Non m’inganni: questa è una notte d’estate.

Si rivela, sinuosa e suadente, fare capolino in un lieve fremito di narici, dilatarsi nelle pupille, espandersi nel respiro.

L’eco muta di un sasso lanciato sull’acqua, un riverbero crescente di onde, un rametto d’edera avvinghiato alla gola, una scintilla pizzicata sulla pelle.

Dovrei forse deformarmi l’anima e mettere a tacere la sua voce invitante?

Potrei mai rinunciare a un accenno di tentazione?

Piuttosto do fuoco a Roma.

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Non voglio ricordarmi attraverso il tuo specchio la mia anomalia.

Ci fosse un circo per quelli come me, avrei un posto adeguato in cui esibirmi e colleghi di lavoro ai quali raccontare i miei incubi preferiti.

Alla fine dello spettacolo le famigliole camicie a quadretti e maglioncino di finto cachemire comprato al banco del mercato del sabato mattina applaudirebbero sorridenti e tornerebbero ai loro lunedì di vera regolarità, vera come il loro cachemire, con tutte le convinzioni del caso e l’uso costante della prima persona plurale nei discorsetti di amore e dolore e colore e pallore e fetore e.

Oh che buffi, che strani, chissà come fanno? Quale sarà il trucco? Mamma papà ma davvero si fanno male? Ma no, è tutto finto, c’è un trucco. Mica segano davvero in due una donna, il sangue è finto, i coltelli hanno le lame di gomma e il mondo è un posto bellissimo con tanto amore in cui non ci si deve fidare del vicino o del nonno o della socia della mamma e i froci si chiamano gay.

Chiuderemmo i tendoni la notte e tra di noi con il sorriso affilato potremmo scambiarci lembi di pelle e sussurrarci le migliori storie e scrivere assieme finali diversi, rappresentati all’impronta dai più volenterosi. Lasceremmo gocciare il veleno dal sangue e lo distilleremmo in apposite fiale di cristallo blu. Oppure potremmo guardarci in silenzio, sospettosi e guardinghi, nell’attesa della prima mossa del nuovo gioco. Quello senza regole.

Se ci fosse un circo per quelli come me, mi inciderei sulla guancia destra un piccolo quadrifoglio e aspetterei il giorno seduta su un tavolo di legno indossando una gonna a balze, con le gambe penzoloni, cantando in una lingua sconosciuta.

Se ci fosse un circo per quelli come me, mi morderei le labbra ridendo, lancerei in aria fiaccole infuocate e scriverei sulla mia porta “DO WHAT THOU WILT”.

No, non ti sveglierò stanotte, amore mio.

Non c’è un circo per quelli come noi.

Segmento i momenti.

Suddivido porzioni di realtà in istanti che aprono varchi su dimensioni ultronee. Pregio e difetto di una mente vagamente maciullata dalla moltitudine di oggetti, sostanze e percezioni.

E’ analisi di un frammento. Non l’elegia che volevo e che sarà. Un giorno.

Fase 1.  Mentre parli a 200.000 parole al secondo in un contesto incasinato con altre persone sedute allo stesso tavolo che interagiscono istantanee e persone sedute ad altri tavoli in una confusione da isolare e ti muovi con la medesima velocità, ti guardo. Perchè sei velocissimo, ma riesco a seguirti con grande agio e, anzi, la tua velocità mi è comoda da morire. E’ la mia. Formuli pensieri espressi con foga frizzante in una briciola di tempo stretto e con le mani prendi qualcosa, la guardi, ne parli, la commenti e nello stesso istante te la cacci in bocca intera.

Cerco di fermarti, quasi prendendotela dalle mani, non faccio in tempo, la vedo ormai nella tua bocca che serra la mandibola ed esclamo: “No! Porcodd…!”.

Stop! L’immagine è ferma in quell’istante: tu che porti la mano alla bocca, io che protendo la mia e il bestemmione. Gli altri che spalancano gli occhi, io con le labbra schiuse che esclamo e tu che appena appena volti uno sguardo socchiuso per capire. E’ Tarantiniano.  E’ buffo, è velocissimo, è nel mezzo di discorsi a cazzo tra l’importanza e il nulla. Potrei orgasmarmi.

Fase 2.  Ti avvicino una mano alla bocca e ti dico: “Sputa!”.

Stavolta lo “stop!” è nel mio pensiero. Un istante dopo. Che nella mia mente è già la visione di un flashback. Pensiero: “Tilla stai chiedendo ad una persona di sputarti del cibo sulla mano. E’ una persona che non ti è intima e dubito anche lo faresti con una persona intima. Che cazzo stai a fa’ e perchè?”. Risposta velocissima: istinto di protezione. Perchè? Analisi da rimandarsi ad altro momento.

Fase 3. Col cazzo che mi ascolti, come se nessuno stesse parlando (testardo, ostinato), e invece pronunci una frase. Secca e semplice. Bellissima. No no, non c’entro un cazzo io con quella frase. Ma con la bellezza sì, sempre e per sempre.

Pensiero in loop della frase, che nella mia testa diventa questa: “Trasformare un errore in bellezza”. E da lì partenza in pompa magna del megapippone mentale sulla trasformazione dell’errore in bellezza. Un megapippone alla Marco, per intenderci sulla tipologia. Roba da ricovero coatto. Per tutto il resto della notte.

Mentre il cazzeggio alcolico si spinge fino all’alba e il mio turpiloquio inneggia al brindisi a Stocazzo, mentre tra risa senza freno mi infittisco nell’adorazione estatica della concretezza (la tua, la mia, la nostra, quella del vivere), mentre apro fasi falsamente drammatiche (perchè oggettivamente non me ne fotte una minchia, ma pretendo la concentrazione su una cazzata per mero capriccio), mentre guardo sorridente l’emozione del momento che mi riguarda solo di rimando, in realtà il mio pensiero si ripete incessante sulle modalità di trasformazione dell’errore in bellezza.

Una cojona. Sì, lo so. Anche vagamente scema. Sì, lo so.

Ma quanto cazzo sono bella!

Anche con questa nausea post-alcolica.

Quando tu dormi viene sonno anche a me.

Poi mi ribello a questa reazione che percepisco come una sorta di ingerenza e resto sveglia a mangiarmi qualche frammento ancora.

E’ sciocco. Lo so. Ma io non sono molto etica e le mie valutazioni poggiano su fondamenta diverse.

La mia intolleranza non è etica. Devo estrapolarmi delle ragioni e argomentazioni etiche pensandole a fondo. Risultando, alla fine, più etica di chi etico lo è in modo  fluido.

Ieri mi hai detto che sono una persona che va “salvaguardata”. Mi ha fatto ridere e anche ora lo trovo buffo da morire. Potresti fondare una onlus, un’associazione a tutela delle Tille. Non credo troverai molti fondi, anche perchè è un principio scientifico assodato che le Tille si salvaguardino da sole. Alla bisogna praticano anche il cannibalismo.

Pensavo che voglio festeggiare il giorno a metà tra il mio e il tuo compleanno. Solo che non riesco a calcolare la metà. E’ un numero con la virgola. E io odio le virgole. Dovrei calcolare anche le ore?

Festeggerò con le candele e il vento e l’acqua, con un po’ di sabbia e qualche pietra, con il sale e pezzi di vetro colorati, una goccia di sangue e un filo di canapa.

Sempre che io non ti uccida prima.

Kiss me goodbye
Pushing out before I sleep
Can’t you see I try
Swimming the same deep water as you is hard
“The shallow drowned lose less than we”
You breathe
The strangest twist upon your lips
“And we shall be together… ”

Bisogna pur saper rinunciare ai sogni a volte.

Non sono molto brava. Sono più abituata a non averne.

Come quando da bambina, prima di dormire, immaginavo principesse guerriere e draghi e battaglie. Ma poi ad un certo punto mi spezzavo da sola l’immagine. Come un vetro rotto.

E mi dicevo: “E’ inutile pensare questa storia, perchè è finta. E non può succedere. Sono finzioni irrealizzabili”. Lo pensavo con crudo cinismo. Già allora.

Rimaneva quel senso di frustrazione dolorosa. Mi addormentavo così.

Poi, da adolescente, ricordo sogni solitari. Mistici. Era più semplice sognare da sola. Pensavo fosse più semplice anche un’eventuale realizzazione. Credendoci fortemente fortemente.

E in effetti non posso dare torto alla me adolescente. La mistica non delude mai.

A volte riesco a sognare senza essere sola nei sogni. Riesco ad avere desideri così intensi. Posso dilatarli nel tempo. Ma mai troppo a lungo.

C’è sempre un’immagine che si frantuma come un vetro rotto. In qualche modo.

E non capisco mai se sto rinunciando ad un sogno irrealizzabile o se lo sto spezzando a metà.

So solo che mi resta qualcosa conficcato nella gola. Qualcosa che ancora ancora non riesco a sfilare via.

Stanotte voglio accendere tutte le mie candele.

“Kiss me goodbye”
Pushing out before I sleep
It’s lower now and slower now
The strangest twist upon your lips
But I don’t see
And I don’t feel
But tightly hold up silently
My hands before my fading eyes
And in my eyes
Your smile
The very last thing before I go…

I will kiss you I will kiss you
I will kiss you forever on nights like this
I will kiss you I will kiss you
And we shall be together…

Mia madre mi ha partorita già con la corazza indosso.

E prima di morire qualcuno mi ha insegnato a volare.

Ho un mantello ampio abbastanza da ospitare tutti i miei figli.

Creature generate dai mostri delle mie notti.

Belli come gli angeli scaraventati dal cielo su una terra di esseri piccoli e deformi.

Propaggini del mie seme sparso a corrodere il tempo sporco delle vostre bocche bavose.

L’unico prezzo da pagare è la paura.

E quando mi do la spinta verso l’alto che nessuno tenti di afferrarmi le caviglie.

Perchè tiro calci sulla fronte dell’universo.

E stordisco le sciocche membra melmose abbandonate tra le paludi delle piccolezze.

Vi guardo dall’alto la bassezza di bisogni striscianti e purulenti.

Faccio solo finta mentre vi sputo coriandoli luminosi di disprezzo.

E quando ho le ali piegate sono i miei figli a schiacciarvi le mani appiccicose del lerciume delle vostre parole masticate di marcio.

Vi mangio un pezzetto alla volta mentre guardo gioiosa in faccia alla vostra apocalisse.

 

 

 

Indosso gli occhi più neri che ho.

Li avevo riposti con cura tra le gioie.

Mi resta una manciata di giorni prima di morire.

Li lancio come dadi a giocarmeli in tutte le combinazioni possibili.

Ho tutte le parole in corsa. Pronte a schiantarsi contro un muro bianco.

Che me mi perdoni. Torno nuovamente a dilaniare la bellezza.

A conficcarmi nella notte di corpi e carni candide.

Mi sto spogliando.

Il maschio Alfa

PROLOGO

Oh tu dirimpettaio del cortile, che t’ho beccato mentre dal balcone guardavi me e il mio ex (per amor di  precisione: M., ex di 3 ex fa, attuali 28 anni) mentre nella mia cucina ballavamo e cantavamo I FINK U FREEKY AND I LIKE U A LOT come due really bimbiminkia,  che vòi?  E’ che ancora non t’ho inquadrato bene, ma tu… sta in campana.

5 ore dopo, 3 di notte, martedì 3 giugno 2013.

INT. NOTTE. SALA DI TILLA. Seduti sul divano verde, M. vicino alla lampada che emana una luce soffusa stende i 2 Km di gambe in avanti e mostra il tatuaggio di cani e draghi e cazzi vari cinesi che dal polso arriva al petto. Tilla di traverso a gambe incrociate. Un posacenere è poggiato tra i due. La televisione è accesa  senza audio e si vedono scene di “Dal Tramonto all’Alba”.

Tilla – Mi annoio –

M. – Devi venire al Subbacultcha –

M. riattacca con la solfa del Subba della Scena 24 e Tilla comincia a tirare fuori, come sua, irritante, abitudine, tutti i paletti del mondo. Se qualcuno li abbatte, com’è già noto dalla Scena 22, vince una bambolina di pezza che canta I Fink U Freeky.

Tilla – Lo sai che non posso stare nei posti con troppa gente –

M. – Mbè? Te droghi. E poi fra un po’ c’è la spiaggetta, all’aperto. E poi ci sono io, basta un cenno e ti salvo –

Tilla – Ho 39 anni –

M. – ‘zzo te frega? Non se vede  e comunque lì ho anche amici di 40 anni e passa-

Tilla sorride facendo intendere che il “non se vede” è bellissimo.

Tilla – Vabbè ma perchè devo venire proprio al Subba? –

M. – Perchè lo so che lì ti diverti e poi ti devo presentare T. –

Tilla – E chi è T.?-

M. – T. è “Il maschio Alfa!”-

Tilla – Un maschio alfa??? A ME MI vuoi presentare un maschio alfa? Era roba buona quella di stasera, ciai le allucinazioni e pensi di parlare con un’altra, eppure mi conosci da 10 anni, 2 anni insieme, sei uno dei miei più cari amici, aòòòò! Il maschio alfa a me?!? –

Tilla si agita in maniera evidente, accendendosi una sigaretta. M. rolla di suo.

M. – Tu hai bisogno di un maschio alfa, fidati –

Tilla – Ma che stai a dì? –

M. – Pensa a *****, *******, ******* e ******. Tutti maschi alfa. Pensa a quanto ti divertivi con loro e quanto stavi bene in quei periodi –

Tilla guarda in un punto fisso nel vuoto, sta riavvolgendo il nastro. Flash di immagini di tutti i citati.

VOCE NARRANTE – PENSIERO DI TILLA.

Oddio! E’ vero! Oddioddio! Mi sono sempre circondata di maschi alfa! Ma non nel senso che avevo inteso: sono stata sempre l'”amichetta del cuore” di maschi alfa.

Brutta Tilla ipocrita di merda! Che per tutta la vita hai sputato addosso ai maschi alfa, denigrandoli, deridendoli e invece lo sai cos’eri? Lo sai cosa sei stata? L’amica stronza del maschio alfa! La sua sudicia arrogante complice! Peggio! Quella che con il ditino stronzo gli indicava la nuova preda in quei reciproci giochini di merda. Ipocrita! Vergogna!

E’ un brutto colpo per me. Penso che per assorbirlo dovrò punirmi.  E penso che l’unica adeguata punizione sia una rigorosa applicazione della pena del contrappasso: conoscere questo maschio alfa.

Tilla – Qualificami sto T., forniscimi dati –

M. – Non ha il palo in culo* –

E questo è già dalla Scena 15 un requisito essenziale, la base, il fondamento, l’architrave di tutti i requisiti tilliani.

Tilla – Età ed aspetto fisico –

M. – 32 –

M. mostra una foto sull’iPhone.

Tilla – Apperò! Caratteristiche, interessi e compagnia bella –

M. – Tarantino, Southwest, è come stare in un film con lui, guarda ste foto…-

L’iPhone illumina il viso di Tilla che strabuzza gli occhi e dallo sguardo si comprende che comincia a pensarci seriamente.

Tilla – Ma perchè proprio al Subba? Non ci possiamo vedere da qualche altra parte? –

M. – Eh no. Il maschio alfa, rende il meglio di sè nel contesto ampio, tipo il Subba.

Tilla – E stica? Che importa a me del suo rendere al meglio? –

M. – Ma io parlavo di te –

Tilla – Eh?!  Ah. Uhm. –

Silenzio.

Tilla – E Subba sia! –

* palo in culo, in questo caso: è easy, tranqui, senza formalismi, senza convenzioni, puoi scoattare o fare la milady, non se la tira minimamente perchè è consapevole di essere il maschio alfa e non ha bisogno di doverlo dimostrare, è simpatico e socievole, autentico nel suo scoattarsela alla grande.

Asino chi scrive!

Alle 18.02 del 31 maggio 2013  in una mail ho testualmente scritto:

aggraZZiato“.

Quindi ora, alle 2.24 del 1 giugno 2013, mi sto punendo con un prosecchino fresco al punto giusto, prima di uscire con un amico, l’ennesimo fotografo (sic!), per accompagnarlo a fare un certo lavoretto.

Perchè quando si fa un errore è giusto punirsi con un ottimo prosecchino e con una nottata in giro in posti inconsueti con persone meravigliosamente improbabili.