Vaffanculo

Urla.

Anche se ogni suono ti sembra morire in gola, tu urla. Urla più forte che puoi.

Anche se il tuo viso è incastrato in un’espressione di sgomento immobile, tu urla.

Urla se non riesci a difenderti. Perchè, se non ti difendi e non urli, beh, allora, in fondo, non era davvero così grave, magari lo volevi pure tu.

Urla se riesci a difenderti. Perchè, se ti difendi e non urli, allora sei una stronza aggressiva, allora forse potevi anche evitarlo. E, chissà, magari l’hai pure provocato.

Urla, perchè se qualcuno ti afferra, ti immobilizza, ti morde con rabbia e cerca di leccarti, se non urli, in fondo, ti stava solo manifestando il proprio apprezzamento. Sei anche un po’ ingrata.

Urla, perchè, se non urli, tutto sommato non sembri davvero così tanto turbata.

Urla, perchè, se non lo fai, i lividi che avrai sul tuo corpo non significheranno nulla. Non hai urlato, magari era un gioco erotico.

Urla, perchè, se non c’è un amico che davvero ti ama nelle vicinanze, potresti rimanere sola con i tuoi segni a dover dimostrare a una giuria di stolti l’esatto meccanismo, movimento, dinamica, motivazione. Anche se i lividi addosso sono ben visibili.

Urla, perchè, se ad aggredirti non è un essere losco e pregiudicato o un extracomunitario, ma una persona perbene e tanto simpatica, allora c’è qualcosa che non torna.

Urla, perchè, se è ubriaco fradicio e alcolizzato, beh, sai, poverino, ha i suoi problemi e poi non si rendeva conto.

Tu urla. Urla sempre. Anche se sei in una casa piena di gente. Anche se sei nella tua casa, dove ti senti sicura e protetta.

Urla sempre.

Non fare il mio errore. Non difenderti da sola perchè puoi farcela, perchè sei una donna forte, perchè sei indipendente, perchè non tolleri un’aggressione fisica accompagnata a un’umiliazione verbale.

Non te lo perdoneranno. Non è ammissibile. Urla chiedendo aiuto. Possibilmente l’aiuto di un maschio. Sei fragile, indifesa, incapace. Sei incapace. E poi sei donna. Hai le tette e si vedono pure. E l’uomo è cacciatore, si sa.

***

Tu che mi hai fatto del male. Tu che mi hai morso rabbiosamente. Tu che mi hai schiaffeggiato. Tu che mi hai leccato. Tu che mi hai quasi distrutto casa. Tu che intanto ridevi. Tu che mi hai detto che avevo esagerato nel dare un calcio nelle palle a chi mi ha lasciato lividi e mi ha insultata. Tu che eri ospite in casa mia e hai bevuto il mio vino. Tu che hai pisciato per terra nel mio bagno, costringendomi a pulire il tuo piscio mentre mi veniva da vomitare, prima di fotografarmi il corpo alla luce dell’alba, prima di andare in un pronto soccorso.

Io ti sto guardando negli occhi. Io vi sto guardando negli occhi.

Vi guardo da qui. Vi guardo negli occhi senza urlare. Vi guardo negli occhi senza parlare.

Io vi guardo negli occhi.

E anche se i miei occhi non li vedete, io ve lo domando.

Voi riuscite a guardarmi negli occhi?

Voi riuscite a guardarvi negli occhi?

morso

lividi

lividi 1

Titolo pro forma per chi stasera ha storto la faccetta perchè non metto mai i titoli, ma che non ci si abitui eh.

Tutti.

Oggi ho parlato con tutti. L’universo mondo oggi aveva bisogno di parlare.

Mi barcamenavo tra i soliti yang lian chang sheng e compagnia bella, tentavo di risolvere un problema di compatibilità tra software, perseguivo la mia opera sanzionatoria nei confronti della masnada di coglioni del post precedente e intanto rispondevo. Al cellulare, al telefono di casa, a uotsap, agli sms, alle mail e al citofono.

Tutti.

Ci devono essere delle congiunture astrali strane a volte, per cui persone che non si conoscono, persone che non sento da mesi e mesi, all’improvviso, tutte nello stesso giorno, persino negli stessi momenti, hanno bisogno di parlarmi.

In buona parte sono state belle parole: l’amica dei miei giochi; un amico a cui voglio un gran bene anche se probabilmente non se ne rende conto ma va bene così; una nuova bella amica per fissare un appuntamento; vecchi compagni mandaLini; attuali compagni mandaLini; la mia seconda laoshi mandaLina; il fiancè; Ares; il migliore amico e la C.

E poi quelli che avevano bisogno di un “favoretto”, una “cortesia”. Pure quelli tutti oggi.

E allora si comincia la pantomima del “che splendida persona che sei” “tu sei speciale” “ma quando ci vediamo?” “mica ti sarai dimenticata di me?”, cui fa seguito il miglior esercizio delle mie abilità dialettiche per fornire meravigliose risposte pel tramite delle quali poter dire: “Col cazzo che ti faccio un favore, pensi davvero di fottermi così?”, ma in un modo tale che si attacchi comunque il telefono con tanti sorrisi e baci. E saluti a soreta.

Perchè ormai ho i calli sulle chiappe.

Vuoi per la mia personalità, vuoi per la mia ex professione o financo per la mia peculiare sessualità, sono sempre stata circondata da pacchi e pacchi di gente in “cerca” di qualcosa e con la precipua intenzione di non dare nulla in cambio o comunque il meno possibile.

E allora mi sono abituata. A vivere con la faccetta a metà, annoiata e sorniona, e a essere estremamente refrattaria a qualsiasi forma di lusinga. Il leccaculismo mi provoca l’effetto opposto. Però ben volentieri, se si è bravi, accetto il gioco a chi fotte meglio l’altro. E’ un modo come un altro per abbattere la noia.

E ho adottato un metodo compatibile con la mia natura.

Io intanto do.

Nonostante il mio migliore amico mi critichi sempre, guardandomi ormai con la faccia biasimante e rassegnata.

Perchè mi piace, perchè penso che talvolta basti poco, perchè talvolta non mi costa proprio nulla, perchè magari la persona lo merita e io ancora non lo so, perchè vorrei che gli altri facessero lo stesso, perchè ho bisogno di conoscere e capire, perchè quando mi guardo allo specchio  mi voglio bene.

Poi osservo.

Come si comporta l’altro.

Percepisco il momento in cui comincia a prendere, anche fosse solo per aver sollazzo nei suoi momenti di noia o per tentare di ricavare un qualsiasi vantaggio possibile, percepisco il momento in cui pensa di aver acquisito una certezza. Lascio fare, faccio finta di niente. Percepisco il momento in cui pensa che qualcosa possa essere dato per scontato, così, con poco.

E allora me ne vado. Senza spiegazioni.

Anche quelle le fornisco in anticipo.

Levarsi dalle proprie palle quando si ha la faccia da platessa è un atto doveroso.

Ci vuole un po’ di coraggio per spingersi ad evitarsi. Ma si-può-fa-re!

E’ stato un bene andare a casa di V. sin dalle prime luci dell’alba pomeridiana.

Perchè è venuto un regista per parlare con la signorina C. e io per un po’ sono stata a far trallallero trallallallà di buone chiacchiere e consigli su pressbook e cagate varie.

Poi ho varcato due porte, nell’altra “ala” della casa, dove, all’interno della stanza insonorizzata, erano chiusi V., la Ciccetta (11 mesi) e la Cagnola.

<Me so rotta er cazzo>

V. stava “facendo roba” con il Moog e altre cosette. E’ bello giocare con la Ciccetta quando non c’è la signorina C., perchè io e V. siamo due sperimentatori. A Las Vegas nella pool m’è venuto in mente che le si poteva campionare la voce cercando il versetto giusto da farle fare. Quindi l’abbiamo più volte sballottata, rigirata, trotterellata per ascoltarle i suoni, mentre rideva come na matta. E ne abbiamo trovato uno fico da morì.

Alla Ciccetta piace un sacco la musica. Soprattutto un certo tipo di musica. Forse anche perchè ha cominciato ad ascoltarla mentre era nella pancia della mamma. In America per farla smettere di piangere le cantavo Asche zu Asche, mentre con Aphex Twin ridacchia divertita e talvolta s’addormenta placida.

Le piace parecchio anche il theremin. Per un po’ di giorni c’è stato sto theremin nella stanza insonorizzata, prestato da un amico per una colonna sonora. E la Ciccetta si divertiva da morire quando le avvicinavamo la manina al theremin. Poi è stato restituito. Allora zia Tilla s’è inventata il “theremin umano” riproducendo il suono del theremin con la voce e modulando la frequenza e intensità a seconda della vicinanza della manina.

<Picciami un po’ di Venetian Snares a volume adeguato>

La prendo in braccio e comincio a ballare su bpm mica da poco. Lei muove la testa come me e se la ride. Ride, ride sempre. Io mi schiaccio ancora un po’ le tre vertebre schiacciate, sticazzi. E’ troppo divertente vederla ridere e ballare con me sull’elettronica sperimentale.

Secondo me crescerà bene sta regazzina. Cioè non lo so, io, ad esempio, mi impegno a farle casino nella testa con le lingue, mescolando italiano, mandaLino e inglese. Penso che così intanto acquisisce suoni e sonorità. Del resto è già deciso che le insegnerò il mandaLino quanto prima.

Il padre la rincojonisce de suoni elettronici che manco sotto acidi…

La madre si forza a crescerla in modo spartano, senza frizzi, vezzi, lazzi, oddio di qua,  oddio di là, attenzione a questo e a quello. Anche perchè appena si sente puzza di “eccesso di apprensione” c’è zia Tilla ad intervenire con l’indice puntato.

E’ che zia Tilla è stramba, ma i suoi genitori lo sono ancora di più, perchè, a suo tempo, le hanno chiesto di vegliare ed intervenire su crescita ed educazione.

A me? No, dico, ma m’avete vista/sentita???

Ma siete sicuri???

Contenti loro… Io, intanto, la chiamo Frankenstein. Perchè a volte, quando cerca di sollevarsi da sola da sdraiata o si aggrappa alla retina del box tentando di mettersi in piedi, mi ricorda una nota scena di Frankenstein Junior: la madre si avvicina per aiutarla e io, seria seria, glielo impedisco. <Non la toccare! Vuole farcela da sola, forza, coraggio, puoi farcela, ti prego creatura mia>.

E lei ride.

Chi lo sa che ne verrà fuori.

Ma, intanto, ride.

Te lo ricordi perchè ad un certo punto non ci siamo più sentite?

Perchè, secondo me, te lo sei dimenticato, ti deve essere sfuggito qualche dettaglio, qualche particolare. Vedi che se ora te la rammento quella storia, magari ti tornano alla memoria anche tante altre “sfumature”.

Ci siamo conosciute perchè ad un certo punto della tua vita da sposata, annoiata, benchè molto giovane, hai intrapreso una relazione con un mio caro amico. Ti ho accolta tra i miei amici e nella mia vita. Ci siamo divertite ed abbiamo riso allo sfinimento e, ancorchè tu andassi in giro a raccontare i cazzi miei ad altri, che prontamente me lo riferivano, ho comunque soprasseduto su certe piccolezze, consapevole della circostanza che dei cazzi miei, quelli veri veri, non eri a conoscenza.

Poi la relazione con il mio amico è finita, amichevolmente. Tanto che tu lo hai presentato a tuo marito, come amico, così come hai fatto con tutti noi del resto. D’altro canto il mio amico s’è trovato un altro “splendido” esemplare femminile con cui poi sposarsi. Ed è infatti  sparito dalla vista di tutte le amicizie in comune risucchiato dalla nuova vagina divoratrice.

Ma perchè, in realtà, è finita la tua relazione con il mio amichetto?

Tattarattà! Rullo di tamburi… Perchè nel frattempo avevi conosciuto l’Essere Mostruoso, eri caduta ai suoi piedi come na pera sfrancica e lui t’aveva presa come giocattolino. Uno in più rispetto alle tante altre. Tutto questo, naturalmente, in segreto. Senza, tuttavia, esimerti dal voler presentare anche lui a tuo marito.

Si da il caso, tuttavia, che l’Essere Mostruoso, come tutti (te compresa) sapevano, se ne morisse dietro alla sottoscritta. Non perchè quest’ultima fosse o sia Stocazzo, bensì per le sue note doti di Rizzacazzi a Tradimento: te la sventolo sotto il naso, gioco, rido, scherzo, ma non te la do. Ove si consideri, poi, che la Rizzacazzi aveva il codazzo di inutilmente innamorati e sbavatori professionisti, va da sé che aggiudicarsela sarebbe stato un bel trofeo per l’Essere Mostruoso.

Tale circostanza ti ha resa, all’insaputa di chiunque ed anche della sottoscritta che continuava cojonamente a considerarti amica, stupidamente ed inebetitamente gelosa. Tanto da arrivare a supporre che tra la medesima e l’Essere Mostruoso ci fosse l’ennesima storia top secret.

La realtà, invece, è che la Rizzacazzi giocava a rizzare il cazzo per il mero (ma altrettanto subdolo, anche se a fin di bene) scopo di sottrarre dalle sudicie mani dell’Essere Mostruoso una meraviglia di giovanissima rondinella, che, tra le femmine laide che si beavano di tanto sudiciume nascosto al nascosto, unica, meritava bellezza e purezza.

Ma tu, mia cara amica, hai ben pensato di giocare sporco con la sottoscritta, sempre per quella tua stupida gelosia da mignottella da due lire (due lire di oggi, che, insomma, valgono davvero una cippa).

In occasione di uno dei miei viaggi al Nord per andare dal mio fidanzello padovano, er filosofo, a cui nulla nascondevo, la tua mente bacata, chissà perchè, ti ha suggerito che in realtà io mi trovassi in altra città nordica nel letto del Mostro.

E tu, genio de geniis, che hai fatto? Hai telefonato al mio fidanzello, in virtù della vostra pseudo-conoscenza tra laureati in filosofia, chiedendogli se DAVVERO io stessi per partire ed andare da lui. E alla sua naturale domanda di chiarimento sei stata così pronta di spirito da dirgli che in realtà io ero in tutt’altra città con altra persona.

Peccato che quella telefonata avvenisse proprio in mia presenza, mentre io e il mio fidanzello ci si guardava negli occhi domandandoci vicendevolmente con lo sguardo quanto tu potessi essere scema.

Dopo brevissima indagine condotta dalla Rizzacazzi e spie al seguito, quest’ultima ha scoperto l’intero ricettacolo dimmerda ed ha provveduto a sputtanarti ovunque e con chiunque potesse farlo. Persino nel Klondike sarebbe andata per sputtanarti. Tranne che con il tuo maritino, perchè ci si teneva moltissimo che ti tenessi il maritino cojone e pluricornuto con cui ti annoi a morte. E così è stato. E sei sparita.

Sei dovuta sparire.

E allora, cara amica mia, spiegamelo un po’, cosa ti spinge oggi, dopo 9 anni, sì, 9 anni, a chiamarmi e cercarmi e volermi rivedere?

No, cara, non c’è bisogno che tu me lo dica. Io già lo so. Lo so benissimo.

Tilla, purtroppo, dopo tutto quello che voi esseri umani le avete fatto, non ha più bisogno di molte spiegazioni ne’ di molte parole. Non più.

Ma io ti sorrido e ti accolgo gentile attraverso il mio telefono, testimone anche lui di così tante schifezze e menzogne, che ogni tanto mi guarda sfiancato e affranto, come a dirmi: “Ti prego, spegnimi. Non ne posso più. Spegnimi. E, dopo, spegniti anche tu”.

<Oddio, quasi non ti riconoscevo! La voce ti è diventata ancora più dolce negli anni! E’ stranissimo!>

Oh sì, ancora più dolce. Molto più dolce, mia cara amica…

 

E’ un po’ come giocare a scala quaranta.

Sei capace? Mio padre era un pokerista di quelli spinti, da tutta la notte quasi tutte le notti, fino al matrimonio. Mi ha insegnato tanti giochi. Soprattutto il poker. Dicendomi però di non giocare mai. Come sempre, ho fatto l’opposto.

Però è più come scala quaranta.

Peschi una carta e guardi se ti piace. Se si abbina bene alle altre, se c’è armonia, se il colore o il seme sono giusti. La tieni un attimo tra le dita, ci pensi, la valuti. Se poi non ti piace la scarti.

Poi ne peschi un’altra e così via.

Puoi anche sceglierti una carta scartata da qualcun’altro. Perchè pensi che invece sia una buona carta, una carta bella e intanto pensi al culo che hai avuto perchè quello prima di te non l’ha voluta.

Oppure puoi essere in dubbio, rimanere un po’ in attesa, guardare tra le altre carte e sceglierti in mano quella che da un pezzo non ti convince e sostituirla. Ma non puoi sapere prima se la scelta sia stata quella giusta. Devi provare.

Poi quando le carte stanno bene tutte insieme le cali, le mostri. Sono le tue carte, le hai scelte bene e con soddisfazione per quel piacevole ordine che hai messo insieme, puoi dire: “Chiudo”.

Se fosse come il poker sarebbe brutto. Nel poker puoi vincere bluffando. E senza dover mostrare le tue carte. Il poker va bene solo in certi casi.

Ecco, le persone sono così.

<Avere tante persone è una buona cosa: se ne perdi una hai le altre>

Sì, può essere una chiave di lettura, è vero.

Però io la vedo e la vivo diversamente.

Avere tante persone è una responsabilità. E’ anche una fatica spesso.

Perchè non puoi pescare e scartare a caso. Altrimenti resti con tutte le tue carte in mano e non ci fai un beneamato cazzo.

Devi tenerti le carte tra le mani con la sensazione del bene prezioso, anche se magari le scarterai.

Un po’ come quando mi dici: <Ma chi te lo fa fare? Perchè invece non te ne freghi? Sei troppo buona>.

Ecco, non sono affatto troppo buona. Sto solo valutando le carte, le sto soppesando e intanto le amo. Finchè sono nelle mie mani io le amo. Perchè so che è grazie a loro, grazie alla nostra armonica unione, che io potrò vincere.

E ti assicuro che è una grande soddisfazione mostrare le proprie carte, poggiate con ordine sul tavolo, e poter dire: “Chiudo”.

La stessa soddisfazione che ho nel chiudere questa giornata. Con tutte le mie belle carte sul tavolo.

Ieri ha riaperto il Bed and Breakfast “Tilla’s House”.

Avremo ospiti sino a martedì.

Poi, se il termine “progettualità” sarà stato finalmente cancellato dal vocabolario, sarà confermata la prenotazione di ulteriori ospiti sino alla domenica successiva.

Va da sé che ieri mi sono dovuta infilare un peperoncino nel culo per occuparmi di un fracco di cose. La casa, l’ospedale, il mandaLino, l’aeroporto con tutti gli aerei in ritardo per lo sciopero…

E poi l’intrattenimento chiacchiericcio fino alle 5.30 della maTina. Perchè qui al B&B si offrono servizi di prima qualità: dipende da cosa si preferisce e non specifico oltre.

Se sarò in grado di sopravvivere batterò colpi di cazzate.

Se non mi rivedrete vorrà dire che sono soccombuta.

Soccombuta… e poi qualcuno ancora sostiene che la lingua italiana sia bella.

Bah!

Baci nè.

 

 

Giusto per scassare la minchia al volo prima di uscire.

Sennò non mi sento veramente bene.

CONTATEVI I FOLLOWERS CHE AVETE FUORI DI QUI!

Nella vita, nel quotidiano, nella concretezza, di giorno e di notte, con il sole e la pioggia, d’estate e d’inverno, con la tristezza, il riso, i problemi, il cazzeggio, i discorsi astratti e la birretta sghignazzante.

E soprattutto quando avete bisogno, quando c’è bisogno.

Contatevi quelli di followers e contatevi tutti i loro commenti con il peso, la rilevanza e la leggerezza di chi c’è. Chi davvero c’è.

E, già che ci siamo, fottetevi pure un pochino. Tanto per. Ma con affetto.

Sempre con tanto affetto.

E quindi sono uscita di casa per l’ora di cena con l’animo un filino alterato. Per la precisione ero decisamente incazzata: ho coniato nuovi termini quali, ad esempio, “stammerdademmerda”, applicando il suffisso “demmerda” ogni 3 parole a caso.

Ma figlia mia perchè sei sempre incazzata?

Preciso che io mi incazzo ogni giorno almeno per mezz’oretta per piccole questioni di scarsa rilevanza. E grazie al cielo, perchè questo mi consente di affrontare la “roba grossa” con una certa freddezza.

Quindi con la felpa nera con il cappuccio tirato su camminavo per strada sembrando una cosa a metà tra Donnie Darko e un Nazgul. Ma, dopo poco, sono stata fermata dal mio amico che chiede i soldi: “Sono almeno 3 giorni che non passi, ero preoccupato, non sapevo se stavi bene”. Ecco, lui si preoccupa per me. Lui.

E dopo il bacetto già la rabbia mi si era ammorbidita.

Poi ho ripensato alle persone carine (che schifo cariiiine), quelle che, evidentemente, attribuiscono un minimo di rilevanza alle mie parole e con cui oggi (cioè ieri) ho parlato. E già mi si scontornava il nero.

Arrivata a casa del mio migliore amico, V. e consorte, la signorina C., m’è stato ammollato un vasetto di omogeneizzato alla frutta in mano per imboccare la Ciccetta, mentre con l’altra mano accarezzavo la nostra cagnola e intanto parlavo parlavo, utilizzando però ancora termini sconnessi e dall’italiano improbabile.

Ma, appena imboccata, ancora incappucciata da Nazgul, V. mi ha detto: “Devi assolutamente vedere una cosa, perchè mentre la guardavo pensavo a te. Sei te. L’hanno girata pensando a te”.

E la signorina C. dalla cucina: “Guardali!!! Guarda che sembri proprio te! Da morire dal ridere!”.

Perchè loro di me, dei miei pensieri e della mia vita hanno una cognizione diretta e di lunga data. E allora mi fido.

E ho guardato.

E m’è passato tutto tutto.

Cazzo, sò io. E’ la mia vita!

Devo trovare un paio di occhiali da sole uguali.

Ieri. Domani sera cascasse il mondo me ne sto a casa da sola.

Stamattina. Telefonata di Ares (l’ultimo degli ex): “Aò ti va se stasera ci vediamo? Andiamo a mangiare ‘na cosa, poi semmai un film o quello che te pare”.

E vabbè. Alle otto e mezza .

Telefonata di V., il mio migliore amico: “Allora stasera mi confermi che stai da sola?”.

Na, mi vedo con Ares andiamo a cena .

“Ah allora veniamo anche io e la signorina C., poi magari un film da me”.

E vabbè.

“Piuttosto siccome io avevo una mezza punta con Carmen, quasi le dico se vuole venire anche lei”.

Sì, alle otto e mezza .

Telefonata di Carmen: “Senti ti spiace se stasera porto anche mia nipote? Così la conosci”.

Tranqui, alle otto e mezza .

Sms di Emilia Paranoica: “Amore ci vediamo stasera che è da prima dell’estate che?” (finisce così il messaggio <da prima dell’estate che>).

Stasera vado a cena con gli altri (rimango sul vago perchè non si sa mai chi cazzo siano sti altri). Se ti va…

“Ah sì sì, così rivedo anche gli altri che mi fa piacere”.

(Ma se non sai chi sono gli altri?). Vabbè alle otto e mezza lì.

Aritelefono a V. : chiama e prenota per le otto e mezza.

“Per quanti?”.

Uhmm… bah… fai un numero impreciso tra 7 e 10 poi vedemo.

Ecco, se non avete un cazzo da fà stasera, alle otto e mezza se vedemo lì.

 

 

Vedo gente, faccio cose…

BUON

COMPLEANNO

EMILIA

GENIETTA!

 

TANTI AUGURI

BAMBINA MIA

DALLA TUA

MAMMADEMMERDA!

 

SECONDO TE, SE

SCRIVO TUTTO

COSI’, I MIOPI

NELL’ANIMA JE

LA PONNO FA’?

Secondo me, no. Tantovale…

E allora mia meravigliosa figliola, da brava mammainutile, ti smancerio tutta, provocandoti quel ribrezzo che adoro.

Il mio più grande consiglio nella vita è di non ascoltare mai i consigli. Compresi i miei. Quindi anche questo. Tanto per creare un’inutile contraddizione.

Ricordati che la tua mammavirtualmentescema è e sarà sempre orgogliosa e fiera di te, qualsiasi cosa tu faccia. Perchè tu hai già fatto sin troppo e basterebbe da qui all’eternità, comparato con la restante porzione di umanità che campa co du neuroni che giocano a ping pong e, nonostante questo,  si caga in mano per ogni pallina che  finisce fuori dal tavolo.

E l’ultima cosa. Ricordati che l’ambizione deve essere tua serva e mai il contrario. Tutto è un mezzo e tu sei l’unico fine.

Ti voglio bene, bambina mia.