Clue de Sac

Miss Scarlett nella sala da pranzo con il candeliere giocava a illuminare le tenebre con Mr. Green.

Questi, tuttavia, distratto dal pensiero di un vorticoso giro in sala da ballo, sfoderava sorrisi tanto abbaglianti da spegnere tutte le candele pazientemente accese, lasciando, in tal modo, Miss Scarlett con un moccolo consunto tra le mani e lo sguardo perplesso.

Nel mentre, Mrs. White nella sala da biliardo, con il pugnale, intratteneva Mr. Plum. Ella, torcendosi braccine e manine e facendo gli occhioni strabuzzati, insisteva nel convincerlo che un pugnale, in fondo, potesse essere adatto a mandar la biglia in buca. Tanto appariva delicata e piccola, Mrs. White, che Mr. Plum si decise a poggiar la spranga in un angolo, nonostante le avesse già sfregato la capocchia di abbondante gesso blu.

In biblioteca, invece, il Colonnello Mustard, si lisciava il mento domandandosi se  il panciotto indossato fosse quello più adatto al luogo e all’orario. Con la corda tentava di accalappiare farfalle che si facevano beffe dei suoi modi pomposi e della sua stolida alterigia. Ciò nonostante, il medesimo, incapace di guardare oltre il suo naso, si faceva persuaso che lo sfarfallio veloce fosse un vivace cenno di affetto nei suoi confronti.

Mrs. Peacock se ne stava in veranda, con la rivoltella poggiata in grembo e, con le mani foderate di delicati guantini di pizzo nero, sfogliava, appena annoiata, un romanzetto rosa d’altri tempi. Ogni tanto sollevava lo sguardo verso un angolo imprecisato, domandandosi quale potesse essere il colore più adeguato alla nuova fodera del suo divano.

Miss Scarlett, colta da profondo sconforto, raccolse tutti i mozziconi di candela e con gli occhi domandò a Mr. Green di aiutarla a riattizzare una piccola fiamma. Mr. Green, per tutta risposta, le agitò in faccia una chiave inglese e, ormai ebbro di visioni di danze estasianti, scoppiò a ridere e corse fuori.

Mr. Plum, nel tentativo di conferire la giusta spinta e direzione alle biglie con il pugnale, continuava a ferirsi le mani e il suo sangue gocciava sempre più abbondante sul tappeto verde. Guardando con sospetto Mrs. White, la vide trasfigurarsi in volto: da bambina un po’ storta in bambola di pezza dal ghigno clownesco. Non fece in tempo a riafferrare la spranga, che quella corse via ridacchiando stridula.

Si incontrarono nel corridoio centrale.

Miss Scarlett e Mr. Plum, entrambi osservandosi silenti, occhi smarriti, volti pallidi. Una stilla di sangue caduta sul pavimento catturò lo sguardo di Miss Scarlett sul pugnale nella mano di Mr. Plum, che, a sua volta, non potè non notare il candelabro stretto tra i pugni della donna.

Si voltarono assieme quando risa convulse giunsero dalla sala da ballo e assieme, con determinazione, vi si diressero.

Spalancate le porte della sala, con orrore scorsero lo spettacolo palesatosi. Mr. Green, in totale balia di allucinazioni di grandi successi, teneva per una mano la bambola di pezza e la faceva volteggiare, ridendo sguaiatamente. Mrs. White, con il sorriso da clown, si inchinava beffarda dinanzi a un pubblico assente e gioiva di quella mano folle che la conduceva. Entrambi sorridevano alle pareti, ai lampadari, a quadri e tappeti e persino al camino, che, seppure muti e inanimati, facevano le veci di spettatori entusiasti. La visione nell’insieme appariva raccapricciante, ma, ancor più, tristemente patetica.

Un rapido cenno d’intesa e Miss Scarlett e Mr. Plum si avventarono all’unisono sui folli beoti. Miss Scarlett colpì più e più volte Mr. Green sulla zucca ormai inutile. Il candeliere suonava piccoli tonfi sordi e il sangue colava dalla fronte di Mr. Green lungo l’argento, le mani e le braccia di Miss Scarlett. Dal canto suo, Mr. Plum non fu da meno nell’affondare il pugnale nel corpo della pupattola, la quale emetteva, nel contempo, un piagnucolio lamentoso, lungo e assordante.

Il Colonnello Mustard udì strani rumori oltre l’uscio della biblioteca, ma decise di non darvi troppo peso: tutto ciò che non lo riguardava in prima persona non rivestiva per lui alcun interesse. E, d’altro canto, era troppo intento a correr dietro alle farfalle, certo dell’evidente apprezzamento nei suoi confronti. D’altronde, come avrebbe potuto essere altrimenti? Non era forse un uomo interessante, unico e raffinato nei modi? D’un tratto, tuttavia, l’insieme variopinto si radunò a mezz’aria sbattendo veloce le alucce e, nel medesimo istante, proprio dinanzi al viso del Colonnello, proruppe in una sonora e lunga pernacchia. Subito dopo, le farfalle, sghignazzando beffarde, e anche un po’ sguaiate a onor del vero, volarono via dalla finestra. Il Colonnello Mustard, incredulo e sgomento, colse d’un lampo la menzogna cui per tutta la vita s’era accompagnato e, guardando la corda che ancora teneva tra le mani, si dedicò, appena tremante, ad apprestare un cappio.

Miss Scarlett e Mr. Plum, terminata l’opera, ricoperti ormai di sangue in ogni dove, uscirono dalla sala da ballo onde effettuare un cauto sopralluogo della casa. Dinanzi alla porta della biblioteca, Mr. Plum, cavallerescamente, si fece innanzi e la aprì, guardingo e con lentezza: il corpo inanimato del Colonnello Mustard pendeva pesante, abbandonato e grottesco, dal lampadario centrale.

I due, dopo una rapida occhiata, fecero spallucce e proseguirono il giro di ricognizione.

Giunsero così alla veranda.

Mrs. Peacock, vedendo arrivare i due, grondanti sangue, affatto turbata, chiuse il romanzetto, curandosi di infilare il segnalibro d’argento decorato a intarsi celtici nella pagina giusta. Poi li osservò, incuriosita e silente.

Miss Scarlett e Mr. Plum, attoniti dinanzi a tanta deliziosa pacatezza e incerti sul comportamento da tenersi, restarono immobili mentre Mrs. Peacock afferrava la rivoltella dal grembo e, senza alzarsi dalla poltroncina in vimini, rivestita da cuscini verde-prato-inglese-appena-tagliato, la puntava dritta innanzi a sé, mirando al petto di Miss Scarlett.

Mr. Plum guardava, sconcertato, incapace e impaurito, alternativamente la rivoltella puntata e il volto di Miss Scarlett, la quale, invece, fissò gli occhi, fermi e inespressivi, in quelli di Mrs. Peacock.

Costei, con un accenno di sorriso e la mano ferma, spostò la mira dal petto di Miss Scarlett a quello di Mr. Plum. Fece fuoco e lo colpì con estrema precisione al cuore.

Il corpo s’accasciò in terra.

<Viola. Penso che il colore più adatto sia il viola.>

Mrs. Peacock infilò la rivoltella tra il cuscino verde-prato-inglese-appena-tagliato e il bracciolo della poltroncina. <Non so… ormai mi son fissata con il gridellino.>

<E gridellino sia, allora! Una tazza di tè, mia cara? La cucina, se non erro, dovrebbe essere in ordine.>

Mrs. Peacock si alzò dalla poltroncina. <Una tazza di tè non si rifiuta mai.>

<Ora dovremmo trovarne di nuovi.> La voce di Miss Scarlett si fece greve.

Attraversarono il corridoio imbrattato di sangue prima di entrare in cucina.

<E’ così seccante! Diventa sempre più difficile trovarne di nuovi.>

Mrs. Peacock si sedette al tavolo, mentre Miss Scarlett accendeva il fuoco sotto il bollitore. <Ne convengo mia cara. Senza contare, poi, che ormai si trovano solo pessimi giocatori.>

Mrs. Peacock agitò una manina guantata nell’aria. <Non ne parliamo! Pessimi e incapaci. Perdono subito la testa!>

Il fischio del bollitore sovrastò per qualche attimo la voce di Miss Scarlett, che, scuotendo la testa con deluso disappunto, versò l’acqua bollente nella teiera di porcellana bianca con decorazioni blu di scene di caccia. <Una banale lusinga da poco, una parolina asciutta ben assestata e in un istante non capiscono più niente. Dan di matto: isterie e scene di esaltazione prive di fondamento… che tedio, mia cara. Che tedio!>

Mrs. Peacock si scostò appena dal tavolo quando teiera e tazze furono servite. Distrattamente prese un cucchiaino d’argento tra le dita: il bagliore luccicante accompagnò la domanda. <Ma dove son finiti quei meravigliosi giocatori d’un tempo? Dove?>

<Temo li abbiam fatti fuori già tutti.>

<Già…. temo anch’io….> sospirò Mrs. Peacock. Poi, dopo aver lasciato cadere una zolletta di zucchero nella tazza e mentre roteava il cucchiano all’interno: <E comunque la prossima volta tocca a me fare Miss Scarlett.>

<Sì è il tuo turno. A proposito, hai lasciato il segnalibro nella pagina giusta? Non sei andata più avanti, vero?>

<Ma certo! E’ deciso: questo libro lo dobbiamo finire assieme.>

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Titolo pro forma per chi stasera ha storto la faccetta perchè non metto mai i titoli, ma che non ci si abitui eh.

Tutti.

Oggi ho parlato con tutti. L’universo mondo oggi aveva bisogno di parlare.

Mi barcamenavo tra i soliti yang lian chang sheng e compagnia bella, tentavo di risolvere un problema di compatibilità tra software, perseguivo la mia opera sanzionatoria nei confronti della masnada di coglioni del post precedente e intanto rispondevo. Al cellulare, al telefono di casa, a uotsap, agli sms, alle mail e al citofono.

Tutti.

Ci devono essere delle congiunture astrali strane a volte, per cui persone che non si conoscono, persone che non sento da mesi e mesi, all’improvviso, tutte nello stesso giorno, persino negli stessi momenti, hanno bisogno di parlarmi.

In buona parte sono state belle parole: l’amica dei miei giochi; un amico a cui voglio un gran bene anche se probabilmente non se ne rende conto ma va bene così; una nuova bella amica per fissare un appuntamento; vecchi compagni mandaLini; attuali compagni mandaLini; la mia seconda laoshi mandaLina; il fiancè; Ares; il migliore amico e la C.

E poi quelli che avevano bisogno di un “favoretto”, una “cortesia”. Pure quelli tutti oggi.

E allora si comincia la pantomima del “che splendida persona che sei” “tu sei speciale” “ma quando ci vediamo?” “mica ti sarai dimenticata di me?”, cui fa seguito il miglior esercizio delle mie abilità dialettiche per fornire meravigliose risposte pel tramite delle quali poter dire: “Col cazzo che ti faccio un favore, pensi davvero di fottermi così?”, ma in un modo tale che si attacchi comunque il telefono con tanti sorrisi e baci. E saluti a soreta.

Perchè ormai ho i calli sulle chiappe.

Vuoi per la mia personalità, vuoi per la mia ex professione o financo per la mia peculiare sessualità, sono sempre stata circondata da pacchi e pacchi di gente in “cerca” di qualcosa e con la precipua intenzione di non dare nulla in cambio o comunque il meno possibile.

E allora mi sono abituata. A vivere con la faccetta a metà, annoiata e sorniona, e a essere estremamente refrattaria a qualsiasi forma di lusinga. Il leccaculismo mi provoca l’effetto opposto. Però ben volentieri, se si è bravi, accetto il gioco a chi fotte meglio l’altro. E’ un modo come un altro per abbattere la noia.

E ho adottato un metodo compatibile con la mia natura.

Io intanto do.

Nonostante il mio migliore amico mi critichi sempre, guardandomi ormai con la faccia biasimante e rassegnata.

Perchè mi piace, perchè penso che talvolta basti poco, perchè talvolta non mi costa proprio nulla, perchè magari la persona lo merita e io ancora non lo so, perchè vorrei che gli altri facessero lo stesso, perchè ho bisogno di conoscere e capire, perchè quando mi guardo allo specchio  mi voglio bene.

Poi osservo.

Come si comporta l’altro.

Percepisco il momento in cui comincia a prendere, anche fosse solo per aver sollazzo nei suoi momenti di noia o per tentare di ricavare un qualsiasi vantaggio possibile, percepisco il momento in cui pensa di aver acquisito una certezza. Lascio fare, faccio finta di niente. Percepisco il momento in cui pensa che qualcosa possa essere dato per scontato, così, con poco.

E allora me ne vado. Senza spiegazioni.

Anche quelle le fornisco in anticipo.

T’attraverso schiacciandomi i passi sul riflesso bagnato del selciato che mi  sono lastricata.

Risuona l’overture scalpitante delle mie maschere facete, scandendomi il tempo esatto.

Distratta biscroma in  fff che declina su cadenze e sgambetti di un metronomo guercio e scorretto.

Eppure è sull’andante di una visione collaterale, ai margini, fuor di pentagramma, che lo sfz va annaspando ancora, sotto la spinta bemolle di uno sguardo ben assestato.

Protendo un sol che, crescendo con immensa legatura di valore, sorga su questa acciaccatura e aggiunga mordente alla nuova fioritura dei miei battiti.

Ho glissati lunghissimi e scivolosi, passeggiati nel minuetto dei sorrisi e dei perchè muti, ma è sotto l’ombra di un mughetto tremolo che si occulta il profumo di una verità precipitata in chiusura.

Dammi una chiave.

Ma che sia quella giusta.

Sì, lo sapevo che prima o poi l’avrei trovato.

Il ricercato soddisfacente.

Qui, sul mio blog.

Testé m’è piombato dinanzi agli occhi, con la lentezza seducente di un battito di ciglia e uno sguardo in tralice.

Palesati, anima sopraffina, mostrati nella tua reale natura.

Dopo tanti “nude in casa“, “mi piace essere toccata da sconosciuti“, “leccaculismo“, “giggi er troione“, “mi piace essere nuda in pubblico”, “appesa nuda“,

per arrivare at the magnificent seven:

ingenuotta phica“,

donne filippine che fottono

mi e partito l’ombellico

pornolesboche

mi voglio ricoverare in clinica ma non so come dirlo ai miei

cosa succede se bruci la salvia? si insonorizza la stanza?

u negro che rompe il culo a unghei“,

tu, che al fin sei giunto cercando sulla motorella di ricerca: “vi offriro’ la torta con il cianuro“, sappilo, sei arrivato alla tua meta, alla destinazione finale.

Dalla mazzafionda, all’arma di distruzione di massa, Tilla ha tutto.

INIZIO JINGLE PUBBLICITARIO

TILLA

(sguardo in macchina, sorriso entusiasta)

Si offrono prezzi modici, anonimato, ottimo servizio e SOLO PER QUESTO MESE è in offerta al 50% il videocorso “Senza rimorso, ovverosia l’arte di sbattersene il cazzo”.

(continua)

TAGLIO SU

Un video senza audio mostra una donna che spara in fronte a un uomo e poi fa spallucce ridendo.

TILLA

(sguardo in macchina, mostrando i due libri)

In alternativa, sono in vendita il pratico manuale: “E’ arrivato stocazzo… ma chittesencula!” e  l’ormai noto bestseller: “E sticazzi?”.

(puntando l’indice in avanti, facendo l’occhiolino)

Anche tu! Indignato pacifista, prendi la cornetta! Prima o poi l’inculata ti aspetta!

FINE JINGLE PUBBLICITARIO

                                                                                                                                                                                                          DISSOLVENZA SU NERO

TILLA

(V.O. in dissolvenza)

Ma se l’andassero a pjà tutti in – –

 

 

 

 

 

L’ineluttabile

Non aveva alcuna intenzione di alzarsi.

L’affacciarsi appannato alla mente di uno stato di necessità o di quel bisogno derivato, affatto genuino, di un insieme di atti da dover compiere, la disturbava.

In fondo – si domandava – cosa potrebbe essere definito realmente necessario? Quali le necessità rilevanti, preponderanti? Sto respirando e lo faccio senza nemmeno dovermi prendere la briga di pensarlo.

Perseguiva il suo scopo di adagiarsi molle, compiacendosi del tatto casuale sui capelli aggrovigliati, scomposti; della sensazione vagamente umida sotto le ascelle, tra le gambe; dei propri occhi socchiusi, lenti, intorpiditi.

Anche i lievi movimenti delle labbra, il deglutire della lingua, quel contrarsi impercettibile della gola, tutto era proteso a una identificazione del proprio corpo come un piacevole automatismo: nessuna implicazione con la volontà, nulla da dover pensare.

Il sangue mi scorre nelle vene – si diceva – anche se io non lo sto pensando.

E se decidesse di smettere di camminarmi dentro – proseguiva – nessun atto di volontà gli impedirebbe di farlo.

L’ineluttabile la trastullava, quietandole l’abbozzato impulso a un non identificabile dovere.

L’ineluttabile, in qualche modo, la condusse a Jean-Claude, all’ultima volta in cui era stato lì, in quella stessa stanza.

Si rivide schiacciata su quel letto, con il seno e le spalle premuti contro il materasso. Un braccio piegato, sotto un cuscino. L’altro steso, in orizzontale, lungo il letto. Come una croce sbilenca, mozzata. Il palmo della mano, abbandonato sul lenzuolo, con l’indice a sfiorare, in punta, l’angolo dell’altro cuscino. Il ventre e le natiche sollevate, non troppo, sulle ginocchia che stentavano a mantenersi salde. Jean-Claude, dietro di lei, premeva il bacino contro il suo candore morbido. Affondava a più riprese, aumentando il ritmo e l’intensità, afferrandola per i fianchi.

Sentiva l’irrigidirsi di quel corpo alle sue spalle come diretta conseguenza del contrarsi dei muscoli delle sue gambe. O forse era il contrario? Difficile distinguere movimenti e impulsi l’uno dall’altro.

Aveva il volto girato da un lato, anch’esso schiacciato sul materasso. Il cuscino le sfiorava i capelli. Guardava verso la finestra. No. Non è vero. Aveva gli occhi appena aperti, ma non guardava. Non guardava nulla. Le entrava solo un velo, una linea di luce, che deformava gli oggetti, la stanza, tutto ciò che si affacciava nel suo campo visivo casualmente, senza averlo deciso.

Anche la bocca era appena socchiusa, forse la apriva ogni tanto un po’ di più. Sentiva il proprio respiro scivolare parallelo al letto, trasformarsi in piccolo gemito appena sulle labbra e poi ricadere sulle lenzuola.

Se avesse avuto il viso girato dall’altro lato, verso l’armadio, allora avrebbe potuto vedere riflesso nel vetro rosso il corpo bellissimo di Jean-Claude che la possedeva. Avrebbe visto le sue braccia  e i suoi muscoli contrarsi, assieme alle natiche. L’avrebbe visto reclinare appena un po’ indietro la testa, in alcuni momenti. Allora sì, avrebbe proprio guardato, così come era accaduto altre volte. L’avrebbe fatto compiacendosi dello spettacolo di sé, schiacciata a metà su quel letto, come una conseguenza ritmica di una volontà altrui. Sarebbe stata spettatrice attiva e passiva dell’insieme unito dei due corpi. Un gruppo marmoreo scolpito in movimento.

Poi probabilmente avrebbe chiuso gli occhi.

Ma quella volta era andata così: davanti a sé aveva la finestra e il bagliore filtrato dalle ciglia.

<Stai giù.>

Le aveva detto solo quello. Con la voce roca e un po’ sussurrata. Il tono fermo.

Due volte glielo aveva ripetuto.

<Stai giù.>

Forse lei aveva sospirato un <sì>. Anzi, probabilmente lo aveva fatto, ma non riusciva a ricordarlo con certezza. L’unica voce che sentiva, ora come allora, era quella di Jean-Claude e quelle poche sillabe che avevano riempito, fino a straripare, il quadrato della stanza.

Avrebbe potuto non dirlo. Lei comunque sarebbe rimasta giù. Lo sapeva anche lui. Eppure per ben due volte glielo aveva intimato. Non erano parole necessarie. Eppure, senza quelle, lei non avrebbe sentito la stanza girare attorno alla sua voce. Non avrebbe sentito il calore diramarsi dal ventre e salire verso l’alto, arrivare al centro del petto, sfiorarle le labbra e le palpebre e poi conficcarlesi nella testa, come una punta acuminata, un’onda, un riverbero sempre più possente e veloce, ancora e ancora.

Poi lui d’un tratto era sgusciato fuori, proprio all’ultimo, terminando con un rantolo caldo e liquido sulla sua schiena.

A quel punto lei aveva smesso di tenere gli occhi aperti e aveva ricominciato a guardare.

Sorridendo abbastanza perchè le labbra scoprissero appena i denti.

Ancora era rimasta giù. Stavolta con le gambe stese, chiuse, dritte ed entrambe le braccia sotto il cuscino. Aveva atteso con gli occhi chiusi che Jean-Claude, in silenzio, le asciugasse la schiena dolcemente prima di potersi girare. In silenzio, perchè, ancora, nessuna parola sarebbe stata necessaria.

Si accorse che stava osservando il soffitto bianco sopra di sé, come lo schermo di un cinema su cui proiettare il proprio ricordo.

Si accorse anche che stava sorridendo, soddisfatta dal ricordo.

Si alzò di scatto. Senza indugiare, senza mollezze, senza dubbi.

S’era data un confine. Aveva deciso quale fosse per lei la discriminante, la linea sottile di divisione tra la necessità e la scelta.

Era lì racchiuso in un pugnetto di sillabe pronunciate da una voce.

Tutto il resto poteva andare avanti da sé.

Parlano sempre tutti tanto.

Costruire una frase con tre parole che misurano qualcosa è sempre indice di una esasperazione, non necessariamente significante un concetto negativo. Nonostante il termine “esasperazione” rimandi ad un’emozione con una connotazione spiacevole.

Sempre, tutti e tanto. Se avessi usato un altro verbo, comunemente inteso come piacevole, sarebbe cambiato tutto?

Amano sempre tutti tanto.

Eppure, scritto così, da me, o anche non da me, ecco la frase assumere già una sfumatura ironica. Perchè l’esasperazione dei tre termini che sovrabbondano in quanto a misure, come un obeso, rende l’insieme comunque caricaturale. Se avessi usato “troppo” invece di tanto, sarebbe stato, invece, più serio e apertamente critico.

Si potrebbe provare con l’opposto. Raramente in pochi parlano poco. Raramente in pochi amano poco. Uhm. Pochi mai parlano poco? Amano in pochi mai poco? Ma, soprattutto, pochi e poco, quanto sono buffi? Sembrano una coppia di scimmiette. Pochi e Poco. Le nuove avventure di Pochi e Poco. Con Molti e Molto non funziona. Tutti e Tutto? Tanti e Tanto? Nemmeno. Lascia stare Tilla. Sì, va bene.

Facciamo un gioco diverso.

Sono stata tanto amata da tanti uomini.

Eccomi con l’Io accentuato ed evidenziato nella frase passiva. Sono passiva eppure prorompente. Con il passivo mi sovrappongo agli autori, attori, agenti. I tanti uomini. Sono stata eppure troneggio come soggetto.

Tanti uomini mi hanno tanto amata.

Qui invece mi zoccoleggio insistendo sulla evidenza della pluralità dei soggetti. Sono un mero oggetto. Sono i tanti uomini a comparire per primi nell’immagine. Assume più facilmente i contorni di una gang bang linguistica. Ed anche linguistica associato a gang bang rimanda ad un’altra immagine ironicamente immediata. Come la nota battutina “sono un’abile linguista”.

Eccomi la domanda giusta prima del sonno dei giusti che non arriverà (per un problema di sonno o di giustizia?).

Sono stata tanto amata da tanti uomini o tanti uomini mi hanno tanto amata?

Bibliografia

1. “Manuale di pippe mentali”, Tilla Durieux, Ed. Sticazzi, 2013, pagg. 154-179;

2. “De’ mentalis sega”, Tilla da Durieux, Ed. Antiquitas Sticatii, 1975, pagg. 35-49;

3. “Compendio breve di pipponi notturni”, Durieux e AA.VV., Ed. SticazziPerTutti!, 2012, pagg. 55-68;

4. “Dormire meglio con la sega mentale rapida”, D.ssa Durieux a cura di, sulla rivista Medicina e Sticazzi, n. 23 anno 2011, Dipartimento di Sticazzologia, Università di Masticazzi.

Te lo ricordi perchè ad un certo punto non ci siamo più sentite?

Perchè, secondo me, te lo sei dimenticato, ti deve essere sfuggito qualche dettaglio, qualche particolare. Vedi che se ora te la rammento quella storia, magari ti tornano alla memoria anche tante altre “sfumature”.

Ci siamo conosciute perchè ad un certo punto della tua vita da sposata, annoiata, benchè molto giovane, hai intrapreso una relazione con un mio caro amico. Ti ho accolta tra i miei amici e nella mia vita. Ci siamo divertite ed abbiamo riso allo sfinimento e, ancorchè tu andassi in giro a raccontare i cazzi miei ad altri, che prontamente me lo riferivano, ho comunque soprasseduto su certe piccolezze, consapevole della circostanza che dei cazzi miei, quelli veri veri, non eri a conoscenza.

Poi la relazione con il mio amico è finita, amichevolmente. Tanto che tu lo hai presentato a tuo marito, come amico, così come hai fatto con tutti noi del resto. D’altro canto il mio amico s’è trovato un altro “splendido” esemplare femminile con cui poi sposarsi. Ed è infatti  sparito dalla vista di tutte le amicizie in comune risucchiato dalla nuova vagina divoratrice.

Ma perchè, in realtà, è finita la tua relazione con il mio amichetto?

Tattarattà! Rullo di tamburi… Perchè nel frattempo avevi conosciuto l’Essere Mostruoso, eri caduta ai suoi piedi come na pera sfrancica e lui t’aveva presa come giocattolino. Uno in più rispetto alle tante altre. Tutto questo, naturalmente, in segreto. Senza, tuttavia, esimerti dal voler presentare anche lui a tuo marito.

Si da il caso, tuttavia, che l’Essere Mostruoso, come tutti (te compresa) sapevano, se ne morisse dietro alla sottoscritta. Non perchè quest’ultima fosse o sia Stocazzo, bensì per le sue note doti di Rizzacazzi a Tradimento: te la sventolo sotto il naso, gioco, rido, scherzo, ma non te la do. Ove si consideri, poi, che la Rizzacazzi aveva il codazzo di inutilmente innamorati e sbavatori professionisti, va da sé che aggiudicarsela sarebbe stato un bel trofeo per l’Essere Mostruoso.

Tale circostanza ti ha resa, all’insaputa di chiunque ed anche della sottoscritta che continuava cojonamente a considerarti amica, stupidamente ed inebetitamente gelosa. Tanto da arrivare a supporre che tra la medesima e l’Essere Mostruoso ci fosse l’ennesima storia top secret.

La realtà, invece, è che la Rizzacazzi giocava a rizzare il cazzo per il mero (ma altrettanto subdolo, anche se a fin di bene) scopo di sottrarre dalle sudicie mani dell’Essere Mostruoso una meraviglia di giovanissima rondinella, che, tra le femmine laide che si beavano di tanto sudiciume nascosto al nascosto, unica, meritava bellezza e purezza.

Ma tu, mia cara amica, hai ben pensato di giocare sporco con la sottoscritta, sempre per quella tua stupida gelosia da mignottella da due lire (due lire di oggi, che, insomma, valgono davvero una cippa).

In occasione di uno dei miei viaggi al Nord per andare dal mio fidanzello padovano, er filosofo, a cui nulla nascondevo, la tua mente bacata, chissà perchè, ti ha suggerito che in realtà io mi trovassi in altra città nordica nel letto del Mostro.

E tu, genio de geniis, che hai fatto? Hai telefonato al mio fidanzello, in virtù della vostra pseudo-conoscenza tra laureati in filosofia, chiedendogli se DAVVERO io stessi per partire ed andare da lui. E alla sua naturale domanda di chiarimento sei stata così pronta di spirito da dirgli che in realtà io ero in tutt’altra città con altra persona.

Peccato che quella telefonata avvenisse proprio in mia presenza, mentre io e il mio fidanzello ci si guardava negli occhi domandandoci vicendevolmente con lo sguardo quanto tu potessi essere scema.

Dopo brevissima indagine condotta dalla Rizzacazzi e spie al seguito, quest’ultima ha scoperto l’intero ricettacolo dimmerda ed ha provveduto a sputtanarti ovunque e con chiunque potesse farlo. Persino nel Klondike sarebbe andata per sputtanarti. Tranne che con il tuo maritino, perchè ci si teneva moltissimo che ti tenessi il maritino cojone e pluricornuto con cui ti annoi a morte. E così è stato. E sei sparita.

Sei dovuta sparire.

E allora, cara amica mia, spiegamelo un po’, cosa ti spinge oggi, dopo 9 anni, sì, 9 anni, a chiamarmi e cercarmi e volermi rivedere?

No, cara, non c’è bisogno che tu me lo dica. Io già lo so. Lo so benissimo.

Tilla, purtroppo, dopo tutto quello che voi esseri umani le avete fatto, non ha più bisogno di molte spiegazioni ne’ di molte parole. Non più.

Ma io ti sorrido e ti accolgo gentile attraverso il mio telefono, testimone anche lui di così tante schifezze e menzogne, che ogni tanto mi guarda sfiancato e affranto, come a dirmi: “Ti prego, spegnimi. Non ne posso più. Spegnimi. E, dopo, spegniti anche tu”.

<Oddio, quasi non ti riconoscevo! La voce ti è diventata ancora più dolce negli anni! E’ stranissimo!>

Oh sì, ancora più dolce. Molto più dolce, mia cara amica…

 

Perchè la tecnologia avvicina le persone lontane, facilita la comunicazione e velocizza la conoscenza.

Un po’ si e un po’ no.  Di sicuro a me velocizza i vaffanculi.

Ma se le persone utilizzano 87430 indirizzi mail, di cui 87428 lasciati a giacere incontrollati, può succedere che due persone magari si cerchino per una qualche (“una qualche” fa davvero cagare) ragione anche sfumata e accennata che dà però un senso olfattivo a certe parole, senza tuttavia trovarsi.

Possono passare MESI prima che una traccia venga rinvenuta nel marasma delle stronzate che intasano indirizzi già abbastanza disgustati e lasciati chiusi con il timore di.

Allora osservi quella persona, perchè proprio ti piace ti piace e non c’è altro che importi.

Finchè un giorno il caso ti suggerisce di ripulire un indirizzo e trovi quella traccia che giace dormiente ed esclami: “Opporc (ok ok non lo scrivo, fò la brava)”.

E ecco, beh sì, quello è un bel momento.

La violenza del quotidiano è la più alta forma di espressionismo umano.

Come a volersi proiettare a tutti i costi sulla realtà circostante abbrutendola di un se’ disgustoso. Appropriandosene forzatamente.

Perchè l’essere umano è così. Deve marchiare ogni cosa della propria essenza virale.

La violenza del quotidiano si spinge strisciando oltre ogni gesto.

Che siano ferite e morte o ruberie spavalde o negligenze devastanti o egoismi crudi o paroline sibilanti o omissioni indifferenti, il marchio è sempre lo stesso.

A guardare bene c’è molto poco da lasciare al caso. Davvero davvero poco.

E a quelli che leggono la realtà scorrendone i sottotitoli evidenti non restano molte scelte.

La bontà è all’angolo opposto del buonismo e chi lo nega puzza di marcio.

La misericordia non è il pietismo.

E la giustizia necessita di decisione.

Chi non si sporca le mani si sporca l’anima.

 

Give me the freedom to destroy

Give me a radioactive toy