Vaffanculo

Urla.

Anche se ogni suono ti sembra morire in gola, tu urla. Urla più forte che puoi.

Anche se il tuo viso è incastrato in un’espressione di sgomento immobile, tu urla.

Urla se non riesci a difenderti. Perchè, se non ti difendi e non urli, beh, allora, in fondo, non era davvero così grave, magari lo volevi pure tu.

Urla se riesci a difenderti. Perchè, se ti difendi e non urli, allora sei una stronza aggressiva, allora forse potevi anche evitarlo. E, chissà, magari l’hai pure provocato.

Urla, perchè se qualcuno ti afferra, ti immobilizza, ti morde con rabbia e cerca di leccarti, se non urli, in fondo, ti stava solo manifestando il proprio apprezzamento. Sei anche un po’ ingrata.

Urla, perchè, se non urli, tutto sommato non sembri davvero così tanto turbata.

Urla, perchè, se non lo fai, i lividi che avrai sul tuo corpo non significheranno nulla. Non hai urlato, magari era un gioco erotico.

Urla, perchè, se non c’è un amico che davvero ti ama nelle vicinanze, potresti rimanere sola con i tuoi segni a dover dimostrare a una giuria di stolti l’esatto meccanismo, movimento, dinamica, motivazione. Anche se i lividi addosso sono ben visibili.

Urla, perchè, se ad aggredirti non è un essere losco e pregiudicato o un extracomunitario, ma una persona perbene e tanto simpatica, allora c’è qualcosa che non torna.

Urla, perchè, se è ubriaco fradicio e alcolizzato, beh, sai, poverino, ha i suoi problemi e poi non si rendeva conto.

Tu urla. Urla sempre. Anche se sei in una casa piena di gente. Anche se sei nella tua casa, dove ti senti sicura e protetta.

Urla sempre.

Non fare il mio errore. Non difenderti da sola perchè puoi farcela, perchè sei una donna forte, perchè sei indipendente, perchè non tolleri un’aggressione fisica accompagnata a un’umiliazione verbale.

Non te lo perdoneranno. Non è ammissibile. Urla chiedendo aiuto. Possibilmente l’aiuto di un maschio. Sei fragile, indifesa, incapace. Sei incapace. E poi sei donna. Hai le tette e si vedono pure. E l’uomo è cacciatore, si sa.

***

Tu che mi hai fatto del male. Tu che mi hai morso rabbiosamente. Tu che mi hai schiaffeggiato. Tu che mi hai leccato. Tu che mi hai quasi distrutto casa. Tu che intanto ridevi. Tu che mi hai detto che avevo esagerato nel dare un calcio nelle palle a chi mi ha lasciato lividi e mi ha insultata. Tu che eri ospite in casa mia e hai bevuto il mio vino. Tu che hai pisciato per terra nel mio bagno, costringendomi a pulire il tuo piscio mentre mi veniva da vomitare, prima di fotografarmi il corpo alla luce dell’alba, prima di andare in un pronto soccorso.

Io ti sto guardando negli occhi. Io vi sto guardando negli occhi.

Vi guardo da qui. Vi guardo negli occhi senza urlare. Vi guardo negli occhi senza parlare.

Io vi guardo negli occhi.

E anche se i miei occhi non li vedete, io ve lo domando.

Voi riuscite a guardarmi negli occhi?

Voi riuscite a guardarvi negli occhi?

morso

lividi

lividi 1

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Mi dono un incipit e anche di più

L’ uomo stava strisciando fra le felci, come un gigante in un palmeto, pensò, cercando con entrambe le mani la sorgente perduta, quando la vide.

Non la sorgente, di cui tuttavia sentiva l’umida presenza fra le dita, ma lei, la ragazza selvaggia.

Era in piedi nella radura, con le braccia nude, le gambe nude, in mezzo alle quali erano negligentemente annodati i lembi di un vestito di seta rossastro che aveva sollevato in quel modo per camminare.

Ma non stava più camminando. Si era fermata, adesso sarebbe rimasta qui. Lui capì che stava succedendo qualcosa… Attorno alla ragazza c’era un’aura di disperazione che la rendeva immobile e assente come una morta.

L’uomo attese.

Lei stava aspettando.

Levò il viso verso il sole. I capelli, raccolti sul lato che l’uomo non riusciva a vedere, le scesero lungo la schiena, andandole a sbattere contro i polpacci, all’altezza dell’erba. Poi, come se quel peso le avesse squilibrato il corpo, la ragazza gemette e si accasciò.

L’uomo rimase nascosto. Non la vedeva più e già dubitava. “Andiamo male, vecchio mio, se hai delle visioni…” Proprio lui, un uomo ancora giovane e sano, robusto, anche felice! Un ingegnere idraulico. Ma la solitudine non fa bene a nessuno.

Era mattina e faceva molto caldo, la terra esalava i suoi odori.

L’uomo si rialzò, scostò i rami, s’impantanò, ma aveva degli stivali di cuoio che schiacciavano tutto al loro passaggio, anche quelle foglie grandi, quei bicchierini-del-pellegrino con la goccia di rugiada. Uscì dai cespugli dove il sole non penetrava. Restò abbagliato e abbassò gli occhi. Ai suoi piedi, la ragazza era coricata: il volto fra le scabbiose, i capelli come un lenzuolo nero buttato sopra di lei.

Dunque esisteva. E lui, certo, anche lui esisteva. Ed era dotato della miglior salute del mondo. Accanto a questo, di intelligenza.

Si accovacciò silenziosamente. Aveva paura di svegliarla. E aveva paura di farle paura. Però lei non stava dormendo. Le fece ruotare la testa, prendendole le guance (il gesto del prete con il calice), ma le palpebre truccate d’azzurro restarono chiuse.

La sollevò un po’: pesava come una lepre adulta sul suo braccio, e la testa ricadde all’indietro; il collo sottile, contratto, disegnava una linea bombata. Troppo, fece in tempo a pensare l’uomo, un’ombra di gozzo? Se la rimise contro la spalla, e si chinò ancora per ascoltare il cuore che batteva. Dalle macchie rosse sulle proprie mani, si accorse che la ragazza sanguinava.

La baciò bruscamente sulla bocca, poi guardò verso lo chalet abbandonato: il centro, il tempio e la ragion d’essere di quella radura che era invasa da tutti i polloni della foresta. Niente più porta, e il tetto, di grossolani listelli di larice, era sfondato. Ma quella malga conteneva un letto di legno senza coperta e lui la depose lì sopra, uscì di nuovo, penetrò ancora nella ramaglia e fra le piante molli della sorgente in cui inzuppò il suo fazzoletto. Tornò. La ragazza aveva già aperto gli occhi e lo contemplava senza capire. Lui le passò la pezzuola umida sulla fronte.

<Signorina, signorina!> disse, troppo sorpreso, quasi infastidito da tanta rara bellezza.

Gli occhi della ragazza erano così stranamente sorridenti da parergli insostenibili.

<Chiuda gli occhi…> le ordinò.

Tamponò le palpebre. Il fazzoletto si impregnò di ombretto di azzurro.

<Cosa le è successo?>

Era già pronto a farle una predica: <Che sciocchezza ha fatto?>. Lui apparteneva alla generazione precedente, più assennata, credeva lui. E quella ragazza, da dove veniva? Da un bar della stazione di fronte, senza dubbio, dove la polizia anche recentemente aveva beccato dei trafficanti di droga, dei minatori. Ma lì, su quel versante della montagna nera, era il deserto.

<Cosa cerca in questi boschi? Si sta nascondendo?>

Lei non rispose, gli occhi sempre chiusi.

<Stia tranquilla, non dirò niente, non le chiederò neanche niente.>

L’uomo rimase irritato dal silenzio della ragazza. Sì, gli venne voglia di scuoterla e se ne vergognò un po’. Ma continuò a tamponarle il viso; lei lo lasciava fare, si lasciava toccare da quelle dita agili e spatolate. A cosa stava pensando? Semplicemente le piacevano quelle dita, la loro dolcezza la confondeva.

<Ma lei è ferita!>

<Sanguino…>

<Dove?>

<Dappertutto. Sanguino dappertutto.>

<Ha bisogno di essere curata! La curerò io. Si svesta!>

<Ci vorrebbe dell’acqua pura> disse lei guardandolo (e la sua voce si fece più nitida) <ma non sono riuscita a trovare la sorgente.>

<Io so dov’è.>

L’uomo prese un vecchio secchio di ferro che c’era in giro e sparì. La ragazza restò coricata, richiuse gli occhi. Per la prima volta da tanto tempo, si sentiva bene; anzi, non s’era mai sentita così bene. <Sono felice!> e sapeva di non averne ragione.

L’uomo tornò.

<Non esiste acqua migliore!> disse. <Voglio sottoporla a un esperto, si potrebbe imbottigliarla e far fortuna… Ah!> rise <il paesaggio qui cambierebbe!>

<Lo chalet è mio, la sorgente anche. E le proibisco di metterci le mani.>

<Oh!> fece lui turbato. <Lei è la signorina L.?>

<Non sono più la signorina L.>

<La credevo all’estero.>

<A volte si torna. Adesso sono tornata per sempre.>

La ragazza rispondeva e lui continuò a parlare mentre l’aiutava a svestirsi, ma il tessuto si era incollato dolorosamente alla pelle a causa del sangue secco.

<Le faccio male? Mi dica se le faccio male?>

<No, non mi fa male.>

Adesso era nuda e senza imbarazzo, si fidava di quelle mani d’uomo che le lavavano le ferite.

<E comunque non si sarà tagliata apposta!> rimproverò lui. <Tutte quelle incisioni, precise identiche. Con cosa?>

<Un coltello militare, il pratico coltellino militare rosso scuro> disse lei ironica. <Lama, punteruolo e apribottiglie.>

L’uomo ebbe un leggero trasalimento.

<Bisognerebbe metterci… Aspetti! Conosco le piante.>

Rapido come una scimmia, si era strappato via la camicia bianca e l’aveva posata sul corpo della ragazza. Adesso toccava a lui essere nudo, un torso bruno chiazzato di lentiggini.

<L’ho messa pulita stamattina. Mi scusi, esco un attimo e torno.>

Il calore dell’estate, ma un calore vivo, pensò lei, le riscaldava il corpo disteso. Chiuse di nuovo gli occhi. Sono troppo felice… cosa mi sta succedendo? Le tornò l’angoscia. Faceva fatica a respirare. E se l’uomo non fosse tornato?

Tornò, con le mani piene di foglie di piantaggine.

<Le ho trovate qui vicino. Vedrà: le vecchie sagge di una volta non erano poi così folli. Le faranno bene. Gliene incollo qua e là, dei francobolli. Si giri. Ah! ma… ha anche delle cicatrici.>

Adesso era coperta di fogliame. Profumava come un prato dove il gregge ha appena brucato. Poi si sollevò per infilarsi la camicia da uomo di tela leggera.

<Le sta un po’ lunga, le fa da vestito. Io sono un gigante e lei…>

<Nana.>

Risero.

<Lei è il buon Samaritano.>

<Grazie, gentile da parte sua.>

L’uomo divenne cerimonioso. Ma i suoi occhi stavano ridendo di lei.

Corinna Bille, La damigella selvaggia.

Stronze.

No no, voi non lo sapete, non potete sapere che genere di stronze ci sono qua dentro.

Altro che Tilla… Tilla è un’ingenuotta, tontolona, babbaluga. Sceeeema, sceeeema…

Stronze che si divertono ad ordire trame e organizzare scherzi.

Che ieri ad un certo punto non capivo più un cazzo, non sapevo cosa dovevo fare, non comprendevo cosa stesse accadendo. E, insomma, non è tanto semplice mettermi in difficoltà eh…

Io non voglio fare nomi, ma sono certa che con qualche indizio ci si possa arrivare, perchè mi sento in dovere di avvertire, salvaguardare, proteggere gli “utenti”.

Queste due “utentesse” (non le posso nominare, ma una ricorda il “fiorire”, “seminare”, “gerqualcosare” e l’altra fa venire in mente le banane e i gatti…), sono andate avanti per ore con la presa per i fondelli, che non mi tornava qualcosa e per questo non capivo.

Solo in serata ho compreso che c’era una trama ben più fitta, ordita da giorni, con premeditazione, da una mente criminosa, lucida, così pacata e dolce che mi ha ricordato le mani delicate ed affusolate di Lucrezia Borgia.

Uno scherzo nello scherzo, con due vittime, punite entrambe nel loro prestarsi reciprocamente con complicità alla mente criminale. Un po’ come pensare di fare uno scherzo all’altra e rimanere invece vittima di un altro scherzo. Quindi due stronze e una luciferina pericolosissima…

Non posso assolutamente specificare chi sia il genio del male, che ho ricevuto minacce serissime (“Tieni la bocca chiusa o diffonderò la voce che sei andata a scuola dalle suore, che vai ogni domenica a messa, dirò persino che sei vergine…”) ed io di certe cose ho davvero paura.

Ma, soprattutto, tutto questo accadeva mentre la testa di Tilla era in queste condizioni:

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Con l’arancione al cartoccio e il nero blu spiaccicato a farmi l’attaccatura dei capelli da fumetto.

E intanto la C., l’amica che mi “opera” il capello, parlava parlava parlava del cojone de turno e io facevo fatica a seguire. Soprattutto perchè indossava un vestitino nero scollatissimo e mentre mi accartocciava sul davanti avevo le sue mega-tette che sballonzolavano a meno di 10 cm dalla mia faccia e, per quanto io abbia nei suoi confronti sentimenti esclusivamente amicali, le mega-tette mi rimandavano a certe scene da porno lesbo che levete! Non ne parliamo và che sennò mi devo assentare per un po’.

Quindi avevo metà del cervello in pappa per colpa delle due luciferine e l’altra metà in pappa per colpa delle due mega-tette. Un’ebete al completo.

Ma è stato in quel momento che ho avuto la folgorazione e ho capito.

Ho capito davvero cosa significa essere maschio. Ho capito che non je la ponno fà. E’ impossibile. La condizione, lo stato delle cose, sarà sempre e comunque impari.

E’ uno stato delle cose che potrei raffigurare attraverso una metafora profonda e raffinatissima.

Perchè io non mi sognerei mai di togliere dignità al cazzo, non io, non sono nella posizione di farlo. Sono in altre posizioni, tante tante altre… ma non quella.

C’è però che il cazzo, ad un certo punto, inesorabilmente, s’affloscia.

A noi, invece, non ce se affloscia mai niente. Niente.

In quanto a voi due stronze, sappiate che ve la farò pagare. Quant’è vero che me chiamo Tilla!

 

 

 

Per più di 10 anni ho frequentato attivamente un certo ambiente, che di solito chiamo “l’ambientino”, in tono critico ed ironico.

E ad un certo punto sono stata gestronza di un portale tematico, a tutt’oggi estremamente florido e vivo, soprattutto perchè il mio uomo (due ex fa) era ed è gestronzo di quel portale.

Va da sè che dopo tot anni di frequentazioni, nel momento in cui ero gestronza, conoscevo e mi conoscevano, di persona, vagonate di individui. E quando dico “vagonate” intendo a centinaia. Senza esagerare.

Poi, per fortuna, litigo con chiunque, quindi le frequentazioni attive si sono sempre ridotte a numeri inferiori. Ma la conoscenza resta. Ed è un peso.

E’ un peso soprattutto se tu su un sito vuoi esser libero di scrivere quello che te pare, senza sentirti soffocare ogni volta.

Così ho pensato di crearmi un’identità alternativa. Non femminile, perchè avrei avuto comunque rompicoglioni appiccicati. E mi sono fatta uomo.

E ho cominciato a scrivere i cacchi miei. Per lo più riflessioni o ricordi. Stando attenta a fare in modo di non essere riconosciuta. Poi, in quel periodo, ero un po’ depressa, quindi mi venivano fuori cose un po’ tristi. Tristi in maniera tilliana: vagamente malinconiche e mai piagnone; con un carattere deciso, ma sensibile; dure ma ironiche. Ero tutta un po’ così, ma anche il contrario di così. Un po’ e un po’.

Anche perchè mi impegnavo a non sembrare troppo me. C’era qualcosa di forzatamente inautentico. Non troppo. Un po’ e un po’.

A una certa ho cominciato ad essere invasa dalle donne. Invasa.

E il guaio è che la maggior parte di quelle donne io le conoscevo. Mica le stupidelle. No. Quelle più interessanti, quelle che se la tiravano più di me.

E a me dispiaceva, mi sentivo nammerda. Perchè se avessi privatamente rivelato chi ero, conoscendo l'”ambientino”, tempo 1 secondo e l’avrebbe saputo tutto il mondo. E addio libertà.

Quindi con cortesia cercavo di allontanarle. Tentando di far comprendere che era un mio problema, non certo una loro carenza in qualcosa. Me so pure inventata che ero innamoratO di una e che quindi non c’era verso.

Peggio! Un incubo. Un’ansia tremenda.

Finchè un giorno un altro gestronzo mi ha contattata dicendomi: “A Tì, non se po’ andà avanti co sta storia”. Una sua cara amica stava a sbroccà e voleva conoscere a tutti i costi quest’uomo misterioso, un po’ e un po’.

Così gli ho chiesto di cancellarmi. Facendoci in tal modo un reciproco favore.

Perchè mi è venuta in mente questa storia?

Perchè girando qua dentro ogni tanto becco dei blog di utenti maschili con post con 764 commenti quasi esclusivamente provenienti da donne. Commenti che sembrano diversi, ma che, in realtà, so tutti uguali.

E allora mi dico: “Voi vedè che questo è un altro un po’ e un po’?”.

Leggo i post. Un po’ stronzo, ma anche no. Un po’ distante, ma anche no. Un po’ romantico, ma anche no. Un po’ malinconico, ma anche no. Un po’ erotico, ma anche no.

E no, non c’è nessuna critica. C’è invidia.

Ma anche noia.

Un po’ e un po’.

 

 

 

 

 

 

Poi mi si chiede perchè oggi me rode er culo.

Quello prende la moglie e la scaraventa dal balcone. Così. “Ciao cara”.

Poi leggo che era pure andata dall’amante del marito per parlarle e tentare di tenersi quel fior fiore d’uomo. Sto capolavoro d’essere.

E che, nonostante le ripetute violenze, per “amore” non l’aveva mai denunciato.

Per carità, io non sono una persona molto sana. Però cazzo, dovrei davvero cominciare a impartire lezioni di autostima alle donne. Per quello ho tutte le qualifiche necessarie.

Poi dici perchè me rode.

 

Alle mie donne e a tutte le donne

Ho avuto il privilegio, la gioia e, soprattutto, l’onore di conoscere bene entrambe le mie nonne.

La partigiana, nata nel 1906

e

La montanara, nata nel 1902.

E loro, loro sì cazzo, loro sì porca puttana, loro sì che hanno vissuto nella reale difficoltà, nella disperazione, nella povertà, nel disagio, aggravati dall’essere donna in un periodo in cui esserlo, ed esserlo come loro erano:  forti, intelligenti ed indipendenti, era già di per sè un disagio.

Eppure mai per un attimo si sono arrese, mai hanno chinato il capo, mai si sono fermate, mai si sono accartocciate su loro stesse e, nonostante tutta la paura, mai hanno avuto paura.

Due donne diverse, quasi opposte.

La partigiana, sorridente e placida, gioiva delle cose semplici e piccole. Dava del tu a chiunque. E chiunque andava a tirare per la giacchetta, chiedendo conto delle cose, rimproverando gli errori, facendo presente ciò che non funzionava.

Lei mi ha insegnato che siamo tutti uguali, tutti. Che non importa quale sia la tua carica, il tuo ruolo, il tuo titolo, la tua ricchezza: siamo tutti uguali, valiamo tutti allo stesso modo.

Era sorridente e placida, ma ha fatto la partigiana, ha rischiato la vita e tutti la conoscevano.
Al suo funerale la gente riempiva la chiesa e la piazza fuori e tutta la cittadina lombarda della mia famiglia s’era fermata e vuotata.
Sono la nipote che gelosamente conserva tutte le tessere del Partito di mia nonna e quell’attestato di riconoscenza che Palmiro le diede personalmente.
Questo ho voluto di mia nonna, perchè è lì che lei è. In quelle sue lotte fatte di semplice fermezza.

La montanara era l’unica figlia femmina, nonchè l’ultima, dopo 7 fratelli maschi. E in montagna ancora di più questo significava essere subordinata e far da serva a tutti gli altri. Così, il primo uomo che le ha chiesto di sposarla lei se l’è preso per scappare via.

La montanara aveva un fuoco perenne che le ardeva dentro, una forza incommensurabile e caparbia.
Durante la seconda guerra mondiale una mitragliatrice, da un aereo americano, le ha tranciato di netto metà gamba mentre si trovava su un pullmann civile. Lei s’è trascinata sui cadaveri altrui, tenendo avvolto in un fazzoletto il piede staccato, per poi gettarsi in un fosso e svenire prima d’essere salvata.

Circostanza che non le ha impedito di puntare coltelli alla gola di uomini che non le pagavano la pigione delle camere subaffittate nella casa in cui abitava la mia famiglia paterna.

L’esser stata serva di troppi maschi l’aveva indotta a desiderare che le donne della sua famiglia fossero istruite, economicamente indipendenti e mai subordinate. Ed io sono la sua unica nipote femmina.

Lei mi ha insegnato che non bisogna mai consentire a nessuno di calpestarci la dignità e queste sono state, di nuovo, le sue ultime parole per me, mezz’ora prima di morire, con gli occhi chiusi e tenendomi stretta la mano, mentre eravamo io e lei, sole.  Sole.

Entrambe hanno sposato due uomini mezze cartucce. Ma questo, in realtà, non è stato davvero importante.

E io, saltando a piè pari i miei genitori,  torno a loro con la mente, l’amore, l’affetto, la stima, la memoria e tutti i miei bisogni. Perchè in me c’è un pezzo dell’una e uno dell’altra.

Sdraiata al buio sul letto le guardo, le rammento. E per me, atea da sempre, è difficile farlo, ma tento di credere che possano ascoltarmi o vedermi.

Piango e a loro lo domando. Se sto andando bene, se sto seguendo davvero i loro insegnamenti, se sono degna d’esser nipote di due donne così. Quali errori sto commettendo, dove sto sbagliando. Sono forte come voi? Sono bella come voi?

Piango e a loro chiedo di non lasciarmi mai. Di stare con me per sempre, nel mio cuore, nella mia anima, nel mio sangue, nei miei ricordi, nella mia vita.

Piango e a loro chiedo di venirmi a prendere.

E di tenermi per mano lungo tutta la strada.

Notturno siciliano

No.

Non so come sia stanotte la notte sull’isola.

Ma questo posto pieno di parole mi ha fatto venire in mente una persona che mi è cara e che, per l’appunto, abita in Sicilia.

La connessione è data proprio dalle parole, perchè la mia bella amica ama scrivere e  lo fa anche per professione. E pubblica cose e gestisce portali e organizza corsi e va su e giù per l’Italia per riunoni e convegni e manifestazioni varie e scrive per riviste ed è sempre indaffarata tra libri, gente, editori, associazioni e, soprattutto, milioni di stronzi.

Ogni volta che ha un nuovo progetto me ne parla, mi palesa i suoi dubbi e i suoi timori, come se le dovessi dare la benedizione o piantarle due ali dietro le scapole per consentirle di volare.

E ogni tanto tenta di coinvolgermi nelle sue cose, soprattutto quando viene a Roma e si ferma da me per un po’ di giorni. Mi fa conoscere persone, mi fa leggere cose.

E io inorridisco.

No, no, non tanto per la qualità di ciò che leggo. Qualche volta c’è anche qualcosa di carinino. Ma per la qualità delle persone che scrivono quello che leggo. Perchè son tutti convinti di essere grandi scrittori, mentre, naturalmente, gli altri son tutti mediocri. E si fanno le recensioni fra di loro, con la boccuccia a culo di gallina e la puzzetta sotto il naso. E io chiedo alla mia amica: “Ma chi cazzo sono questi?”, che a me l’eccesso di “finezza” mi suscita lo sbocco della coatta di cui sono orgogliosamente fiera.

Che dio mio fulmini se mai mi venisse in mente di scrivere due righe al di là delle quattro cazzate che ogni cinque anni vomito terapeuticamente  in qualche blog merdoso come questo. Meglio la morte che entrare in certi gorghi infernali. Fortunatamente, poi, a me non piace scrivere.

Ad ogni modo, per tornare alla mia cara amica, ogni tanto mi confida che vorrebbe scrivere la storia che non ha mai scritto, cioè la sua. Perchè lei custodisce segretamente un pezzo di sè, una porzione di vita, una manciata di anni, vissuti lontana dalla sua casa, poco più che ragazzina, che è una cosa, una cosa che non saprei definire. Una cosa che una donna, un essere umano, non dovrebbe mai vivere. Ecco.

Ed è proprio a quel punto della storia, della sua storia, che io l’ho conosciuta, in una città straniera ad entrambe. E di quella storia sono l’unica testimone che le è rimasta. Gli altri membri sono seppelliti tra le tenebre dei suoi ricordi. E sanno perfettamente che là devono rimanere, perchè il loro nome, la loro posizione non gradirebbe d’essere scritta con la mia penna su un foglio firmato con quel titolo, a me odioso, che precede il mio nome.

La mia amica è bella. Molto bella. Ed ora, quando la vedo sorridere, penso che se da tanto dolore può comunque nascere un sorriso così, allora tutto può succedere.

Quando viene qui e passeggiamo, spesso in silenzio, non posso fare a meno di pensare ai due segreti che entrambe custodiamo. Quello della sua storia e quello della nostra. Perchè se una delle due racconta di orrori e incubi, l’altra è una storia d’amore: l’amore tra due donne che amano gli uomini.

Non credo che scriverà mai la sua storia e forse è meglio così. E, del resto, a leggere qualsiasi cosa lei scriva, pur non sapendolo, è proprio tra quelle parole che la sua storia è scritta.