Titolo pro forma per chi stasera ha storto la faccetta perchè non metto mai i titoli, ma che non ci si abitui eh.

Tutti.

Oggi ho parlato con tutti. L’universo mondo oggi aveva bisogno di parlare.

Mi barcamenavo tra i soliti yang lian chang sheng e compagnia bella, tentavo di risolvere un problema di compatibilità tra software, perseguivo la mia opera sanzionatoria nei confronti della masnada di coglioni del post precedente e intanto rispondevo. Al cellulare, al telefono di casa, a uotsap, agli sms, alle mail e al citofono.

Tutti.

Ci devono essere delle congiunture astrali strane a volte, per cui persone che non si conoscono, persone che non sento da mesi e mesi, all’improvviso, tutte nello stesso giorno, persino negli stessi momenti, hanno bisogno di parlarmi.

In buona parte sono state belle parole: l’amica dei miei giochi; un amico a cui voglio un gran bene anche se probabilmente non se ne rende conto ma va bene così; una nuova bella amica per fissare un appuntamento; vecchi compagni mandaLini; attuali compagni mandaLini; la mia seconda laoshi mandaLina; il fiancè; Ares; il migliore amico e la C.

E poi quelli che avevano bisogno di un “favoretto”, una “cortesia”. Pure quelli tutti oggi.

E allora si comincia la pantomima del “che splendida persona che sei” “tu sei speciale” “ma quando ci vediamo?” “mica ti sarai dimenticata di me?”, cui fa seguito il miglior esercizio delle mie abilità dialettiche per fornire meravigliose risposte pel tramite delle quali poter dire: “Col cazzo che ti faccio un favore, pensi davvero di fottermi così?”, ma in un modo tale che si attacchi comunque il telefono con tanti sorrisi e baci. E saluti a soreta.

Perchè ormai ho i calli sulle chiappe.

Vuoi per la mia personalità, vuoi per la mia ex professione o financo per la mia peculiare sessualità, sono sempre stata circondata da pacchi e pacchi di gente in “cerca” di qualcosa e con la precipua intenzione di non dare nulla in cambio o comunque il meno possibile.

E allora mi sono abituata. A vivere con la faccetta a metà, annoiata e sorniona, e a essere estremamente refrattaria a qualsiasi forma di lusinga. Il leccaculismo mi provoca l’effetto opposto. Però ben volentieri, se si è bravi, accetto il gioco a chi fotte meglio l’altro. E’ un modo come un altro per abbattere la noia.

E ho adottato un metodo compatibile con la mia natura.

Io intanto do.

Nonostante il mio migliore amico mi critichi sempre, guardandomi ormai con la faccia biasimante e rassegnata.

Perchè mi piace, perchè penso che talvolta basti poco, perchè talvolta non mi costa proprio nulla, perchè magari la persona lo merita e io ancora non lo so, perchè vorrei che gli altri facessero lo stesso, perchè ho bisogno di conoscere e capire, perchè quando mi guardo allo specchio  mi voglio bene.

Poi osservo.

Come si comporta l’altro.

Percepisco il momento in cui comincia a prendere, anche fosse solo per aver sollazzo nei suoi momenti di noia o per tentare di ricavare un qualsiasi vantaggio possibile, percepisco il momento in cui pensa di aver acquisito una certezza. Lascio fare, faccio finta di niente. Percepisco il momento in cui pensa che qualcosa possa essere dato per scontato, così, con poco.

E allora me ne vado. Senza spiegazioni.

Anche quelle le fornisco in anticipo.

Nel gruppo di giovani cerebrolesi che mio malgrado ogni tanto devo frequentare, c’è una ragazza con cui ogni tanto mi intrattengo a chiacchierare, essendo l’unica che palesa la presenza di sinapsi all’interno della scatola cranica e che, incredibilmente, conosce persino il congiuntivo.

La settimana scorsa, mentre io ero impegnata con i mandaLini, la medesma doveva svolgere un’attività per lei importante, con alcuni membri della masnada di coglioni. Avrei voluto assisterla, ma in quel giorno dimmerda ero bloccata dai quan, yan, ying, shuo + finte multe e pronti soccorsi.

Quando l’ho chiamata per sapere come fosse andata, ho sentito che le tremava la voce e, dietro mia sollecitazione, in lacrime, mi ha raccontato tutto.

Invece dei pochi che avrebbero dovuto essere con lei, si è presentato tutto il gruppo di testa di cazzo. Accordatisi in precedenza, le hanno impedito di svolgere il suo lavoro, l’hanno sbeffeggiata e derisa, si sono ubriacati e hanno mandato tutto in vacca.

Non solo. Ho scoperto che da gennaio è vittima di bullismo da parte dei pezzi di merda, che alle spalle gliene dicono e fanno di tutti i colori, isolandola quanto più possibile.

E sapete perchè?

Perchè lei è “normale”.

Perchè lei non ha uno smartphone e non usa facebook (incredibile, ma sì, è cominciata così), perchè è ben educata e dice “grazie” “prego” “scusa”; perchè non saluta dicendo “ciauuuuuzzz” e non usa diecimila emoticons nei messaggi; perchè non fa comunella per criticare e sbeffeggiare di continuo gli altri su come sono vestiti o che capelli hanno; perchè non sta sempre a ridere come una cojona con tutti cercando a tutti i costi di fare la simpatica; perchè non fa la gara di quanto sia incapace ad allacciarsi le scarpe o a rompere oggetti; perchè prende seriamente lo studio, è diligente e inutilmente propositiva. E’ normale. E anche carina, fisicamente carina.

Normale.

E io mi incazzo il triplo, perchè i testa di cazzo non sono infanti, hanno un’età compresa tra 19 e 25 anni. E perchè appartengono tutti a famiglie molto molto molto benestanti e infatti non si curano minimamente del loro futuro (qualcuno, peraltro, sa già di averlo assicurato).

E poi sono tutti depressi. Tutti a dire che sono depressi, che hanno problemi… minchia per essere depressi hanno una socialità e una vitalità straordinarie! Forse non sanno bene cosa sia la depressione. Campano su sti cazzo di social network, si inviano messaggi di continuo, scrivono e postano a raffica ovunque. Appena fai notare un errorino grammaticale, ti dicono che però loro hanno problemi di autostima e quindi NON POSSONO essere criticati. No non gliel’ho mai detto che fanno bene ad avere problemi di autostima perchè non valgono un cazzo sotto qualsiasi aspetto. Avrei dovuto?

Sono depressi e apatici, a detta loro, eppure sono boriosi, arroganti, cattivi, critici solo con gli altri. Hanno problemi di autostima, a detta loro, però pensano di essere superintelligenti nonostante non capiscano mai un cazzo.

Io vorrei conoscere i loro genitori, perchè, subito dopo i figli, i miei calci in culo andrebbero lì, con grande possenza.

Poi mi si dice che dovrei avere speranza nelle generazioni future.

Malimortaccivostra.

Ieri ha riaperto il Bed and Breakfast “Tilla’s House”.

Avremo ospiti sino a martedì.

Poi, se il termine “progettualità” sarà stato finalmente cancellato dal vocabolario, sarà confermata la prenotazione di ulteriori ospiti sino alla domenica successiva.

Va da sé che ieri mi sono dovuta infilare un peperoncino nel culo per occuparmi di un fracco di cose. La casa, l’ospedale, il mandaLino, l’aeroporto con tutti gli aerei in ritardo per lo sciopero…

E poi l’intrattenimento chiacchiericcio fino alle 5.30 della maTina. Perchè qui al B&B si offrono servizi di prima qualità: dipende da cosa si preferisce e non specifico oltre.

Se sarò in grado di sopravvivere batterò colpi di cazzate.

Se non mi rivedrete vorrà dire che sono soccombuta.

Soccombuta… e poi qualcuno ancora sostiene che la lingua italiana sia bella.

Bah!

Baci nè.

 

 

E insomma ero a cena stasera, ingozzandomi in modo inverecondo ed estremamente gaudente come non mi accadeva da mesi e mesi, quando mi squilla il cellulare, che ultimamente guardo con un certo astio, anche senza motivo.

Ares (l’ultimo ex).

– Aò, sto a magnà –

 – Aò, bella. Ti devo dire una cosa: ho fatto un salto al locale di D., indovina chi ho conosciuto per caso? –

– E che ne so io? –

– Una persona di cui mi hai parlato una cifra una cifra:  K***** –

Sobbalzo.

– Ma che davero? –

– Sì ho sentito uno che lo chiamava con quel nome, l’ho guardato, corrispondeva alla descrizione che mi avevi dato e allora sono andato a parlargli –

– Embè? E? –

– E’ una branda*, cazzo! –

– Sì lo so che è una branda, ma che avete parlato di me? –

– Ovvio. Non sai quello che mi ha detto: quanto è affezionato a te, quanto ti vorrebbe rivedere, cose così. E’ simpatico na cifra. Ma è na branda, cazzo! M’ha spappolato una mano quando ci siamo presentati –

– Sì sì, lo so che è una branda, ma davvero t’ha detto che è affezionato a me e mi vorrebbe rivedere??? –

– Avoja! Ha usato delle parole bellissime –

– Ma tu sei sicuro sicuro sicuro? Non è che era ironico?-

– Sicurissimo. Avete scazzato millemila anni fa, mica ieri. Aò cià le mani che so du tenaglie, fa paura quell’omo –

– Sì, lo so. Vabbè, famme finì de magnà, poi se risentimo. Cià –

– Cià –

La vita è incredibile. Assurda e incredibile. E io sprizzo gioia da tutti i pori. Durerà al massimo un paio d’ore il guizzo ballerino, ma per le prossime due ore lancerò coriandoli saltellando per la casa. Ma tu guarda i casi della vita, ma tu guarda…

*Essere na branda: essere in quella forma fisica per cui i muscoli sono particolarmente particolarmente evidenziati.

 

Mi alzo.

S-ciabatto con i capelli sparati ovunque, faccio un giretto per casa, sbatto le persiane contro il muro esterno, butto un occhio in basso su Via degli Stronzi, sbuffo sbuffo.

Sì, è Marla Singer oggi. Sì.

Caffè, presto! Sigaretta, s-ciabatto di nuovo avanti e indietro, occhieggio con nostalgia il letto. Ma anche no: le lenzuola nuove non mi hanno soddisfatta, non mi sono sentita accolta. Sono estranee e mi stanno un po’ sul cazzo.

Stomaco accartocciato. Ore 9.30, ma perchè? Perchè? Bah.

‘Picciamo il computer và, hai visto mai…

Quotidiano? Corcazzo.

Sento movimenti sul pianerottolo, che palle, perchè la gente esce, si muove, fa cose?

Isolamento acustico presto! Ipod.

Buttiamoci sui blog. Post di Erre: dilemma esistenziale? Sì! Alzo la mano, la sò la sò la risposta! Leggo ancora: amore???? Roba d’amore??? No Erre, no, te vojo bene ma non ce la posso fa: niente commento che schizzo veleno come na medusa.

Poetella! Ecco sì, Poetella è taumaturgica, proviamo và, ci sarà la fotina dal balcone? Guardo la fotina, leggo… niente… ECG piatto piatto piatto. E’ grave allora. Cazzo, è grave.

Lasciamo stare i blog. Proviamo con le immagini, solo immagini. Cartella apposita di immagini.

Per caritàààà! Odio odio! Vaffanculo! Ciai da schiattà! Via pure questo.

Proviamo ad accendere il cellulare? Massì, po’ esse che qualcosa de bono se rimedia.

Messaggio, leggo: fastiiiiiiidio fastiiiiiidio!!! Non rispondere Tilla, non rispondere che parli ancora il marlingese poi si va a finire in discussioni sterili, inutili, acide. Ma soprattutto inutili. Ecco, è il senso dell’inutile a identificare la luce di questa giornata.

Uhmm. Sbuff.

Che faccio? Mi incazzo? Tratto male qualcuno? Umpf na, nemmeno.

Doccia e uscire? AHAHAHAHAHAHA! Sì hai ragione, scusa, ciò provato.

L’angolo dell’occhio scova copie di contratti redatti ieri, da consegnare oggi: nausea a fiotti a fiotti.

Niente, niente, niente.

Sarà una giornata lunghissima.

Credo che oggi indosserò il filo di disprezzo, che è un po’ come le perle di nonna.

Ha un suo valore reale e anche affettivo; è sempre attualissimo e anche storicizzato.

Ma tu con un classicone, tipo un tubino nero, cosa indossi?

Dipende. Dinanzi al classicone, o a quella che i cinesi chiamano 平时(píngshí) e cioè “la situazione solita”, sono sempre indecisa tra la parure dell’empatia o il filo di disprezzo.

Oppure lascio il collo completamente nudo, così, se qualcuno volesse infierire, è già pronto. In tal caso preferisco ornare solo le orecchie con i pendenti della noia.

Dipende, dipende…

C’è un uomo che sta tornando a casa all’alba.

Lavora di notte, in nero, ha 65 anni e 3 figli. E’ sulla sua vecchia moto. Come tutti i giorni, lo stesso tragitto, gli stessi orari.

E’ stanco. Stanco di quel lavoro sfiancante, stanco della notte. Ma non avrà liquidazioni e non avrà una pensione. Deve.

Sono fermi al semaforo lui e una macchina. Da un finestrino gli gettano addosso una bottiglia di vetro. Si toglie il casco per guardarli e domanda: “Ma perchè?”. Solo questo. Perchè.

Dalla macchina scendono 4 ragazzi più o meno dell’età del figlio maggiore. Un pugno sulla faccia. Cade dalla moto. E’ in terra. In 4 lo prendono a calci e lo malmenano. Risalgono in macchina e se ne vanno.

Due costole rotte e il volto tumefatto e la dignità schiacciata sotto le suole.

Erano italiani? Sì. Erano fatti? No. Li aveva mai visti? Mai.

Questo è quanto ho dovuto ascoltare al telefono un’ora fa da una delle persone che più amo al mondo.

E piangeva di rabbia di rabbia di rabbia. Diocristo quanto la conosco quella rabbia! La rabbia dell’ingiustizia, dell’impotenza, di chi subisce, di chi non trova un perchè. La rabbia che ti spacca le viscere e fa sanguinare le labbra, che serra i pugni e conficca le unghie nei palmi a ferirsi. La rabbia che distrugge, che vuole vendetta, che non vuole più vedere nulla.

Povero amore mio che senti quello che io sento. Ma mi devo mettere al contrario e dirti il contrario di quello che sento. Perchè hai il sangue che ribolle come il mio. Direttive, regole, ferme e ferree. Devi fare questo e quello. Responsabilità. Non devi fare questo e quello. Devo darti dei “devi” che basteranno solo per poco.

Ripenso a qualche anno fa che eravamo sul divano verde. “Ma davvero tu riusciresti a uccidere qualcuno?” “Se ho un motivo sì” “Non ci credo. E come fai a sapere che il motivo è quello giusto?” “Sai, della giustizia ormai me ne fotto”.

Non è giusto contrastare la violenza con la violenza. In uno stato civile blablablabla.

Sai che c’è? Che a me non me frega un cazzo. Non più.

Ho creduto in tante cose. Non più.

Io sono quella a cui di certe cose non fotte più un cazzo.

Senza un filo di rabbia.

A lui non l’hanno dato un perchè.

Non ne ho più tanto bisogno nemmeno io.

 

 

Non si dovrebbero mai fare certi dispetti al proprio fegato.

Che poi ti rimane offeso per una giornata intera, mentre le palpebre si arrotolano come papiri.

Ma a fin di bene posso anche farmi del male con un aperitivo lungo 5 ore. Un aperitivone di venerdì. E un sabato di emicrania e occhi “rosposi”.

A fin di bene, sì. Per le  mie due amichette-ette, la C. e la S., come direbbe la mia mamma che è milanese doc e sono tutti “il qualcosa” e “la qualcosa”.

Han deciso di bissare l’aperitivino, più umano, della settimana prima in uno dei 87665430 locali sotto casa mia, in Via degli Stronzi.

Poggio le chiappe sulla sedia e la C., che è la più giovane, sempre molto sorridente e cinciallegra (tranne quando scoppia a piangere all’improvviso quando meno te l’aspetti), sempre attenta ai dettagli, con uno spiccatissimo senso estetico, mi attacca un discorso su una cosa che le avevo raccontato una settimana prima.

Che ci sono dei cazzi miei che racconto solo a loro. Sparpaglio i cazzi miei qua e là tra le persone, così alla fine nessuno sa proprio tutto tutto e ognuno ha di me ciò che più desidera. A loro racconto di solito la “roba amorosa”, che je piace. Je fa molto Sex and the city. Mancherebbe la quarta stronza, che tanto io non ne reggevo nessuna. Pensa te se a me può piacere una serie basata su quattro cacacazzi che vivono di pipponi sugli uomini.

– Stavo pensando che non dovresti farti troppi problemi con George, perchè poi sai nella vita, in fondo, è bello vivere le cose, anche se poi ti fanno del male e blablablablablablabla –

E’ un discorso pericoloso questo. Perchè c’è il rischio che t’attacca a piagne di punto in bianco ripensando al cojone di sua pertinenza. E io ancora non ho dato un sorso al prosecco: non sono pronta per il pippone motivazionale da babbeo della PNL.

Ma, per fortuna, la S., che invece è una che preferisce la visione d’insieme, si veste con quello che je capita sotto mano purchè sia comodo e soprattutto è scapocciata de brutto, dopo aver sucato dalla cannuccia alla velocità della luce millilitri di alcol, risponde in mia vece.

– Ma guarda che lei non si preoccupa del dopo, lei si preoccupa del prima –

Vedi? Lo vedi che succede a frequentare persone seriamente scapocciate? Che capiscono tutto in un secondo e poi ti fanno la sintesi. Anzi la fotosintesi. S., tu sei Santa Clorofilla per me.

La C. non coglie del tutto. La visione d’insieme non fa per lei. E io sto con l’occhio pronto che non le comincino a scendere lacrime. Già me so preparata il pippotto motivazionale. Uso il metodo di mia nonna. Funziona sempre in certi casi. Basta ripetere ossessivamente la parola “dignità” e ficcarla ovunque. Tipo: “Ti piace la dignità delle mie scarpe?”, “Senti quanta dignità cià sto spritz” ecc ecc.

– Ma perchè dovrebbe preoccuparsi del prima? Semmai è il dopo quello che può far male e blablablablabla –

– Mannò perchè il dopo lo può sapere, è il prima che non sa. Ma poi che non la vedi? Guardala, in realtà non jene frega gnente e blablablabla-

E cominciano a parlare di me, come se non ci fossi.

E’ bellissimo.

Perchè le osservo mentre fanno tutto quel lavoraccio di tesi e antitesi, quell’entra e esci da te stessa, che è una faticaccia della madonna. Me lo stanno facendo loro. Aggratis. Potrei aprirmi la scatola cranica, prendere il cervello, poggiarlo sul tavolino e ordinare un prosecco anche per lui.

Sicchè a una certa mi permetto di interromperle e faccio presente che in realtà, a voler ben vedere le cose, sia nel dettaglio che nella visione d’insieme, per me vale sempre la regola dello sticazzi, quindi, possiamo anche aprire le danze con qualche vera cazzata.

Ometto di dire loro che io prego tutti i santi per poter sentire un filino, anche un lontano riverbero, un’eco confusa e un po’ masticata, di certe sofferenze. Ometto perchè sarebbe davvero un discorso complesso o poi la C., sicuro, m’attacca a piagne.

Poi siam lì a fin di bene. Il loro bene.

E in verità, mi sono rotta le balle di scrivere. Quindi mi spezzo e, semmai, mi riprendo.