Il problema dello specchio

Nel tempo ho compreso come la mia casa possa aiutarmi a comprendere caratteri, personalità e desideri delle persone che vi transitano.

Che qui, spesso, come già detto, è un porto di mare.

Uno dei problemi principali è quello dello specchio.

In camera da letto ho uno specchio rettangolare e alto con una larga cornice in legno, poggiato solo con il bordo superiore alla parete, mentre il bordo inferiore poggia sul pavimento, inclinato in modo tale che sembra stia per scivolare. In realtà ha dei piedi sotto, non facilmente visibili, che lo tengono ben saldo e ci vorrebbe una gru per spostarlo per quanto pesa. Una cazzata, mica niente di che.

Eppure è accaduto spesso che amici maschi mi dicessero: “Senti, ma vòi che je damo na sistemata a sto specchio? Che ce vole? 5 minuti e te lo attacco alla parete”. E amiche femmine: “Ma ancora non l’hai appeso sto specchio? Vuoi che ti chiamo Tizio e Caio che ci pensano loro?”.

L’altro problema è quello della doccia.

In bagno ho una doccia multifunzione con idromassaggio e sauna e ha un rubinetto termostatico. Non è che parliamo di cose per le quali ci vuole una laurea in ingegneria.

Qui, invece, c’è una netta differenza tra sessi: le donne che si sono fatte la doccia non hanno mai avuto problemi e se ne hanno avuti si sono arrangiate. Gli uomini, tutti, sono entrati in bagno e, dopo poco, riusciti, chiedendomi come funzionasse la doccia.

Poi c’è il problema delle pareti.

Io ho tutte le pareti nude. Non c’è nulla attaccato. Tale circostanza all’inizio mi ha creato qualche problema di equilibrio tra sopra e sotto,  tra alto e basso, pieni e vuoti, avendo soffitti piuttosto alti. Ma sono riuscita a riequilibrare senza appendere nulla.

Ma la cosa ad un certo punto viene sempre notata e qualcuno mi ha chiesto: “Senti, ma vuoi che ti regalo qualche quadro/poster/foto da attaccare?”.

Io, in realtà, sono piena di Cose, che, essendo il padre del mio migliore amico un collezionista, in 22 anni ne ho ricevuti di regalucci, che mi dispiace pure se ne stiano lì occultati e protetti.

Di solito mi limito a rispondere: “No, grazie. Io ho spesso bisogno di stare da sola, non voglio estranei in casa”.

Qualcuno capisce, altri no.

E poi c’è la dicotomia sala-cucina.

Entrando dalla porta si ha immediatamente la scelta tra sala (a sinistra) e cucina (a destra). Perchè la porta immetterebbe direttamente nella sala che però si estende tutta da un lato e, nello stesso tempo, è affiancata dalla cucina che io tengo sempre con la doppia porta aperta, in modo che ci sia una specie di continuità tra gli spazi.

La sala è verde. La cucina arancione.

La sala, pur avendo la possibilità di un’illuminazione dall’alto, è sempre illuminata da diverse lampade dislocate in punti strategici, con luminosità diverse e a chi prova ad accendere la luce in alto gli taglio le dita.

La cucina è grande  e pur avendo la possibilità di essere illuminata da lampade, è di solito illuminata dall’alto, risultando più luminosa in maniera omogenea.

Se la serata non è programmata per qualcosa di specifico, tipo, chessò, endovene di lungo e cortometraggi, io di solito apro la porta e dico: “Entra/te, accomodati/tevi, fai/te come ti pare qui dentro”. E non indico dove come e perchè, lascio libera scelta.

Allora a seconda del luogo verso il quale si dirigono le persone o quello che scelgono in un momento successivo, comprendo quale sarà l’andazzo della serata.

Perchè se la sala invita alla chiacchiera rilassata, alle atmosfere soft, la cucina, invece, è per il casino, per l’allegria ed il pettegolezzo.

Se in sala se rolla, in cucina se beve.

E chiunque è sempre ben accetto.

Fino a prova contraria.

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