Clue de Sac

Miss Scarlett nella sala da pranzo con il candeliere giocava a illuminare le tenebre con Mr. Green.

Questi, tuttavia, distratto dal pensiero di un vorticoso giro in sala da ballo, sfoderava sorrisi tanto abbaglianti da spegnere tutte le candele pazientemente accese, lasciando, in tal modo, Miss Scarlett con un moccolo consunto tra le mani e lo sguardo perplesso.

Nel mentre, Mrs. White nella sala da biliardo, con il pugnale, intratteneva Mr. Plum. Ella, torcendosi braccine e manine e facendo gli occhioni strabuzzati, insisteva nel convincerlo che un pugnale, in fondo, potesse essere adatto a mandar la biglia in buca. Tanto appariva delicata e piccola, Mrs. White, che Mr. Plum si decise a poggiar la spranga in un angolo, nonostante le avesse già sfregato la capocchia di abbondante gesso blu.

In biblioteca, invece, il Colonnello Mustard, si lisciava il mento domandandosi se  il panciotto indossato fosse quello più adatto al luogo e all’orario. Con la corda tentava di accalappiare farfalle che si facevano beffe dei suoi modi pomposi e della sua stolida alterigia. Ciò nonostante, il medesimo, incapace di guardare oltre il suo naso, si faceva persuaso che lo sfarfallio veloce fosse un vivace cenno di affetto nei suoi confronti.

Mrs. Peacock se ne stava in veranda, con la rivoltella poggiata in grembo e, con le mani foderate di delicati guantini di pizzo nero, sfogliava, appena annoiata, un romanzetto rosa d’altri tempi. Ogni tanto sollevava lo sguardo verso un angolo imprecisato, domandandosi quale potesse essere il colore più adeguato alla nuova fodera del suo divano.

Miss Scarlett, colta da profondo sconforto, raccolse tutti i mozziconi di candela e con gli occhi domandò a Mr. Green di aiutarla a riattizzare una piccola fiamma. Mr. Green, per tutta risposta, le agitò in faccia una chiave inglese e, ormai ebbro di visioni di danze estasianti, scoppiò a ridere e corse fuori.

Mr. Plum, nel tentativo di conferire la giusta spinta e direzione alle biglie con il pugnale, continuava a ferirsi le mani e il suo sangue gocciava sempre più abbondante sul tappeto verde. Guardando con sospetto Mrs. White, la vide trasfigurarsi in volto: da bambina un po’ storta in bambola di pezza dal ghigno clownesco. Non fece in tempo a riafferrare la spranga, che quella corse via ridacchiando stridula.

Si incontrarono nel corridoio centrale.

Miss Scarlett e Mr. Plum, entrambi osservandosi silenti, occhi smarriti, volti pallidi. Una stilla di sangue caduta sul pavimento catturò lo sguardo di Miss Scarlett sul pugnale nella mano di Mr. Plum, che, a sua volta, non potè non notare il candelabro stretto tra i pugni della donna.

Si voltarono assieme quando risa convulse giunsero dalla sala da ballo e assieme, con determinazione, vi si diressero.

Spalancate le porte della sala, con orrore scorsero lo spettacolo palesatosi. Mr. Green, in totale balia di allucinazioni di grandi successi, teneva per una mano la bambola di pezza e la faceva volteggiare, ridendo sguaiatamente. Mrs. White, con il sorriso da clown, si inchinava beffarda dinanzi a un pubblico assente e gioiva di quella mano folle che la conduceva. Entrambi sorridevano alle pareti, ai lampadari, a quadri e tappeti e persino al camino, che, seppure muti e inanimati, facevano le veci di spettatori entusiasti. La visione nell’insieme appariva raccapricciante, ma, ancor più, tristemente patetica.

Un rapido cenno d’intesa e Miss Scarlett e Mr. Plum si avventarono all’unisono sui folli beoti. Miss Scarlett colpì più e più volte Mr. Green sulla zucca ormai inutile. Il candeliere suonava piccoli tonfi sordi e il sangue colava dalla fronte di Mr. Green lungo l’argento, le mani e le braccia di Miss Scarlett. Dal canto suo, Mr. Plum non fu da meno nell’affondare il pugnale nel corpo della pupattola, la quale emetteva, nel contempo, un piagnucolio lamentoso, lungo e assordante.

Il Colonnello Mustard udì strani rumori oltre l’uscio della biblioteca, ma decise di non darvi troppo peso: tutto ciò che non lo riguardava in prima persona non rivestiva per lui alcun interesse. E, d’altro canto, era troppo intento a correr dietro alle farfalle, certo dell’evidente apprezzamento nei suoi confronti. D’altronde, come avrebbe potuto essere altrimenti? Non era forse un uomo interessante, unico e raffinato nei modi? D’un tratto, tuttavia, l’insieme variopinto si radunò a mezz’aria sbattendo veloce le alucce e, nel medesimo istante, proprio dinanzi al viso del Colonnello, proruppe in una sonora e lunga pernacchia. Subito dopo, le farfalle, sghignazzando beffarde, e anche un po’ sguaiate a onor del vero, volarono via dalla finestra. Il Colonnello Mustard, incredulo e sgomento, colse d’un lampo la menzogna cui per tutta la vita s’era accompagnato e, guardando la corda che ancora teneva tra le mani, si dedicò, appena tremante, ad apprestare un cappio.

Miss Scarlett e Mr. Plum, terminata l’opera, ricoperti ormai di sangue in ogni dove, uscirono dalla sala da ballo onde effettuare un cauto sopralluogo della casa. Dinanzi alla porta della biblioteca, Mr. Plum, cavallerescamente, si fece innanzi e la aprì, guardingo e con lentezza: il corpo inanimato del Colonnello Mustard pendeva pesante, abbandonato e grottesco, dal lampadario centrale.

I due, dopo una rapida occhiata, fecero spallucce e proseguirono il giro di ricognizione.

Giunsero così alla veranda.

Mrs. Peacock, vedendo arrivare i due, grondanti sangue, affatto turbata, chiuse il romanzetto, curandosi di infilare il segnalibro d’argento decorato a intarsi celtici nella pagina giusta. Poi li osservò, incuriosita e silente.

Miss Scarlett e Mr. Plum, attoniti dinanzi a tanta deliziosa pacatezza e incerti sul comportamento da tenersi, restarono immobili mentre Mrs. Peacock afferrava la rivoltella dal grembo e, senza alzarsi dalla poltroncina in vimini, rivestita da cuscini verde-prato-inglese-appena-tagliato, la puntava dritta innanzi a sé, mirando al petto di Miss Scarlett.

Mr. Plum guardava, sconcertato, incapace e impaurito, alternativamente la rivoltella puntata e il volto di Miss Scarlett, la quale, invece, fissò gli occhi, fermi e inespressivi, in quelli di Mrs. Peacock.

Costei, con un accenno di sorriso e la mano ferma, spostò la mira dal petto di Miss Scarlett a quello di Mr. Plum. Fece fuoco e lo colpì con estrema precisione al cuore.

Il corpo s’accasciò in terra.

<Viola. Penso che il colore più adatto sia il viola.>

Mrs. Peacock infilò la rivoltella tra il cuscino verde-prato-inglese-appena-tagliato e il bracciolo della poltroncina. <Non so… ormai mi son fissata con il gridellino.>

<E gridellino sia, allora! Una tazza di tè, mia cara? La cucina, se non erro, dovrebbe essere in ordine.>

Mrs. Peacock si alzò dalla poltroncina. <Una tazza di tè non si rifiuta mai.>

<Ora dovremmo trovarne di nuovi.> La voce di Miss Scarlett si fece greve.

Attraversarono il corridoio imbrattato di sangue prima di entrare in cucina.

<E’ così seccante! Diventa sempre più difficile trovarne di nuovi.>

Mrs. Peacock si sedette al tavolo, mentre Miss Scarlett accendeva il fuoco sotto il bollitore. <Ne convengo mia cara. Senza contare, poi, che ormai si trovano solo pessimi giocatori.>

Mrs. Peacock agitò una manina guantata nell’aria. <Non ne parliamo! Pessimi e incapaci. Perdono subito la testa!>

Il fischio del bollitore sovrastò per qualche attimo la voce di Miss Scarlett, che, scuotendo la testa con deluso disappunto, versò l’acqua bollente nella teiera di porcellana bianca con decorazioni blu di scene di caccia. <Una banale lusinga da poco, una parolina asciutta ben assestata e in un istante non capiscono più niente. Dan di matto: isterie e scene di esaltazione prive di fondamento… che tedio, mia cara. Che tedio!>

Mrs. Peacock si scostò appena dal tavolo quando teiera e tazze furono servite. Distrattamente prese un cucchiaino d’argento tra le dita: il bagliore luccicante accompagnò la domanda. <Ma dove son finiti quei meravigliosi giocatori d’un tempo? Dove?>

<Temo li abbiam fatti fuori già tutti.>

<Già…. temo anch’io….> sospirò Mrs. Peacock. Poi, dopo aver lasciato cadere una zolletta di zucchero nella tazza e mentre roteava il cucchiano all’interno: <E comunque la prossima volta tocca a me fare Miss Scarlett.>

<Sì è il tuo turno. A proposito, hai lasciato il segnalibro nella pagina giusta? Non sei andata più avanti, vero?>

<Ma certo! E’ deciso: questo libro lo dobbiamo finire assieme.>

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L’ineluttabile

Non aveva alcuna intenzione di alzarsi.

L’affacciarsi appannato alla mente di uno stato di necessità o di quel bisogno derivato, affatto genuino, di un insieme di atti da dover compiere, la disturbava.

In fondo – si domandava – cosa potrebbe essere definito realmente necessario? Quali le necessità rilevanti, preponderanti? Sto respirando e lo faccio senza nemmeno dovermi prendere la briga di pensarlo.

Perseguiva il suo scopo di adagiarsi molle, compiacendosi del tatto casuale sui capelli aggrovigliati, scomposti; della sensazione vagamente umida sotto le ascelle, tra le gambe; dei propri occhi socchiusi, lenti, intorpiditi.

Anche i lievi movimenti delle labbra, il deglutire della lingua, quel contrarsi impercettibile della gola, tutto era proteso a una identificazione del proprio corpo come un piacevole automatismo: nessuna implicazione con la volontà, nulla da dover pensare.

Il sangue mi scorre nelle vene – si diceva – anche se io non lo sto pensando.

E se decidesse di smettere di camminarmi dentro – proseguiva – nessun atto di volontà gli impedirebbe di farlo.

L’ineluttabile la trastullava, quietandole l’abbozzato impulso a un non identificabile dovere.

L’ineluttabile, in qualche modo, la condusse a Jean-Claude, all’ultima volta in cui era stato lì, in quella stessa stanza.

Si rivide schiacciata su quel letto, con il seno e le spalle premuti contro il materasso. Un braccio piegato, sotto un cuscino. L’altro steso, in orizzontale, lungo il letto. Come una croce sbilenca, mozzata. Il palmo della mano, abbandonato sul lenzuolo, con l’indice a sfiorare, in punta, l’angolo dell’altro cuscino. Il ventre e le natiche sollevate, non troppo, sulle ginocchia che stentavano a mantenersi salde. Jean-Claude, dietro di lei, premeva il bacino contro il suo candore morbido. Affondava a più riprese, aumentando il ritmo e l’intensità, afferrandola per i fianchi.

Sentiva l’irrigidirsi di quel corpo alle sue spalle come diretta conseguenza del contrarsi dei muscoli delle sue gambe. O forse era il contrario? Difficile distinguere movimenti e impulsi l’uno dall’altro.

Aveva il volto girato da un lato, anch’esso schiacciato sul materasso. Il cuscino le sfiorava i capelli. Guardava verso la finestra. No. Non è vero. Aveva gli occhi appena aperti, ma non guardava. Non guardava nulla. Le entrava solo un velo, una linea di luce, che deformava gli oggetti, la stanza, tutto ciò che si affacciava nel suo campo visivo casualmente, senza averlo deciso.

Anche la bocca era appena socchiusa, forse la apriva ogni tanto un po’ di più. Sentiva il proprio respiro scivolare parallelo al letto, trasformarsi in piccolo gemito appena sulle labbra e poi ricadere sulle lenzuola.

Se avesse avuto il viso girato dall’altro lato, verso l’armadio, allora avrebbe potuto vedere riflesso nel vetro rosso il corpo bellissimo di Jean-Claude che la possedeva. Avrebbe visto le sue braccia  e i suoi muscoli contrarsi, assieme alle natiche. L’avrebbe visto reclinare appena un po’ indietro la testa, in alcuni momenti. Allora sì, avrebbe proprio guardato, così come era accaduto altre volte. L’avrebbe fatto compiacendosi dello spettacolo di sé, schiacciata a metà su quel letto, come una conseguenza ritmica di una volontà altrui. Sarebbe stata spettatrice attiva e passiva dell’insieme unito dei due corpi. Un gruppo marmoreo scolpito in movimento.

Poi probabilmente avrebbe chiuso gli occhi.

Ma quella volta era andata così: davanti a sé aveva la finestra e il bagliore filtrato dalle ciglia.

<Stai giù.>

Le aveva detto solo quello. Con la voce roca e un po’ sussurrata. Il tono fermo.

Due volte glielo aveva ripetuto.

<Stai giù.>

Forse lei aveva sospirato un <sì>. Anzi, probabilmente lo aveva fatto, ma non riusciva a ricordarlo con certezza. L’unica voce che sentiva, ora come allora, era quella di Jean-Claude e quelle poche sillabe che avevano riempito, fino a straripare, il quadrato della stanza.

Avrebbe potuto non dirlo. Lei comunque sarebbe rimasta giù. Lo sapeva anche lui. Eppure per ben due volte glielo aveva intimato. Non erano parole necessarie. Eppure, senza quelle, lei non avrebbe sentito la stanza girare attorno alla sua voce. Non avrebbe sentito il calore diramarsi dal ventre e salire verso l’alto, arrivare al centro del petto, sfiorarle le labbra e le palpebre e poi conficcarlesi nella testa, come una punta acuminata, un’onda, un riverbero sempre più possente e veloce, ancora e ancora.

Poi lui d’un tratto era sgusciato fuori, proprio all’ultimo, terminando con un rantolo caldo e liquido sulla sua schiena.

A quel punto lei aveva smesso di tenere gli occhi aperti e aveva ricominciato a guardare.

Sorridendo abbastanza perchè le labbra scoprissero appena i denti.

Ancora era rimasta giù. Stavolta con le gambe stese, chiuse, dritte ed entrambe le braccia sotto il cuscino. Aveva atteso con gli occhi chiusi che Jean-Claude, in silenzio, le asciugasse la schiena dolcemente prima di potersi girare. In silenzio, perchè, ancora, nessuna parola sarebbe stata necessaria.

Si accorse che stava osservando il soffitto bianco sopra di sé, come lo schermo di un cinema su cui proiettare il proprio ricordo.

Si accorse anche che stava sorridendo, soddisfatta dal ricordo.

Si alzò di scatto. Senza indugiare, senza mollezze, senza dubbi.

S’era data un confine. Aveva deciso quale fosse per lei la discriminante, la linea sottile di divisione tra la necessità e la scelta.

Era lì racchiuso in un pugnetto di sillabe pronunciate da una voce.

Tutto il resto poteva andare avanti da sé.

Amigdala

Amigdala.

Già che si chiama così, lo capisci subito che deve essere quantomeno una stronza.

Lei, poi, si fa chiamare Signorina Amigdala. Ci tiene tantissimo che non si sbagli e la si chiami “signora”. No! Lei è “signorina”! A 40 anni è “signorina”! Che significa che è una figa di legno, acida e antipatica.

La Signorina Amigdala ha più o meno questo aspetto:

Senza, tuttavia, essere dotata della stessa simpatia della Signorina Carlo, dalla quale ha evidentemente copiato la montatura degli occhiali. Perché, oltre a essere segaligna e stizzosa, è anche parecchio cecata.

Lavora come segretaria per la Talamo S.p.a. e va da sé che il nome stesso della società la renda piccata, evocandole immagini di piaceri a lei preclusi, perché prima del matrimonio sarebbe scandaloso e offensivo per la sua integerrima moralità e, in quanto a matrimoni, pare che, in tutta franchezza, mai nessuno l’abbia invitata nemmeno a una cena. Nemmeno in pizzeria. Nemmeno al Mac. Nemmeno pagando alla romana.

Ciò nonostante, lei racconta sempre di un fantomatico amore: un pretendente che pare abbia chiesto la sua mano, ma, essendosi fatto d’un tratto eccessivamente passionale e impetuoso e avendo trasceso i comportamenti consoni a un serio corteggiamento (ai più intimi ha raccontato di come abbia tentato di succhiarle il lobo di un orecchio), lei ha dovuto necessariamente respingerlo.

La verità è che la Signorina Amigdala da anni è segretamente innamorata del cugino delle sue dirimpettaie, le sorelle Adrenalina e Dopamina, due tipette frizzanti e sveglie. Alprazolam è  il nome dell’amato (la madre, appassionata di soap opera pakistane, ha nomato i tre figli come i personaggi delle sue soap: Alprazolam, Lorazepam e Diazepam).

Alprazolam è un ragazzotto pacato, tranquillo, sereno, con qualche accenno di vaga euforia di tanto in tanto. Si mostra cortese con Amigdala, ma, in verità, la considera solo la dirimpettaia stramba (e dalle chiappe un po’ troppo secche) delle sue cugine, le quali, nascostamente, ridono di lei.

Ma Amigdala, che non si è mai data per vinta, tenta in tutti i modi di creare escamotage di incontro con Alprazolam, fosse anche solo per un breve tete a tete in ascensore.

Ha studiato all’uopo un sistema ingegnoso ma efficace: Adrenalina e Dopamina, infatti, lavorano per una società “figlia” della Talamo S.p.a.: la Ipotalamo&Neocorteccia S.r.l. ed è proprio la Signorina Amigdala, in quanto segretaria, a gestire le comunicazioni tra le due società.

Le società si occupano di gestione e somministrazione di energia elettrica et affini e la Ipotalamo&Neocorteccia, in particolare, è quella che gestisce tutti i contatti con gli utenti e le varie ramificazioni locali.

A seguito di raccomandazione di Adrenalina e Dopamina, è stato assunto, quale tecnico specializzato, in caso di guasti e disfunzioni, proprio Alprazolam.

Sicchè, la diabolica Amigdala s’è inventata il sistema di inviare alla Ipotalamo&Neocorteccia false richieste di intervento, costringendo Alprazolam, ogni volta, a passare, a seguito di nuove procedure burocratiche, proprio per la scrivania di Amigdala per ricevere le informazioni necessarie all’intervento stesso.

Così, la subdola, appena possibile, senza destare troppi sospetti, invia le sue richieste di interventi urgenti e le comunicazioni di pericoli imminenti alla società figlia, affinché Alprazolam giunga da lei. Sollevando un gran trambusto, creando polveroni inutili e immensa confusione.

Ella è, infatti, convinta in cuor suo, che alla fine Alprazolam cederà alle sue incomprensibili lusinghe e che il medesmo sia l’unico in grado di stenderla, finalmente, su un letto, serena e compiacente.

Povera Signorina Amigdala…

Povera???

Amigdala, anzi.

A Migdala…

… ma vaffanculo!

La settimana scorsa, a lezione dai mandaLini, la smandorlata d’occhi ha chiesto a ciascuno di formulare una frase in cui venisse espressa una propria aspirazione, un sogno.

Ho già pronta per l’uso la solita aspirazione: andare a vivere in America. Ormai è consunto sto sogno. Sostituisco Cina ad America e siamo tutti felici. Tanto a lei interessa la costruzione grammaticale ed il corretto uso di quel termine.

<Avere tanti soldi> <Saper parlare molto bene il cinese>, frasi da prassi… <Andare a vivere in Cina>. Ennò cazzo, Silvia m’ha fottuto la frase. Vabbè troviamo un’altra aspirazione.

Niente, non mi viene in mente niente di niente. Dai Tilla, che ci vuole?

E’ che io non ho mai avuto i Grandi Sogni, le Grandi Aspirazioni. Cioè per me sono sempre state, tipo <Non avere rotture di cazzo> <Non dover più entrare in un ospedale> e queste non vanno mica bene.

Tocca quasi a me e sto lì a frugarmi milioni di immagini nella testa che faccio scorrere velocemente. Nulla che vada bene. Mi viene in mente <Andare stasera a cena con la Baka>, ma quello è un “desiderio”, non il sogno, secondo loro. Secondo loro. Per me i sogni son questi. Se mi si chiede di immaginare qualcosa che dovrebbe accadere fra un mese io vedo solo il buio.

Non ho mai saputo guardare il futuro. Per me è come se non esistesse.

Ecco, tocca a me. Sto ancora senza un sogno. <Non mi viene in mente niente>.  Avrei potuto dire, che ne so, <andare sulla luna>, ma mica mi veniva. Avrei potuto inventare qualsiasi cosa.

Si gira Clelia, quella del “saper parlare molto bene il cinese”: <Dai, non c’è una cosa che vorresti?>. Mentre ho il cervello in fuga all’estero, sovrappensiero, rispondo <Ho già tutto>. In realtà il mio cervello ha processato la parola cosa, cioè oggetto, e io non sono mai stata interessata agli oggetti. Mi viene in mente solo una semiautomatica, una qualsiasi a scelta. Non va bene. <La distruzione del mondo? L’estinzione degli umani?>, direi di no. Poi non so come si dice “estinzione”.

Comincio a scansionare l’area con lo sguardo, in cerca di un’idea da un’immagine. Ma non è che ci siano tante cose lì: la porta, la cattedra, i banchi…

Mi viene una frase, l’unica cazzarola che m’è venuta, sticazzi la dico e ci togliamo il pensiero!

Scoppiano tutti a ridere. Pensano che sia uno scherzo della solita Tilla burlona. Bene così.

Sì, la mia più grande aspirazione, il sogno della mia vita è:

<Dipingere di rosa le pareti dell’aula>.

Aò, non ci dormo la notte eh…

Nel pomeriggio leggevo.

Sdraiata e tramortita dal caldo sul mio letto sfatto.

La prima pagina di un racconto. Solo la prima pagina.

E son scoppiata a piangere.

E’ quasi impossibile che mi accada. Non a me.

E’ un po’ come quando studiavo canto.

Si è eccessivamente concentrati sulla tecnica. Sulla perfezione del suono. Stai attento a tutti i movimenti interni del corpo: il diaframma, la gola, il palato molle, la bocca. Alla fine non ti accorgi nemmeno di cosa stai cantando. Ma si riesce a percepirsi da dentro.

Poi, quando un brano l’hai studiato fino a morirne e ti è entrato in gola, vai un po’ di default. Sempre concentrati, ma è più naturale. Ti compiaci di un bel suono, ti secchi se qualcosa non te la sei sentita perfetta. E giochi con l’interpretazione solo là dove e fin dove è possibile.

Ma l’emotività non la percepisci molto. Esce fuori, la sentono gli altri. Tutti gli altri, tranne chi canta.

Solo una volta, a lezione fortunatamente, stavo provando un’aria che avevo già studiato, cantato e ricantato, fraseggio per fraseggio e d’un tratto SBADABUM!  Sono scoppiata in lacrime disperate. Disperate.

Mi sono scusata, dicendo che non sapevo cosa mi fosse successo.

In realtà lo sapevo. L’insieme del mio dentro di quel giorno e di quel momento s’è mescolato con le parole che stavo cantando e l’eccessiva concentrazione sulla bellezza del suono hanno fatto un gran casino. Ho unito tre elementi.

Credo che oggi mi sia accaduta la stessa cosa. E so benissimo che la mescolanza di dentro e fuori è naturale, persino ovvia. Ma non per me. Non in un certo modo, quel modo che qui non posso spiegare e che implica comunque l’unione di tre elementi.

E’ come un cerchio che si chiude, perfetto.

Sta di fatto che da un certo punto in poi nella mia vita mi sono rifiutata, se non per accenni e indicazioni, di parlare di libri e di parole con chi non mi è davvero davvero intimo.

Così come mi sono rifiutata di cantare.

Ci si può assuefare a qualsiasi dolore.

Ma mai alla bellezza.

Credo che partirò prima di partire.

God save the Queen

Un giorno arriva un tizio che mi prende per mano e mi chiede di seguirlo.

Mi porta in una stanza enorme, impreziosita d’ogni sorta di gemma. In fondo c’è un trono dorato.

Il tizio mi dice: “Su su, si accomodi lì, quello è il suo trono e lei è la Regina”.

Io lo guardo scettica e timorosa: “Guardi, ci deve essere un errore: io sono un po’ una merda, non posso essere la Regina”.

Il tizio insiste: “Non c’è nessun errore. Quello è il suo posto. Si sieda prima che entri tutta la corte”.

“La corte? Ma che stai a dì? Guardi controlli bene, perchè sarà un caso di omonimia. Io sono la fallita, la deludente, quella che non vale un cazzo, sono la troia, la stronza e la stupida”.

Il tizio controlla i registri, mi fa una scansione dell’occhio.

“Nessun errore, basta storie! Si sieda e faccia la Regina!”.

Mi intimorisco e mi seggo sul trono. Penso che prima o poi se ne accorgeranno che hanno sbagliato persona.

Entra la corte.

Tutto uno stuolo di persone che si inginocchia, che rende omaggio.

Dio mio che ansia! Ma che vogliono questi da me? Ma chi cazzo sono? Non so che devo fare qua.

Chiamo il tizio, gli chiedo di avvicinarsi e gli bisbiglio nell’orecchio: “Psss, ma mo che devo fà? Che fa una Regina?”.

“Una Regina prende decisione, si assume responsabilità e impartisce ordini”.

Ma che scherziamo? Ma che davero? Ma a me sta cosa non è che mi piace tanto.

Chiamiamo Signore và, che lui mi sa consigliare. “Signore, seeeenti, qua dicono che devo fare la Regina, che devo fare?”.

“E tu falla, divertiti, gioca, però non dimenticare mai mai mai che sei una cogliona”.

“Va bene, mo me lo segno”.

E allora impartisco ordini. Tu! Fà questo e quello! E tu! Non fare quest’altro! E decido per tutti. E tutti a inginocchiarsi ed eseguire.

Penso: “Minchia, questi davvero ci credono! Davvero pensano che io sia la Regina”.

Ogni tanto arriva un riottoso che urla: “Tu! Tu non sei la mia Regina, io non riconosco la tua autorità, non eseguirò i tuoi ordini!”.

Allora io mi alzo in piedi e lo fisso: “Ah davvero? Guardami negli occhi. Davvero pensi che io non sia la tua Regina?”.

E quello crolla in ginocchio, come tutti gli altri.

Cazzo! Funziona! Ma tu guarda… funziona davvero!

E così passano i giorni. E passano gli anni.

E io mi annoio sempre di più. Tutti i cavalieri e i cortigiani e le guardie e l’esercito e i consiglieri e le cortigiane invidiose, e che palle! Non si sta mai in pace qui dentro. Non si può fare una passeggiatina senza che ti sbuchi qualcuno da una siepe implorando qualcosa. E no eh!

Ma ogni tanto rileggo l’appunto: “Ricordati che sei una cogliona!”.

Poi penso che, in fondo, se io sono la Regina posso ordinare qualsiasi cosa e tutti devono eseguire. Uhmmm.

Allora un giorno entro nella sala del trono, raduno la corte e leggo il nuovo editto: “Cari sudditi, vi ordino di andare tutti fuori dalle palle e vi ordino altresì di cercarvi una nuova Regina. Il trono però me lo tengo perchè è comodo. E adesso fuori!”.

Tutti sono un po’ interdetti, si guardano, non capiscono bene. Qualcuno urla: “No! Tu ci hai detto d’essere la nostra Regina, adesso non puoi smettere d’esserlo!”.

Ma io rispondo: “Io non vi ho mai detto un piffero, siete voi che avete voluto credere in ciò che più vi piaceva credere. Voi avete creduto in quello che desideravate, in quello che voi volevate”.

E piano piano, borbottando incazzati, tutti se ne vanno.

Rimango sola nella sala. Mi tolgo le scarpe d’oro, la corona e butto lo scettro. Mi siedo di traverso sul trono, apro un libro e comincio a leggere nel più totale silenzio.

Adesso sì.

Ora sì che sono davvero la Regina.

Nord

Lei cammina.

I tronchi argentati delle betulle riflettono la luce della notte e l’accompagnano come fantasmi, alti fino al cielo.

Suo fratello, da lontano, le chiede se non vuole che l’accompagni.

– No, qui non ho paura di niente –

Lei cammina.

A piedi nudi sul piccolo sentiero poco battuto. A piedi nudi perchè sotto di lei, sotto le betulle, sotto quel cielo, è pieno di mirtilli. E lei ha pensato – Se proprio devo schiacciarli, saremo in due a sentirlo. Ci sentiremo entrambi, ci feriremo entrambi –

E’ freddo. Se lo sente sul viso, sulle mani, tra i capelli. Ma il profumo silenzioso di quelle betulle,  le si insinua tra i respiri, le sfiora la pelle, come mani gentili che l’accarezzano scaldandola.

Pensa d’esser morta, d’essere anche lei un fantasma che cammina tra i fantasmi. E quella luce della notte senza notte, cancella i colori, ma lascia tutte le sfumature di grigio possibili.

Lei cammina.

E pensa – Forse sono morta -.

Ma sotto i piedi sente qualcosa di pungente e doloroso e sente qualcosa di liquido e appiccicoso e pensa che sia il sangue versato per lei e che, forse, un po’ del suo sangue stia ricambiando quel sacrificio.

S’avvicina a una betulla e l’abbraccia, le poggia il viso sulla corteccia luminosa, ne aspira il profumo e le sussurra – Non mi abbandonare mai, ti prego – e in pegno le dona una lacrima.

Lei cammina.

Arriva alla piccola sauna di legno da cui si sprigiona più forte l’aroma intenso dei tronchi.

E, poi, davanti al lago.

Acqua gelida e buia.  Quell’acqua è l’unico buio davvero buio lì.

Lei pensa – Forse non sarò mai più felice come ora. Forse qui non sarò mai più sola. Forse sono davvero morta –

E lascia che quell’acqua gelida e buia l’accolga dolcemente e quando, alla fine, vi immerge completamente il volto, lei pensa.

Lei pensa – No, non sarò mai più viva di così  –