Comunque

Piovi? Non piovi? Che hai deciso di fare?

Te ne stai lì, nero, livido. Ogni tanto un vento improvviso e forte che fa volare tutto. Poi diventi immobile, una bonaccia pigra o distante. Poi un’afa che mi soffoca lentamente. E poi di nuovo vento.

E allora che fai?

No, non perchè ti vorrei in un modo piuttosto che in un altro. Mi piaci comunque.

Così, per sapere, per capire, per vedere. Come sei, cosa desideri.

O anche no.

Mi piaci anche quando mi sorprendi, quando ti decidi in un attimo. Quando mi bruci di risate abbaglianti, quando mi arrivi addosso con la furia della tua vastità, quando ti sveli a tratti, tra il candore soffice e la patina di grigiore, quando mi fai arrossire, vermiglio, arancio, rosso d’incendio, quando ti muovi veloce e con lo sguardo ti seguo tra l’azzurro e il blu, quando con il tuo mantello nero mi fai compagnia nel silenzio.

Quando sei così lontano, così distante, che nemmeno se avessi le ali ti potrei raggiungere.

Sempre, mi piaci sempre. Così come sei.

Anche solo a osservarti da quaggiù.

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E mentre parlavo al telefono con un  tizio (n.d.r. con cui ci sto provando invano) che mi chiedeva se davvero tutti i miei ex e l’attuale fiancé sono più giovani di me e io specificavo e riepilogavo velocemente età, anni, periodi ecc. ecc., mi è tornata alla mente una domanda che, di tanto in tanto, mi affiora, per poi fuggire, vanificata da uno sticazzi fulmineo.

Ma perchè costoro son stati (o stanno) con me?

Voglio dire, passi per gli amanti, che insomma, riesco anche a capirlo di più. E del resto, sempre nella stessa sera, mi son presa della milf nel maldestro tentativo di un complimento da parte di un neanche troppo giovine.

Ma perchè stare anni con una donna  più grande?

Io ho alcuni vantaggi, che non sono solo quelli legati all’aspetto fisico, ma anche quelli più “previdenziali” connessi alla circostanza che mi sto precostituendo una serie di futuri badanti, grazie anche alle mie ribadite promesse relative a un non meglio specificato testamento.

Ma loro?

Ci ho pensato e son giunta alla conclusione che sono dei disagiati.

Probabilmente anche influenzata dalla recente visita del mio fiancé, che è indubbiamente un disagiato.

E’ chiaro: hanno dei problemi, mi son detta. Cioè, basta guardare un attimo il fiancé per farsi un’idea al riguardo: sta fuori come un terrazzo con vista panoramica.

Ogni volta che apro gli occhi la mattina e me lo trovo già sveglio che mi fissa in quel modo lì, penso, anche con una certa piacevolezza, che prima o poi arriverà la mattina in cui non ci sarà un mio risveglio.

Poi ho fatto mente locale per analizzare i comportamenti degli ex dopo la fine della relazione, visto che siamo tutti una grande famiglia. Dopo di me hanno tutti avuto altre storie, “normali”, “regolamentari”, peraltro sempre co ste fighe pazzesche.  E  allora non mi torna qualcosa…

Mah.

In merito a questo dubbio, comunque, sento in me un’eco lontana farsi prossima, come un suggerimento che giunge da dimensioni ancestrali.

…aaazziii…. aaazziii….

Vabbè, mi faccio un caffè.

“Sto imparando a ri-tarare il concetto di strano con te”.

La posta del quore di Tilla

Approfittando delle numerose mail che mi giungono dai quori affranti della blogosphere, inauguro oggi questa deliziosa rubrica all’interno della quale, son certa, ognun potrà trovare rapido conforto e pronta soluzione per tutti i problemi.

Ove qualcuno desiderasse ricevere consigli e pareri, l’indirizzo mail per la rubrica è tilladurieux@gmail.com. Pregasi specificare nell’oggetto della mail “Posta del quore di Tilla”. Le mail di rompicoglioni non saranno prese in considerazione. Quelle di giovani fisicati sono sempre ben accette, soprattutto per eventuali inviti a cena (e dopo cena).

Cara Tilla,

ti scrivo perchè non so proprio più cosa fare con la mia ragazza: ogni sera, quando torno stanco dal lavoro, attacca dei pipponi lunghissimi su problemi inconsistenti (ad esempio la marca sbagliata della spugnetta per il cesso) e dopo un po’ , colta da isteria, comincia a insultarmi pesantemente, salvo poi avere crisi di pianto in cui mi accusa di non volerle abbastanza bene. Naturalmente tutto ciò ha pesantemente influito sulla sfera sessuale… Aiutami Tilla! Cosa devo fare???

HomoSfrantus88

Caro HomoSfrantus88,

non preoccuparti: il tuo problema può essere risolto velocemente e senza turbamenti. In primo luogo fatti prescrivere da un medico una qualsiasi benzodiazepina per problemi d’ansia, ma, mi raccomando, che sia in compresse e non in gocce! Poi la sera, dosandola a seconda delle esigenze, frantumi la compressa e la riduci in polvere, la schiaffi dentro un beveraggio da propinare alla tua ragazza. I tempi di reazione sono diversi, ma già dopo mezz’oretta dovresti notare una certa placidità. Io ho sempre usato questo metodo con i miei fidanzelli per potermi guardare film senza avere rotture di palle. Solo uno una volta mi è andato in shock anafilattico, ma non è morto, e l’ho convinto di aver avuto un’improvvisa allergia alle fragole. Per quanto riguarda la sfera sessuale, invece, non so… hai proprio bisogno che sia sveglia?

Cara Tilla,

mi trovo in una situazione di grande dubbio interiore: il mio fidanzato, con cui sto benissimo per tutto il resto, è cattolico, mentre io sono atea. Lui sostiene che questa differenza crea una distanza insormontabile tra di noi e che per uno suo profondo bisogno spirituale io dovrei avvicinarmi alla sua fede e condividere con lui il suo credo. Io lo amo e non voglio deluderlo, cosa dovrei fare secondo te?

PiccolaGabbianellaInCercaDelCaloreDiUnaManoAmicaEDiUnSorrisoEAncheUnoSguardoDolceEcc.Ecc.

Cara PiccolaGabbianellaInCercaDelCaloreDiUnaManoAmicaEDiUnSorrisoEAncheUnoSguardoDolceEcc.Ecc.,

i bisogni spirituali sono fondamentali in un individuo e non vanno mai sottovalutati. Quindi io ti consiglio di avvicinarti alla sua religione e di farlo in maniera ferrea, perchè, come gli dirai, tu le cose o le fai per bene o non le fai per niente! Dovrai, quindi, immediatamente escludere tutti i rapporti sessuali completi (sodomia compresa, non prendiamoci per il culo). Sarà altresì escluso l’onanismo maschile, perchè il seme non deve andar disperso. Sì alla masturbazione purchè incompleta! Del resto un teasing and denial non si rifiuta a nessuno. Le donne, invece, non producono seme, ergo… Inoltre, giacchè il comandamento recita di non desiderare la donna altrui, lui dovrà esserti fedele anche con il pensiero e, onde evitare qualsiasi rischio, consiglierei l’uso di una bella CB. Sono certa che così  il suo bisogno spirituale sarà pienamente soddisfatto e, d’altronde, cosa non si fa per amore?

T’attraverso schiacciandomi i passi sul riflesso bagnato del selciato che mi  sono lastricata.

Risuona l’overture scalpitante delle mie maschere facete, scandendomi il tempo esatto.

Distratta biscroma in  fff che declina su cadenze e sgambetti di un metronomo guercio e scorretto.

Eppure è sull’andante di una visione collaterale, ai margini, fuor di pentagramma, che lo sfz va annaspando ancora, sotto la spinta bemolle di uno sguardo ben assestato.

Protendo un sol che, crescendo con immensa legatura di valore, sorga su questa acciaccatura e aggiunga mordente alla nuova fioritura dei miei battiti.

Ho glissati lunghissimi e scivolosi, passeggiati nel minuetto dei sorrisi e dei perchè muti, ma è sotto l’ombra di un mughetto tremolo che si occulta il profumo di una verità precipitata in chiusura.

Dammi una chiave.

Ma che sia quella giusta.

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Dead girl there will never be another one that dreams like you

Dead girl there will never be another one that screams like you

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It’s just the echo of the blood in your head

Lenta si morde l’aria,  ferma alla mescita del buio sfuso. Un tot a sospiro.

 

Aspetto i no sull’uscio del mattino per scolarli d’un fiato a notte fonda.

 

E poi rompere il bicchiere.

Coloro che, ignorandolo, indossano il dono dell’essere, mi piegano le ciglia dinanzi allo spettacolo muto della distanza.

Sorrido solo a destra con una mano protesa e un gesto di pregiata fattura verso chi si annaspa un minuto di altezza.

Ho la ragione al centro del petto a confermarmi gli occhi.

Mi infilo in una volontà di qualche taglia in meno per sentirmi spogliata di ogni senso e affidarmi all’evanescenza di un nuovo odore.

Pur essendo ovunque, io non ci sono.

Chi mi ama non mi segua.

Non voglio ricordarmi attraverso il tuo specchio la mia anomalia.

Ci fosse un circo per quelli come me, avrei un posto adeguato in cui esibirmi e colleghi di lavoro ai quali raccontare i miei incubi preferiti.

Alla fine dello spettacolo le famigliole camicie a quadretti e maglioncino di finto cachemire comprato al banco del mercato del sabato mattina applaudirebbero sorridenti e tornerebbero ai loro lunedì di vera regolarità, vera come il loro cachemire, con tutte le convinzioni del caso e l’uso costante della prima persona plurale nei discorsetti di amore e dolore e colore e pallore e fetore e.

Oh che buffi, che strani, chissà come fanno? Quale sarà il trucco? Mamma papà ma davvero si fanno male? Ma no, è tutto finto, c’è un trucco. Mica segano davvero in due una donna, il sangue è finto, i coltelli hanno le lame di gomma e il mondo è un posto bellissimo con tanto amore in cui non ci si deve fidare del vicino o del nonno o della socia della mamma e i froci si chiamano gay.

Chiuderemmo i tendoni la notte e tra di noi con il sorriso affilato potremmo scambiarci lembi di pelle e sussurrarci le migliori storie e scrivere assieme finali diversi, rappresentati all’impronta dai più volenterosi. Lasceremmo gocciare il veleno dal sangue e lo distilleremmo in apposite fiale di cristallo blu. Oppure potremmo guardarci in silenzio, sospettosi e guardinghi, nell’attesa della prima mossa del nuovo gioco. Quello senza regole.

Se ci fosse un circo per quelli come me, mi inciderei sulla guancia destra un piccolo quadrifoglio e aspetterei il giorno seduta su un tavolo di legno indossando una gonna a balze, con le gambe penzoloni, cantando in una lingua sconosciuta.

Se ci fosse un circo per quelli come me, mi morderei le labbra ridendo, lancerei in aria fiaccole infuocate e scriverei sulla mia porta “DO WHAT THOU WILT”.

No, non ti sveglierò stanotte, amore mio.

Non c’è un circo per quelli come noi.

Rosa marcet oriens

Perchè fermarsi anzitempo nella sfrenata dinamica degli strali emotivi che mi incedono possenti tra la carne e il respiro?

Perchè consentirsi un soffocamento ingoiato di parole e mani immobili a mezz’aria, congelate in un tempo già finito, tra la brina dei sostantivi incastrati tra i denti e le labbra corrose da un bacio mai schiuso?

Conservo la morte sulla punta della dita. E’ qui a sfiorarmi a ogni istante per ogni battito delle palpebre. Potrei sbriciolarla, polverizzarla, lasciarla scivolare. Come sale spargerla sulle ferite. Oppure soffiarla tutt’attorno a farmi sapida l’aria.

Mi basta guardarmi le dita per ogni risposta ad ogni domanda e imprimermi un polpastrello sulla fronte tra gli occhi.

Ho il caduco intrecciato tra i capelli e il profumo dei fiori nel momento in cui – in quell’esatto istante in cui – trapassano dalla freschezza al ricordo.

Mi serbo ogni giorno un nuovo segreto da svelarmi sul cadere delle luci e farmi grande il respiro, farmi ardente la febbre, farmi umidi gli occhi.

Sto sulle punte lungo il confine tra il sacro e il vacuo a rammendarmi nuovi attimi.

Non ho paura dei sapori dolci e mi pregio di amare l’amaro.

Sono la mia nuova strada senza paura, la mia  scintilla, sono la mia nota perfetta, sono la mia sorgente perenne, sono il mio giorno nascente, sono l’incipit della mia storia, sono il mio tempo.

Io sono il mio tempo.

Ovunque io debba poggiare i miei piedi per camminare, qualsiasi cosa debbano calpestare per andare avanti, che siano petali o cadaveri, non fermerò il mio passo.

A Marco.

L’ineluttabile

Non aveva alcuna intenzione di alzarsi.

L’affacciarsi appannato alla mente di uno stato di necessità o di quel bisogno derivato, affatto genuino, di un insieme di atti da dover compiere, la disturbava.

In fondo – si domandava – cosa potrebbe essere definito realmente necessario? Quali le necessità rilevanti, preponderanti? Sto respirando e lo faccio senza nemmeno dovermi prendere la briga di pensarlo.

Perseguiva il suo scopo di adagiarsi molle, compiacendosi del tatto casuale sui capelli aggrovigliati, scomposti; della sensazione vagamente umida sotto le ascelle, tra le gambe; dei propri occhi socchiusi, lenti, intorpiditi.

Anche i lievi movimenti delle labbra, il deglutire della lingua, quel contrarsi impercettibile della gola, tutto era proteso a una identificazione del proprio corpo come un piacevole automatismo: nessuna implicazione con la volontà, nulla da dover pensare.

Il sangue mi scorre nelle vene – si diceva – anche se io non lo sto pensando.

E se decidesse di smettere di camminarmi dentro – proseguiva – nessun atto di volontà gli impedirebbe di farlo.

L’ineluttabile la trastullava, quietandole l’abbozzato impulso a un non identificabile dovere.

L’ineluttabile, in qualche modo, la condusse a Jean-Claude, all’ultima volta in cui era stato lì, in quella stessa stanza.

Si rivide schiacciata su quel letto, con il seno e le spalle premuti contro il materasso. Un braccio piegato, sotto un cuscino. L’altro steso, in orizzontale, lungo il letto. Come una croce sbilenca, mozzata. Il palmo della mano, abbandonato sul lenzuolo, con l’indice a sfiorare, in punta, l’angolo dell’altro cuscino. Il ventre e le natiche sollevate, non troppo, sulle ginocchia che stentavano a mantenersi salde. Jean-Claude, dietro di lei, premeva il bacino contro il suo candore morbido. Affondava a più riprese, aumentando il ritmo e l’intensità, afferrandola per i fianchi.

Sentiva l’irrigidirsi di quel corpo alle sue spalle come diretta conseguenza del contrarsi dei muscoli delle sue gambe. O forse era il contrario? Difficile distinguere movimenti e impulsi l’uno dall’altro.

Aveva il volto girato da un lato, anch’esso schiacciato sul materasso. Il cuscino le sfiorava i capelli. Guardava verso la finestra. No. Non è vero. Aveva gli occhi appena aperti, ma non guardava. Non guardava nulla. Le entrava solo un velo, una linea di luce, che deformava gli oggetti, la stanza, tutto ciò che si affacciava nel suo campo visivo casualmente, senza averlo deciso.

Anche la bocca era appena socchiusa, forse la apriva ogni tanto un po’ di più. Sentiva il proprio respiro scivolare parallelo al letto, trasformarsi in piccolo gemito appena sulle labbra e poi ricadere sulle lenzuola.

Se avesse avuto il viso girato dall’altro lato, verso l’armadio, allora avrebbe potuto vedere riflesso nel vetro rosso il corpo bellissimo di Jean-Claude che la possedeva. Avrebbe visto le sue braccia  e i suoi muscoli contrarsi, assieme alle natiche. L’avrebbe visto reclinare appena un po’ indietro la testa, in alcuni momenti. Allora sì, avrebbe proprio guardato, così come era accaduto altre volte. L’avrebbe fatto compiacendosi dello spettacolo di sé, schiacciata a metà su quel letto, come una conseguenza ritmica di una volontà altrui. Sarebbe stata spettatrice attiva e passiva dell’insieme unito dei due corpi. Un gruppo marmoreo scolpito in movimento.

Poi probabilmente avrebbe chiuso gli occhi.

Ma quella volta era andata così: davanti a sé aveva la finestra e il bagliore filtrato dalle ciglia.

<Stai giù.>

Le aveva detto solo quello. Con la voce roca e un po’ sussurrata. Il tono fermo.

Due volte glielo aveva ripetuto.

<Stai giù.>

Forse lei aveva sospirato un <sì>. Anzi, probabilmente lo aveva fatto, ma non riusciva a ricordarlo con certezza. L’unica voce che sentiva, ora come allora, era quella di Jean-Claude e quelle poche sillabe che avevano riempito, fino a straripare, il quadrato della stanza.

Avrebbe potuto non dirlo. Lei comunque sarebbe rimasta giù. Lo sapeva anche lui. Eppure per ben due volte glielo aveva intimato. Non erano parole necessarie. Eppure, senza quelle, lei non avrebbe sentito la stanza girare attorno alla sua voce. Non avrebbe sentito il calore diramarsi dal ventre e salire verso l’alto, arrivare al centro del petto, sfiorarle le labbra e le palpebre e poi conficcarlesi nella testa, come una punta acuminata, un’onda, un riverbero sempre più possente e veloce, ancora e ancora.

Poi lui d’un tratto era sgusciato fuori, proprio all’ultimo, terminando con un rantolo caldo e liquido sulla sua schiena.

A quel punto lei aveva smesso di tenere gli occhi aperti e aveva ricominciato a guardare.

Sorridendo abbastanza perchè le labbra scoprissero appena i denti.

Ancora era rimasta giù. Stavolta con le gambe stese, chiuse, dritte ed entrambe le braccia sotto il cuscino. Aveva atteso con gli occhi chiusi che Jean-Claude, in silenzio, le asciugasse la schiena dolcemente prima di potersi girare. In silenzio, perchè, ancora, nessuna parola sarebbe stata necessaria.

Si accorse che stava osservando il soffitto bianco sopra di sé, come lo schermo di un cinema su cui proiettare il proprio ricordo.

Si accorse anche che stava sorridendo, soddisfatta dal ricordo.

Si alzò di scatto. Senza indugiare, senza mollezze, senza dubbi.

S’era data un confine. Aveva deciso quale fosse per lei la discriminante, la linea sottile di divisione tra la necessità e la scelta.

Era lì racchiuso in un pugnetto di sillabe pronunciate da una voce.

Tutto il resto poteva andare avanti da sé.

Tu – tump – tu – tump – tu – tump – tutump – tutump – tutump – tutumptutump – tutumptutump – tutumptutumptutump…

Lo senti? Lo senti come corre?

Frenetico precipita, si scapicolla, rincorre sè stesso in una fuga senza fine, si sfida in volate e riprese.

Guizza fuori con un balzo. Lo riprendo, schizzato via a mezz’aria, lo stringo in una mano.

Sanguina tra le dita, palpita e scalpita.

<Guardami negli occhi, guardami!>

Trema un po’. Finge, lo so che finge. Lo conosco. Bugiardo, infingardo, bastardo. Straordinario attore!

<Guardami negli occhi e smettila con la tua pantomima.>

Allora si fa serio, si assesta un po’, vuole darmela a bere nuovamente. Eppure è anche interessato a quello che ho da dire.

Forse così non gli ho parlato mai. Forse così non mi ha vista mai.

<Ascoltami bene, pezzo di muscolo, perchè te lo dirò una volta sola e non lo ripeterò nuovamente.>

Rallenta e sussulta a tratti. Ora è davvero attento.

<Da questo momento in poi farai esattamente quello che voglio.  Quello che voglio io. Non quello che decidi tu in piena autonomia o in combutta con qualcuno dei tuoi amici stronzetti lassù nel cervello. Vi siete divertiti abbastanza alle mie spalle durante questi anni.>

Non ne sono certa, ma credo di avergli visto per un attimo un sorrisetto sghembo.

<Da questo momento in poi ti comporterai bene, non mi ingannerai di nuovo, non scalpiterai impazzito di terrore. Perchè ti conosco piuttosto bene oramai e so perfettamente che non hai affatto paura. Ti ho controllato nei momenti peggiori, quando il pericolo era davvero sotto gli occhi, e tu te ne stavi quieto, placido e regolare. Ti ho sentito galoppare inebriato come una menade, schiacciato tra le lenzuola da un corpo caldo, bucato da occhi così vicini da scambiarli con i tuoi.>

<Da adesso si fa a modo mio. Ti dimostrerai degno d’essere mio. Ti dimostrerai alla mia altezza.>

Mi ha guardato di sottecchi. Incupito, seccato.  Vagamente incredulo, piccolo sbruffone.

Poi, finalmente, ha parlato. Per la prima volta mi ha parlato.

<Altrimenti che mi fai, piccola scema? Che pensi di potermi fare?>

Che vocetta stupida, ho pensato. Davvero, ho sempre immaginato toni caldi e profondi. Un mezzosoprano, un contralto. Invece mi ritrovo con un falsetto stridulo stretto in mano.

<Altrimenti ti venderò al migliore offerente. E tu sai cosa fanno gli umani al proprio cuore, vero?>

Ha avuto un fremito, una scossa tumultuosa e rapida.

<Presto, rimettimi nel petto! Certe cose non si dicono nemmeno per ischerzo…>

Ho sorriso di sguincio e mi sono ingoiata il cuore.

Tu — tump — tu — tump — tu — tump — tu — tump — tu — tump.