Ordine e caos

Ho sempre pensato che un animo inquieto necessitasse, per potersi placare, di un certo ordine interiore.

Per la verità non so se davvero sia stata io a pensarlo o se milioni di messaggi più o meno velati mi si siano insinuati dentro portandomi a certe conclusioni.

Oggi ho tentato di ricostruire, come fotogrammi, i momenti migliori della mia vita, per effettuare una sorta di verifica.

E non c’era nulla di ordinato in nessuno di quei fotogrammi.

L’ordine è ciò che tutti gli eventi infausti e dolorosi della mia vita mi hanno imposto perchè io potessi fronteggiarli.

Tutto ciò che ho riordinato è sempre stato il dolore. L’ho incasellato per controllarlo, per gestirlo, per sistemare tutti i pezzi. Tutto velocemente. Perchè non ho mai potuto avere il tempo di digerirlo, metabolizzarlo, lasciarlo sedimentare piano.

Il continuo stato di emergenza in cui ho vissuto mi ha sempre richiesto risoluzioni pronte e rapide. Ed io come un bravo soldatino ho eseguito.

Tutto velocemente e in perfetto ordine.

E’ assurdo, ma è come se non avessi mai avuto il tempo per poter soffrire e, così, non ho mai smesso di farlo.

Soffrire nel tempo libero.

Poi c’è la società che vuole che, crescendo, si diventi ordinati. Il lavoro (fa ridere pensarlo ora), la famiglia, i figli. E tutte le convenzioni possibili.

Ma oggi ci ho pensato intensamente, domandomi quando sia stata più felice o soddisfatta o piena di quella vita che mi straripa, che fuoriesce ovunque e che tento di contenere.

E tutto c’era in quei momenti, fuorchè ordine.

No. C’era ordine, ma era un ordine diverso da quello che comunemente potrebbe essere definito ordine.

C’era il mio ordine.

Sono stati tutti quei momenti in cui ho seguito le mie priorità. E le mie priorità non avevano niente a che vedere con l’ordine che l’esterno mi imponeva.

Erano talmente poco ordinate le mie piorità, talmente istintive, talmente coraggiose o folli, che, ora me lo sto ricordando,  mentre vivevo la mia vita, chi la osservava sgranava gli occhi stupefatto e io mi domandavo cosa ci fosse di tanto strano.

Adesso so, adesso capisco quegli occhi sgranati.  Perchè i miei occhi hanno finito per somigliare a quelli di chi mi osservava.

E’ vero, un animo inquieto ha bisogno di un ordine interiore. Ma deve essere il proprio ordine. E se quell’ordine è dato dal lasciar straripare senza contenzione, negli atti e nelle parole, tutta la vita e l’energia che da troppo tempo mi soffocano chiuse dentro, stringendomi la gola, allora è così che devo fare.

Perchè così non mi sono mai fatta male.

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