Vaffanculo

Urla.

Anche se ogni suono ti sembra morire in gola, tu urla. Urla più forte che puoi.

Anche se il tuo viso è incastrato in un’espressione di sgomento immobile, tu urla.

Urla se non riesci a difenderti. Perchè, se non ti difendi e non urli, beh, allora, in fondo, non era davvero così grave, magari lo volevi pure tu.

Urla se riesci a difenderti. Perchè, se ti difendi e non urli, allora sei una stronza aggressiva, allora forse potevi anche evitarlo. E, chissà, magari l’hai pure provocato.

Urla, perchè se qualcuno ti afferra, ti immobilizza, ti morde con rabbia e cerca di leccarti, se non urli, in fondo, ti stava solo manifestando il proprio apprezzamento. Sei anche un po’ ingrata.

Urla, perchè, se non urli, tutto sommato non sembri davvero così tanto turbata.

Urla, perchè, se non lo fai, i lividi che avrai sul tuo corpo non significheranno nulla. Non hai urlato, magari era un gioco erotico.

Urla, perchè, se non c’è un amico che davvero ti ama nelle vicinanze, potresti rimanere sola con i tuoi segni a dover dimostrare a una giuria di stolti l’esatto meccanismo, movimento, dinamica, motivazione. Anche se i lividi addosso sono ben visibili.

Urla, perchè, se ad aggredirti non è un essere losco e pregiudicato o un extracomunitario, ma una persona perbene e tanto simpatica, allora c’è qualcosa che non torna.

Urla, perchè, se è ubriaco fradicio e alcolizzato, beh, sai, poverino, ha i suoi problemi e poi non si rendeva conto.

Tu urla. Urla sempre. Anche se sei in una casa piena di gente. Anche se sei nella tua casa, dove ti senti sicura e protetta.

Urla sempre.

Non fare il mio errore. Non difenderti da sola perchè puoi farcela, perchè sei una donna forte, perchè sei indipendente, perchè non tolleri un’aggressione fisica accompagnata a un’umiliazione verbale.

Non te lo perdoneranno. Non è ammissibile. Urla chiedendo aiuto. Possibilmente l’aiuto di un maschio. Sei fragile, indifesa, incapace. Sei incapace. E poi sei donna. Hai le tette e si vedono pure. E l’uomo è cacciatore, si sa.

***

Tu che mi hai fatto del male. Tu che mi hai morso rabbiosamente. Tu che mi hai schiaffeggiato. Tu che mi hai leccato. Tu che mi hai quasi distrutto casa. Tu che intanto ridevi. Tu che mi hai detto che avevo esagerato nel dare un calcio nelle palle a chi mi ha lasciato lividi e mi ha insultata. Tu che eri ospite in casa mia e hai bevuto il mio vino. Tu che hai pisciato per terra nel mio bagno, costringendomi a pulire il tuo piscio mentre mi veniva da vomitare, prima di fotografarmi il corpo alla luce dell’alba, prima di andare in un pronto soccorso.

Io ti sto guardando negli occhi. Io vi sto guardando negli occhi.

Vi guardo da qui. Vi guardo negli occhi senza urlare. Vi guardo negli occhi senza parlare.

Io vi guardo negli occhi.

E anche se i miei occhi non li vedete, io ve lo domando.

Voi riuscite a guardarmi negli occhi?

Voi riuscite a guardarvi negli occhi?

morso

lividi

lividi 1

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Non c’è su sto cazzo di portale un “luogo” in cui si possano vedere i “nuovi iscritti” o anche semplicemente, in via generica, le ultime cose pubblicate, in ordine cronologico, su blog in italiano?

Ultimamente giro e rigiro e trovo sempre gli stessi bloggersss. Ho tutti i tag di ricerca che boccheggiano; nei blog consigliati perchè seguiti da persone che seguo, trovo “roba” che mi domando chi è lo stronzo dei miei follower che me li fa comparire; blog di invasati di cristo e di chiese di tutti i tipi, che mi arrivano sotto al naso (a me!?), blog di brutti sporchi e cattivi manco l’ombra…

Sto wp è un paesello microscopico, diosanto!

 

Sondaggio-curiosità o quello che vi pare.

1) Qual è il motivo che vi ha spinto a scrivere in un blog? Quale la finalità iniziale, l’impulso primario?

2) Il motivo iniziale è cambiato durante il tempo? Si è configurata una nuova finalità?

3) Prima di scrivere vi ponete mai il dubbio che ciò che volete scrivere o state per scrivere possa non essere gradito o non suscitare interesse nei vostri lettori abituali e non?

4) Nel caso in cui la risposta alla domanda precedente sia “sì”, avete mai evitato di pubblicare qualcosa in virtù di quella risposta affermativa?

5) Scrivere in un blog vi fa pensare/sentire di appartenere ad una comunità?

6) Se la risposta alla domanda precedente è affermativa, il senso di appartenenza vi procura piacere o fastidio?

7) Utilizzate il blog per conoscere altre persone? Come finalità rilevante o secondaria?

8) Utilizzate il blog per conoscere le opinioni di altre persone? Come finalità rilevante o secondaria?

9) Scrivere sul blog vi procura mai ansia?

10) Per quale cazzo di motivo non usate mai il “giustificato” nell’impaginazione procurando sofferenza nei lettori con disturbo ossessivo compulsivo?

Grazie per le cortesi e quanto più possibile intellettualmente oneste risposte.

Per più di 10 anni ho frequentato attivamente un certo ambiente, che di solito chiamo “l’ambientino”, in tono critico ed ironico.

E ad un certo punto sono stata gestronza di un portale tematico, a tutt’oggi estremamente florido e vivo, soprattutto perchè il mio uomo (due ex fa) era ed è gestronzo di quel portale.

Va da sè che dopo tot anni di frequentazioni, nel momento in cui ero gestronza, conoscevo e mi conoscevano, di persona, vagonate di individui. E quando dico “vagonate” intendo a centinaia. Senza esagerare.

Poi, per fortuna, litigo con chiunque, quindi le frequentazioni attive si sono sempre ridotte a numeri inferiori. Ma la conoscenza resta. Ed è un peso.

E’ un peso soprattutto se tu su un sito vuoi esser libero di scrivere quello che te pare, senza sentirti soffocare ogni volta.

Così ho pensato di crearmi un’identità alternativa. Non femminile, perchè avrei avuto comunque rompicoglioni appiccicati. E mi sono fatta uomo.

E ho cominciato a scrivere i cacchi miei. Per lo più riflessioni o ricordi. Stando attenta a fare in modo di non essere riconosciuta. Poi, in quel periodo, ero un po’ depressa, quindi mi venivano fuori cose un po’ tristi. Tristi in maniera tilliana: vagamente malinconiche e mai piagnone; con un carattere deciso, ma sensibile; dure ma ironiche. Ero tutta un po’ così, ma anche il contrario di così. Un po’ e un po’.

Anche perchè mi impegnavo a non sembrare troppo me. C’era qualcosa di forzatamente inautentico. Non troppo. Un po’ e un po’.

A una certa ho cominciato ad essere invasa dalle donne. Invasa.

E il guaio è che la maggior parte di quelle donne io le conoscevo. Mica le stupidelle. No. Quelle più interessanti, quelle che se la tiravano più di me.

E a me dispiaceva, mi sentivo nammerda. Perchè se avessi privatamente rivelato chi ero, conoscendo l'”ambientino”, tempo 1 secondo e l’avrebbe saputo tutto il mondo. E addio libertà.

Quindi con cortesia cercavo di allontanarle. Tentando di far comprendere che era un mio problema, non certo una loro carenza in qualcosa. Me so pure inventata che ero innamoratO di una e che quindi non c’era verso.

Peggio! Un incubo. Un’ansia tremenda.

Finchè un giorno un altro gestronzo mi ha contattata dicendomi: “A Tì, non se po’ andà avanti co sta storia”. Una sua cara amica stava a sbroccà e voleva conoscere a tutti i costi quest’uomo misterioso, un po’ e un po’.

Così gli ho chiesto di cancellarmi. Facendoci in tal modo un reciproco favore.

Perchè mi è venuta in mente questa storia?

Perchè girando qua dentro ogni tanto becco dei blog di utenti maschili con post con 764 commenti quasi esclusivamente provenienti da donne. Commenti che sembrano diversi, ma che, in realtà, so tutti uguali.

E allora mi dico: “Voi vedè che questo è un altro un po’ e un po’?”.

Leggo i post. Un po’ stronzo, ma anche no. Un po’ distante, ma anche no. Un po’ romantico, ma anche no. Un po’ malinconico, ma anche no. Un po’ erotico, ma anche no.

E no, non c’è nessuna critica. C’è invidia.

Ma anche noia.

Un po’ e un po’.

 

 

 

 

 

 

Il mattologo

Domani ho appuntamento con il mio medico.

E quando dico “il mio medico” intendo dire il mio psichiatra, perchè, in sostanza, è l’unico medico che mi segue da tanti anni.

Ogni volta che lo chiamo per prendere un appuntamento, emette un piccolo grugnito che mescola ad un sospiro, in un modo che non sono mai riuscita a riprodurre.

Non è una persona particolarmente affabile, di rado sorride e, quando lo fa, gli rimangono gli occhi tristi, sembra un labrador contrito. Mi sta anche abbastanza sul cazzo, perchè non è mai esente dal pronunciare tutta una serie di giudizi e valutazioni che mi urtano profondamente i nervi, ma di solito lo lascio fare perchè so che così si sente soddisfatto. E’ una pantomima che conosco e che recito a memoria perchè non ho nessuna voglia di addentrarmi nei dettagli e, in fondo, non lo vuole nemmeno lui. Non è empatico e penso che per lui sia un bene, altrimenti, con tutto il dolore che lo circonda, un burn out non glielo toglierebbe nessuno.

Sono disposta ad accettare il suo pessimo carattere ed i suoi pippotti inutili, da anni, perchè ha le uniche qualità che mi interessano davvero:  è onesto e competente.  Conosce molto bene i farmaci, tutti, sa come dosarli e, soprattutto, evita il più possibile di prescriverne e non vede l’ora di poterteli togliere. Questo è quello che mi serve e amen.

So che di me pensa che sono una persona debole, poco incline a reagire alle “cose della vita”, come dice lui.

La verità è che non sa praticamente un cazzo di me, perchè, nonostante i 15 anni di “conoscenza”,  non gli ho mai raccontato per bene le cose. Non ne ho nessuna voglia. Così come non ne ho di raccontarle a chicchessia.

Quindi mi limito ad enunciargli, con la faccia di gesso, quali siano i fattori scatenanti di una situazione di stress o di un periodo di particolare frustrazione. Ma in modo asettico, senza dettagli, senza coloriture e con tante tante omissioni. Preferisco spiegargli bene quali siano i sintomi. Quelli deve curarmi, questo è il suo mestiere.

Ad esempio, la prima volta che sono stata da lui, 15 anni or sono, è stato per gli attacchi di ansia e per l’anoressia di cui soffrivo da 5 mesi circa. Gli spiegai che il fattore scatenante era stato l’infarto di mia mamma. Ma non gli raccontai tutto. Non gli dissi esattamente come erano andate le cose.

Quel giorno di luglio ero in viaggio con alcuni miei amici, di ritorno a Roma dopo una breve vacanza in Calabria. Arrivai a casa intorno alle 18 e trovai mia mamma distesa sul letto  sofferente e in stato di semi incoscienza. Estremamente allertata, chiesi a mio padre cosa fosse successo. E lui mi rispose che dall’alba mia mamma accusava dolori al petto, che era svenuta due volte, cadendo in terra. Alla mia domanda sul perchè non l’avesse portata al pronto soccorso mio padre rispose: “Sai com’è, lei spesso si lamenta, ma poi non so se davvero sta male”.  Chiamai subito un’ambulanza e la portarono, dopo veloci accertamenti, in terapia intensiva. Ci dissero che aveva avuto un infarto, che il cuore era estremamente sofferente e che se fosse stata portata subito in ospedale, alle prime angine, si sarebbe evitato l’infarto. Poi, riguardo la prognosi, ci dissero che bisognava attendere la notte per sapere come avrebbe reagito.

Ecco, questo il mio dottore non lo sa. Non sa di come  mio padre, pur sapendo della malattia di mia madre, se ne sia sempre, completamente, disinteressato, spesso accusandola di esagerare le cose, facendole pesare tutto e obbligandola a tollerare. Non sa di come mia madre, pur sapendo a cosa andava incontro, non si sia mai ribellata a mio padre e non si sia mai presa cura di sè davvero, obbligando me a proteggerla e ad occuparmi di lei. Non sa, ancora, milioni di altre cose, di lividi sul mio corpo di bambina ed adolescente. Di urla rabbiose, di come abbia fatto scudo con il mio corpo a quello di mia madre, gettata in terra e presa a calci. Non sa, di come mia madre, per me, non abbia mai mosso un dito o detto una sillaba in mia difesa. Di come io abbia trascorso giornate chiusa in una stanza a piangere, completamente ignorata. Di come non abbia mai avuto alcuna scelta, per quel circolo vizioso di ricatti morali, per i quali, ad ogni comportamento di mio padre, corrispondeva un malore di mia madre e di come quest’ultima mi implorasse di fare ciò che mi veniva ordinato e basta.  E, soprattutto, non sa di come, giunti loro alla vecchiaia, io abbia saputo giudicare, incolpare, condannare e decidere comunque di aiutare ed assistere allo stesso tempo.

Perchè, se così non avessi fatto, io non sarei stata diversa da loro.

No, non sa un cazzo, e a me va bene così. Mi vanno bene i pippotti e i giudizi sulla mia incapacità di affrontare la vita. Che forse è anche vero, non lo so e, francamente, non mi interessa, perchè sono stanca di analizzare e sezionare tutto.

So solo una cosa: una sola persona al mondo conosce tutta la mia vita, il mio unico amico, che da 22 anni è un fratello “adottivo”. Per la verità qualcosa di me sa anche quel pusillanime del mio ex compagno, avendomi vissuta  per 4 anni. E di recente, dovendo scegliere uno o due parole per definire la mia persona al fine di creare un nome cinese da inserire in alcuni documenti, non sapendo cosa scegliere ho chiesto consiglio a loro.

Ed entrambi mi hanno risposto: – Di sicuro uno dei due nomi è “forza” -.

 

 

 

 

 

 

 

Senza titolo

No, oggi no.

Non ce la faccio a scendere a patti con questo cielo.

E, anche se so che quel livido infinito che pigia sui tetti non è a mio dispetto, non riesco a non prenderlo come qualcosa di personale.

Perchè oggi somma il suo peso consistente a quello della caldaia che funziona a tratti, a quello dell’assicuratore che cerca di fottermi con un sorriso, ai dolori incessanti, perpetui, di mia madre, alla vecchiaia stanca di mio padre.

Ed io non ce la faccio. Sono qui schiacciata, a cercare di sollevare appena un po’ il petto, giusto per respirare. Che il resto di me è immobilizzato dai quotidiani, piccoli, grandi mostri del caso e della colpa.

E mi resta sempre irrisolto l’enigma dell’inadeguatezza.

La mia o quella altrui?

Stroud, Oklahoma (nei pressi di)

Tu, ispanico, che insolentemente fissi la mia figura nell’ombra, che vuoi?

Non e’ che siccome sono uscita nella notte, fuori della mia stanza, a fumare questo vento caldo, non e’ che tu puoi scambiare la mia solitudine vestita di un pezzo di cotone colorato comprato alla bancarella sotto casa per un invito a varcare questa porta.

Anzi, sai che ti dico, adesso mi sposto lungo questo lato del motel, arrivo fino all’angolo, li’ dove c’e’ la macchina delle bibite e mi prendo qualcosa di fresco da bere. E non importa se il vestito leggero mi svolazza addosso scoprendomi le gambe. Che questo vento insolente come il tuo sguardo fisso e’ piu’ dolce, ci scommetto, delle tue mani che ogni tanto ti poggi su quel petto nudo.

E siccome non ti bastano i tuoi occhi impudenti e seri a guardare, non appena mi avvicino all’angolo del motel ed alla tua stanza, dai una voce a quel paio di amici che sono dentro, seminudi come te, per invitarli a guardare anche loro il medesimo spettacolo, bevendo birra e fumando, e vi appoggiate chi allo stipite della porta, chi alla macchina parcheggiata di fronte, a fissare nel medesimo modo. Serio, senza sorrisi amichevoli. Che da queste parti, quando c’è desiderio di due chiacchiere, si fa un sorriso e basta un: “Hi!” e tutto va avanti da sè.

Parlottate ma non vi sento e torno alla mia porta.

Mi sento addosso quegli occhi bui e mi domando cosa fare. Vi siete chiesti da dove provenga? Sono americana o ispanica come voi? Forse una mezza nativa, che con i miei occhi neri tagliati strani, la pelle brunita dal sole ed i capelli lunghi e corvini, fanno tutti fatica  a capire qual è la mia razza. Persino io. No, non penso ve lo siate domandato e, semmai, mai avrete pensato che io sia una straniera. Che i turisti non vengono in motel come questo. Questo che non e’ di catena, e’ piccolo, senza niente, con una vecchia orientale alla reception, che non chiede nemmeno i documenti, basta che paghi, in contanti, e il puzzo di una cucina da ristorante cinese di scarsa qualità.

E invece, guarda un po’, sono solo una stronzetta europea che vuole provare a vivere come in uno dei suoi film l’emozione dei motel luridi, con l’aria condizionata che fa un rumore cigolante e getta aria mista a puzza di fumo, la moquette lercia e polverosa, le lenzuola bucate da bruciature di sigaretta, macchiate da va a sapere cosa. Pensa un po’…

Ma tu ispanico non mi piaci manco un po’. E anche se i tuoi amici sono rientrati, tu sei rimasto li’, poggiato alla macchina, a fissare come prima.

Ed io vorrei farti capire che non sono qui a cercar rogna, ma che nemmeno tu ne devi cercare da me.

Ci siamo solo io e te ora, in questo cortiletto quadrato, io e te e due macchine e il vento caldo del sud che ci soffia in mezzo.

Mi appoggio alla mia porta, blu, ridipinta di fresco, l’unica cosa nuova qui. Quasi a proteggerla, quasi a dire: “Questo è il mio territorio e tu non lo devi attraversare”. E’ la frontier culture, te ne parlerei pure volentieri, peccato che non te ne fregherebbe assolutamente nulla.

Allora penso che devo parlarti con la stessa lingua degli occhi. E comincio a passare in rassegna le facce giuste. The Bride di Tarantino? Thelma & Louise? Cazzo mi viene in mente Hotel California versione Gipsy King, è The Big Lebowski, Jesus, colpa dell’ispanicità imperante. No, no, non va bene, che così mi vien da ridere. Qua ci vuole una roba seria, una cosa coatta vera.

Eccolo! E’ roba da Leone. Corri, guarda tutte le immagini, tutti gli sguardi. Trovato! Mi faccio Lee Van Cleef! Mi taglio gli occhi ancora di più, serro la mandibola, mi incavo il volto e persino il naso me lo sento più aquilino.

Ora mi accendo una sigaretta e rimango immobile. Guardami, te sto a imbruttì, si dice dalle mie parti.

Siamo come due randagi che nemmeno respirano fissandosi, ognuno fermo in un centimetro quadro di spazio. Chi dei due per primo si muoverà?

Un istante, per quanto minimo, può essere lunghissimo e durare tanto quanto la mente è in grado di dilatarlo nello spazio di un frammento.

L’istante è passato, finito. Non so quanto sia durato davvero. Getti la tua sigaretta, sposti il culo da quella macchina e rientri nella tua stanza, chiudendo la porta.

Sono qui da sola. Ho ancora la mandibola serrata, fa quasi male.

Rientro e chiudo la porta.

Che faccio metto una sedia incastrata sotto la maniglia?

Sorrido. No. No.

Questo è il mio film. E’ proprio il film che volevo guardare. E’ il film in cui volevo vivere. E’ il mio. Ed è così che lo voglio. E tu, ispanico, ne sei stato coprotagonista.

Sorrido. E’ la frontier culture che mi abita dentro. Con tutte le sue contraddizioni. Ed io la amo. E anche tu, ispanico, che mi stai sul cazzo perchè io non ammetto che mi si fissi in quel modo, anche tu, mi abiti dentro e fai parte di quell’amore.

Sono pronta alle lenzuola macchiate e strappate. Mi infilo nel letto, mentre la ventola sgangherata del condizionatore fa un rumore da officina.

E non importa se domani svegliandomi avrò qualche puntura di cimice.

Perchè questo è il mio film. E io lo volevo proprio così.

 

 

Bagdad Cafè

A desert road from Vegas to nowhere

Some place better than where you’re been

A coffee machine that needs some fixing

In a little cafe just around the bend.

Il Bagdad Cafè.  Due volte ci sono stata. Due volte ci siamo incontrati durante il mio girovagare per qualche anno nel Southwest.

Il Bagdad Cafè è proprio così. Come nel film. Come nella canzone.

Certo, non è in un’ immaginaria Bagdad, ma nella reale Newberry Springs, sulla Strada. La Route 66.

Anzi il Bagdad Cafè non è a Newberry Springs. E’ che Newberry Springs è il Bagdad Cafè.

Perchè lì, in quell’angolo sperduto di mondo, nel mezzo del deserto, c’è solo quello. Quello e nient’altro.

La prima volta, nel caldo torrido, essiccato dal sole sorridente e implacabile di quelle terre, era in atto un’invasione di torpedoni giapponesi e, dopo una rapida sbirciata, sono scappata via terrorizzata dal fragore dei miei sogni che si infrangevano contro un’immagine distorta da una realtà troppo profumata.

Ma la seconda volta, cazzo, la seconda volta che mi sono gettata tra le braccia di quella terra sabbiosa e arida che lo circonda, il Bagdad Cafè era lì ad aspettarmi, solitario e silenzioso. Come un vecchio cowboy appoggiato ad uno stipite, lui era lì, a farmi appena un cenno con la tesa del cappello e a dirmi: “Se ti va entra, altrimenti a me va bene lo stesso”.

Si soffocava tutto intorno e la luce fendeva le pupille in quel modo in cui là, là nel Southwest, capisci che non lo fa per ferirti, ma per consentirti di percepire ogni cosa in modo assoluto, con ogni senso.

Ho fatto un giro intorno. E la roulotte era lì, era ancora lì dal set. Metallo rovente, ormai scarcassato, invecchiato. Ma era lì.

Sono entrata.

Era tutto uguale. Tutto uguale a come doveva essere e a come è.

Non c’era nessun cliente.

Le finestre erano protette da tende  scalcagnate e il buio dentro illuminato da un po’ di elettricità.

L’aria appiccicosa puzzava di sporco e di vecchio. Dietro il bacone la proprietaria. Quella vera, quella che era “la proprietaria” già al tempo del film.  Ossuta e rugosa, con i capelli buttati lì, grigiastri, disordinati e sporchi.

Mi ha sorriso, felice di vedere qualcuno.

Ad un tavolo una vecchia, ancora più grigia e disordinata, accudiva un bambino  su un passeggino. Un bambino vestito come loro, roba da due soldi, e il bavaglino sporco. Piangeva ogni tanto. Ma nessuno sembrava curarsene.

La proprietaria e la vecchia parlottavano e sorridevano.

Il locale era strapieno di cose, oggetti, vecchie foto, manifestini del film, roba della Strada, roba loro. Oggetti ovunque.

Sono passata nella sala, contigua a quella dell’entrata, che forma un tutt’uno lungo ed ugualmente pieno di cose. Lì c’era un puzzo più forte e ogni tanto arrivava un sentore di vomito lontano.

Poi in un angolo l’ho visto. Il pianoforte. Quello, proprio quello. Stonato e vecchio. Ed accanto un  juke box altrettanto vecchio.

Mi sono seduta ad uno dei tavoli appiccicosi e ho chiesto una coca.

Sono andata vicino al piano e l’ho sfiorato con le dita. La proprietaria, nel portarmi la coca mi ha vista, ha sorriso e si è avvicinata al juke box, ha pigiato un paio di tasti ed è partita la canzone.

Quella, quella del film.  Ed io non ce l’ho fatta più e ho cominciato a piangere. A piangere così come piango ora, ancora adesso, mentre lo ricordo.

La proprietaria mi si è avvicinata e mi ha abbracciata e mi ha detto: “Dai vieni, fatti una foto insieme a me dietro al bancone, così anche tu vivrai qui per sempre”.

Siamo state lì un po’, tutte e tre, in silenzio. Come in casa. Come se ci conoscessimo da sempre. Come se fosse una cosa ovvia.

 Ho pagato e dopo baci ed abbracci, naturali, vivi, veri, semplici, sono uscita e mi sono seduta all’unico tavolo esterno. Su una verandina di legno, un vecchio tavolo di plastica rossa della coca cola, sporco da milioni di anni. Ho fumato una sigaretta ascoltando il silenzio del vento che da quelle parti fa sempre muovere qualcosa in lontananza.

E poi sono andata via.

Per sempre sono andata via.

E per sempre sono rimasta lì.

Numeri

Sono 32 anni che mia mamma è malata. Mia mamma e mio papà, globalmente considerati, hanno o hanno avuto 2 infarti, 3 malattie autoimmuni, 2 tumori, 1 arto amputato, 3 organi asportati, 3 stent nelle coronarie. Da 15 anni cambio farmaci per sopravvivere. Ho 2 lauree. Parlo 3 lingue. Ho 0 lavori. Ho 1 amico vero. Ho 1 zia. Ho avuto 2 automobili: 1 distrutta da altri, 1 incendiata da altri. Conosco decine e decine di persone che compaiono e scompaiono a seconda della (loro) necessità. Ho 1 conto in banca, in rosso. Fumo 20 sigarette al giorno. Ho 1 cuore solo.