoni illuminati da una fede al sapore di noia e recitante il credo della finzione, mi fa venire la congestione al retto.

Sono, peraltro, altresì estranea e infastidita dall’atteggiamento mafiosetto del “tuo amico è anche mio amico”. Un par di cazzi! Chi lo conosce ‘sto tuo amico? A malapena mi stai sfiorando tu, figurati lui. E poi, tendenzialmente, chiunque è più tonto di me nei rapporti umani, ergo, pur volendoti bene, abbi pazienza, amico mio, mi fido più del mio istinto che non del tuo.

No no. Le comunanze fondate sui nulla di fatto non fanno per me. Del resto mi provocano allergie pruriginose persino le forme comunitarie realmente sostenute da fondamenta ben più solide dell’aver cagato nello stesso cesso per una volta, ut sopra citato.

Le dinamiche da branco mi nauseano, a meno che non si esplicitino realmente con la medesima forza e aggressività del branco, ovvero con un’autentica e non mistificata socialità pressocchè primordiale, necessaria, per lo più, ad una reale sopravvivenza o difesa.

Il resto, ogni resto, è una sorta di organismo sociale che tende a ricreare sempre i medesimi meccanismi, ognuno dei quali assolutamente estraneo o, anzi, totalmente avverso alla mia personalità.

L’appartenenza, se da un lato deresponsabilizza (ho fatto, ho detto, sono stato, perchè nella comunità funziona così, quindi la mia responsabilità è suddivisa, mescolata, mascherata, diffusa, all’interno della globalità), dall’altro regolamenta i comportamenti (devi fare, devi dire, devi essere, così come la comunità vuole). L’appartenenza, se da un lato si autoesalta nei confronti dell’esterno (siamo stupendi, siamo migliori, tutti insieme siamo più forti), dall’altro, all’interno, è un coacervo di individui che spesso non si sopportano l’un con l’altro, si detestano, formano gruppetti, diffondono maldicenze fra loro, si tradiscono. L’appartenenza solo in via illusoria fornisce un substrato di vicinanza solidale: è sufficiente, in realtà, un tempo micragnoso di allontanamento affinchè chiunque si ritrovi con le pezze al culo.

Se la mia bocca potesse parlare, se le mie dita potessero scrivere… ufff troppe volte l’ho dovuto pensare all’interno di ambienti anche estremamente diversi. Alla fine ci si rompe il cazzo.

Comprendo razionalmente la necessità di molte persone di appartenere, quantunque quella medesima necessità sia il più delle volte dettata dalla noia, da una vita pallosa, da una mancanza di emozioni, dall’esigenza di sentirsi qualcuno, dal ritrovarsi ad una certa età senza aver fatto una cippalippa nella propria vita e, soprattutto, dall’incapacità di stare da soli. Lo comprendo, ma, ugualmente, me ne fotto.

Chi non sa stare da solo, non smetterà mai di essere solo.

No.

Decisamente no.

Io non appartengo.

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42 risposte a “

  1. poetella

    ok, manco io.
    Però, ‘gni tanto…magari ‘na telefonatina cor dovuto distacco e la giusta consapevolezza de nun appartene’…famosela, no?
    Che cazzo!

  2. “Chi non sa stare da solo, non smetterà mai di essere solo.”
    Azz…e con questa mi fai andare in ufficio facendo mumble mumble…

  3. Metto mi piace e ripasso dopo. Adesso mi devo vestire di tutto punto perché fra un paio d’ore entro in trincea. E come disse un saggio: “anche con un bello strato di zucchero filato e copertura di bignè, sempre merda rimane”.
    I miei ossequi Regina dell’Isolazionismo.

    • Ecco più che altro mi domando cosa significhi per te “vestire di tutto punto”. Si potrebbe avere una descrizione accurata?

      • Regina del Mandalino, eccomi di ritorno. Avevo detto che tornavo dopo breve? Sono un marinaio, ecco cosa sono. Faccio promesse a cippa di minchia. Ma sono di nuovo in porto. Almeno la barca. La testa è a puttane.
        Dicendo questo:
        il vestito di tutto punto consta in un elegante completo nero con camicia abbinata a cazzo di cane (solitamente nera, ma solo perché non so fare altro). Poi prendo questo completo, lo metto da parte, e mi vesto come meritano: stivaletto alto verde anti-merda, pantalone che ha visto più guerre che comete ed un trench eccezionale che abbina la praticità dell’anti-merda al bavero alto che copre la bocca. Il capo è velato da un casco con visiera.
        Lo sguardo truce sotto, invece, è della casa.

        Comunque sia io non sono misantropo, ma penso che la socialità forzata sia una di quelle condizioni di estrema solitudine. Tante persone sole che si raggruppano per restare sole insieme. Facendo questo, ovvio, si vanno ad appiattire sullo standard dominante e siamo a posto.
        Bisogna saper accettare che, a volte, la miglior persona con cui passare il tempo sei te stesso.

  4. La socialità va dosata onde prevenire rigurgiti e defecazioni…ti propongo di diventare una coppia di fatto in appartamento dotato di due bagni. Eviteremo situazioni di merda. Un bacio grande :*

  5. diamanta

    Vorrei poterti dare ragione completamente, e invece non posso, pur essendo un animale solitario (ho bisogno di ampi spazi di tempo mio), questo non mi ha impedito di osservare che l’uomo è un animale da branco.

    La dinamica è quella, e poichè la parte animale (nonostante quello che ci piace credere) è ancora forte in noi tendiamo a vivere nel branco. Mera questione di sopravvivenza.

    Di conseguenza dal mio punto di vista la scelta non è star da soli o appartenere a un branco, ma è faccio il capobranco o il gregario?

    • Io invece mi ritrovo meglio nella figura dell’outsider, nel senso meno figurato e più letterale del termine e nei branchi mi diverte entrare solo per scompigliarne la compagine e mostrarne le cazzate di cui son composti.

  6. Il fatto è che neanche io appartengo, ma mi rimane la certezza che non so che farmene di tutta questa solitudine. E negli anni ho imparato ad apprezzarla, ad amarla addirittura, ma non sono fatta per stare sola, riesco solo a convivere, e nemmeno troppo bene, con me stessa. È giusto aver bisogno di qualcuno, sentirsi parte di qualcosa. Io la penso così.

    • Sicura di amare e apprezzare la tua solitudine? A me sembri più che altro rassegnata ad essa, non certo un’amante soddisfatta.

      • Sono sicura, negli anni ho saputo dare un valore inestimabile alla solitudine. Ma ho anche una natura socievole, e a volte mi manca qualcuno. È in quei momenti che vien fuori un po di rassegnazione, hai ragione. Dovrei trovare un equilibrio tra le due cose…ahhhh si sono dieci anni che ci provo, chiedimi se ci sarò riuscita tra altri dieci… Ciao Tilla.

      • Veramente io sono una persona socievolissima.

  7. rideafa.

    tilla, dì un pò, sto post te l’ha ispirato il film le meraviglie, in cui ci è la canzone di ambra come colonna sonora, t appartengo?

    mh, cazzoneria, mia, a parte. ecco a me ad esempio la storia dell’ingroup mi ha sempre fatto un pò impressione. credo sia fonte di ottusità più che di libera e condivisa manifestazione, crescita di un progetto, un ideale (i brividi un pò mi vengono), o quello che è. il rischio è che si generino specchi autoriflessi acritici e alla lunga caricaturali. per non pensare a derive pericolosamente involutive.

    non sempre èh. e poi tutto quello che hai scritto tu, egregiamente, e che io voto come mozione.

    • Eh ma vedi che io sono l’antiambra? Io non appartengo. Però cellò comunque l’auricolare che mi suggerisce le cose da dire, solo che le voci vengono tutte dall’interno. Chissà che vuol dire…

      Quel “fonte di ottusità” mi ha fatto venire il brividino di piacere, ma è su “specchi autoriflessi acritici” che son stata devastata dall’orgasmo. Lo specchio autoriflesso acritico è già di per sé una involuzione: genera una stasi di pensiero che si autoalimenta e autofomenta.

      • rideafa.

        forse volevo dire specchio autoriflesso, al singolare, citando il simpatico anatema specchioriflesso, e riadattandolo per l’occasione con auto e acritico. che in realtà credo sia quasi tautologico. ridondante.
        ma mi ci piaceva, tilla del mio cementificatocuoricino.

        t’appartengo e io ci tengo.

      • C’era un modo per rispondere a “specchio riflesso”? Ho cercato su gugol, ma le risposte che ho trovato non mi ricordano nulla di quei vecchi tempi.

  8. bakanek0

    Letto i commenti.
    Vorrei puntualizzare che l’essere individualista non ha niente a che fare con il cercare, qualora lo si ritenga opportuno, la socialità.

    Giusto per sottolineare la non-appartenenza, il mescolarsi al branco onde seminare zizzania, e rinverdire la propria autostima:

    • Temo che specificare, in alcuni casi, non serva a un cazzo. O, almeno, rientra ormai in quella lunga categoria di casi in cui la prima cosa che mi viene in mente è “mi sono rotta i coglioni di spiegare”. Che in fondo è quasi un’appartenenza: al gruppo di coloro che si sono rotti i coglioni di spiegare.
      Quindi mi limito a osservare, sbuffare e pensare “stai bene così”, che ha un senso peculiare a Roma, ma non so se si usa anche all'”estero”.
      Ciò che postasti in video si attaglia alla perfezione.
      Ti piace “attaglia”?

  9. Bia

    Stai parlando dei mondiali di calcio, già lo so!!!

  10. Che, sei misantropa come ammè??? Uau che combinazione!!!perché non fondiamo un’associazione e organizziamo delle riunioni, magari guardando le partite dei mondiali al macsischermo dell’oratorio?
    Io porto la carta igienica!
    😀

    • No, non sono misantropa, io vivo nella casa della mignotta in cui chiunque viene e va come e quando gli pare, figuriamoci se sono misantropa. Però non mi si deve categorizzare, infilare in qualche gruppo, comunità o nelle rotture di palle corali. Preferisco fare la solista, ecco.
      Il macsischermo dell’oratorio penso che nemmeno nei miei incubi peggiori è mai comparso. Porta montagne di carta igienica.

  11. giacani

    Ma quanto sono d’accordo con te! Io odio le appartenenze, i gruppi, le classificazioni. Amo ognuno di voi, ma se siete in gruppo mi state tutti pesantemente sul cazzo. Tutti, a prescindere! E se la pensate come me, se siete del mio stesso partito, religione, gruppo, se tifate la mia stessa squadra mi state sul cazzo anche di più.

    • Giacani, se tu non fossi sposato, ti sposerei, pur essendo contraria al matrimonio (il mio), quello degli altri mi ha sempre procurato quattrini, quindi, ben venga.
      Mi stai sempre sul pezzo (oddio, detta così, sembra altro).

      Mi hai fatto venire in mente questo:

  12. Dalla tue mani alla mia testa

  13. TADS

    nel leggere i commenti, un coro di NON appartenenti…
    mi sono domandato chi abbia la tessera del branco in tasca

    fa fico il ruolo dell’auto-tagliato fuori, magari anche solo recitarlo, mi spiace non aver letto la vera essenza del “fuori branco”… la solitudine è la più fedele delle compagne, il gruppo colma, in teoria, lacune e carenze, riduce la paura di vivere e alimenta la vigliaccheria concettuale, sette periferiche.

    l’omologazione, seppur frammentata, dei modus vivendi e pensandi, aumenta le possibilità di scopare concedendo una chance anche agli sfigati, per logica applicata

    fare il “lone wolf” non è una scelta ponderata, è espressione del proprio essere, “lone wolf” si nasce, non lo si diventa, coloro che si cimentano in tale percorso senza averne la struttura, finiscono in depressioni tremende.

    futura moglie passami una metafora,:
    “il lone wolf è come una mosca, quello vero si posa sul miele, quello finto si posa sulla merda”

    TADS

    • TADS le accolgo a braccia aperte la metafora!
      Però, sa, secondo me, in questo periodo di schifoso buonismo imperante, non fa molto fico fare quello tagliato fuori. La recita del vogliamoci bene invade ogni spazio.

  14. TADS

    già, un virus chiamato “pensiero politically correct”, la sublimazione dell’ipocrisia, una cancrena sociale.

  15. Urania ⋅

    Profonda stima. Avete già commentato in modo splendido.

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