Per tre euro penso di aver fatto un grande affare!

Voglio essere sepolta indossandolo acceso, a (im)peritura memoria del profondo significato della mia esistenza.

Difficile trovare un oggetto che rappresenti meglio la mia essenza.

Annunci

IMG_0491

Dead girl there will never be another one that dreams like you

Dead girl there will never be another one that screams like you

  IMG_0490

It’s just the echo of the blood in your head

Lenta si morde l’aria,  ferma alla mescita del buio sfuso. Un tot a sospiro.

 

Aspetto i no sull’uscio del mattino per scolarli d’un fiato a notte fonda.

 

E poi rompere il bicchiere.

Indugio spesso la notte, con gli occhi sul soffitto buio e la proiezione in rosso dell’ora dalla sveglia regolata sempre in modo errato, sì, indugio spesso, quanto più possibile, in pensieri quanto mai inutili e grotteschi.

Ove poi mi riesca di unire ambedue gli aggettivi, l’ipotesi di un sonno sereno si approssima al certo.

E’ così che nella notte mi sono ricordata, senza un vero filo logico o alcun apparente collegamento, d’essere proprietaria di ettari di boschi.

Sentite come suona bene? <Posseggo ettari di bosco.>

Lo dimentico costantemente. Non fosse per la mia commercialista, quella con la voce roca, che si gioca tutto ai casinò in Slovenia, anche se lei non sa che io so. Ma io so. Sempre. Tutto.

Ettari di bosco.

Boschi…

Vestita come un gentiluomo di campagna, con un comodo completo in tweed, farei un ampio gesto con il braccio, la mano morbida, a indicare costoni di montagna, speroni verdi e sommità dolci. <Vedete? Fin dove arriva il guardo, è tutto mio. Quelli sono i miei boschi.> Sorrisetto accennato eppur fiero.

O forse sarebbe meglio usare un bastone da passeggio? Indicare in aria, come su una mappa geografica, l’ampiezza del possedimento? Con aria boriosa e quel tocco di prosopopea che in taluni casi è di maniera.

Oppure potrei lasciarmi passeggiare computamente seduta in un calessino su quella strada tortuosa che s’arrampica ostinata e tenace. Guantini bianchi. Cappellino piumato. <Granduchessa Tilla, che meraviglia questi boschi!> <Mio caro Visconte de’ Stocazzo, quei boschi appartengono da gIUenerazioni alla mia famiglia.> <Oh! Ma allora non possedete solo il giardino e il frutteto?> <Visconte! La mia famiglia è stata la più ricca del contado! Ah! Se vi sentisse il mio trisavolo, tosto vi infilzerebbe con la sua scIUabola!><Perdonatemi Granduchessa, mi inginocchio contrito per l’imperdonabile mia stoltezza. Che scIUocco!>

Uhm.

Mimetica, elmetto con le frasche sopra, grasso nero sotto gli occhi, anfibi. <Sergente Tilla! Dov’è l’addestramento segreto di questo mese?> <Tieni. Queste sono le coordinate. Dopo aver letto, falle sparire, ingoia il biglietto se serve.> <Longitud…. latit… Sergente! Queste sono le coordinate dei suoi boschi!> <Bravo soldato semplice Sminkiuzz! Hai studiato la zona, bravo!>

Su un furgoncino Volkswagen, verde acido, con grandi fiori disegnati. Jeans a zampa, capelli lunghi, fascetta sulla fronte. <Perchè, cioè, la poetica di Allen, cazzo…> <Cioè, cazzo, Tilla, ma dove stiamo andando?> <Eddai, cioè, la meditazione no? Cioè insieme alla lettura ultracorporea di gruppo di Burroughs. I boschi, no? Cioè?> <Ah già, cazzo, che tu sei quella che cià i boschi!> <Ciò i boschi, sì, cioè!>

In una vecchia casetta che si regge su due zampe di gallina, senza alcuna porta visibile, indossando un mantello con cappuccio nero. Due bambini si tengono per mano, occhi sgranati, gambe tremanti. <Ci siamo persi! E ora come facciamo?> <Guarda! C’è una casetta laggiù, tra gli alberi. Andiamo a bussare, qualcuno ci aiuterà, ci indicherà la strada.> <No! Fermo! Non andare! E’ pericoloso!> <Ma che dici?> <Non lo sai? Questi sono i boschi della Strega Tilla! Allontaniamoci dalla casa!> <La Strega Tilla! Quella dei boschi! Andiamo via!>

Boschi…

Ettari…

Che cazzo me ne faccio di ‘sti boschi???

Mah.

Boh.

Amore in tecia

Oh, mio gnocco di patate, senti com’è morbido il mio gulasch?

E’ che ho la paprica dolce.

Fammi leccare i tuoi canederli, ti lascio assaggiare la mia jota.

Mi si sono induriti i cevapcici.

E tu cos’hai lì? E’ orzotto?

Lo so lo so: tu sei un pinolo e io sono un po’ strudel.

Ma solo tu sai darmi una vera frastagliata del Kaiser.

Con tutto il mio kren.

La tua porzina.

M’è venuta la curiosità di andare a leggere vecchie pagine. Di solito evito. E’ sempre un discreto dolore andarmi a rileggere.

Ecco cosa scrivevo il 3 gennaio 2009.

 

E’ vero. Non so centellinare.

Addento in un sorso. Ma poi trattengo.

Spezzo l’amore in due.

Lo fermo. Un’immagine immobile.

Impedisco qualsiasi movimento. Niente più tempo, niente più umanità.

Impedisco la sua spontanea evoluzione. L’incognita dei desideri.

Lo uso.

Uso me e il mio amore. E sento.

Dolore che si assottiglia e diventa tagliente. Lo affilo e me lo conficco nella gola.

Dolore di un sorriso che mi morde con la sua assenza.

Mi privo della bellezza per il piacere di rimpiangerla.

Con la presunzione di nutrirmi di me, di succhiarmi fino al midollo.

E nel leggere parole che vorrei mie, per me, nella loro esattezza, solo per me, non so se preferire il dubbio che lo siano alla certezza del loro non esserlo.

Su *Tilla* fammi male.

Indossa gli occhi grigi e fammi male.

 

Il problema è che io non ho la più pallida idea di che minchia stia parlando in questo scritto. Di chi saranno ste fantomatiche “parole”? Di quale amore vado farneticando? Boh!

Perché a rileggermi tutti i giorni antecedenti e successivi non v’è traccia da ricondurre a qualcuno. E anche ricordando il periodo, gennaio 2009, io proprio non rammento grandi amori. Anzi. Era un momento di grande “allegria”, con un ampio via vai di gente…

Poi io avevo il mio blog, ma non leggevo altre persone, ero linkata in un sito e mi occupavo solo di quello.

L’unico dubbio che mi viene è che si trattasse del Supremo Non Cagante della mia vita. In fondo il blog l’avevo aperto tendenzialmente per lui.

Però, boh… non mi convince. Troppo poco perché fosse lui.

Mah. Vallo a sapere.

Andrò a letto con questo dubbio tremendo.

Ci dormirò stanotte?

 

Inserisci qui la minchia

Caracollo sul pallore lattiginoso sbucciandomi l’angolo sinistro della dura madre.

Rido nel blu elettrico. Il treno della bellezza mi ha investito la faccia.

Oh, what a tangled web I weave.

Ci ho lasciato la pelle sul molo. Audace. Non sarò troppo nuda?

Aspettami, mi hai detto. Volevi vestirmi di un nuovo pentacolo rosa shocking?

Ho preferito scambiare due parole con la Dama Bianca: mi ha consigliato di schiantarmi contro il tuo muro. Dice che la pietra ravviva.

Ho scosso la testa seminando germogli di neon per nuove culture elettroniche.

Non penso, le ho detto. Ho un fantomatico progetto per abolire tutte le desuete cadenze in fine di frase ed instaurare un regime di attese frustrate.

E anche James conveniva sulla scelta di spuntarmi le ginocchia. E’ cosa fatta ormai, mi ha detto.

Per questo seguo il suo suggerimento di balzarti in bocca come un pesce fuor d’acqua.

Buongiorno amore mio. Ti amo.

E ora levati dal cazzo.

Anni fa conobbi bene una Signora del Nord, molto molto Signora. Donna, imprenditrice, splendida, colta da far arrossire, raffinata e sorridente. Niente marito, niente figli.

Avevo poco più di 30 anni e lei aveva superato i 50. La nostra conoscenza s’era resa possibile grazie o a causa o nonostante la comunanza ad entrambe di un uomo. Un imprenditore romano, uno spocchioso e saccente intellettuale, bruttino ma straordinariamente affascinante. Amante di entrambe. O meglio, l’incontro di qualche serata per me, e un amico di lunga data ed amante per lei.

Mi avvicinò lei ad una cena qui a Roma, dicendomi che la conoscenza comune le aveva parlato molto bene di me e con un certo affetto, circostanza che si verificava di rado e che, pertanto, era curiosa di scambiare qualche chiacchiera di persona con me.

Non colsi alcun tono malizioso in quel desiderio. Ed, anzi, percepii in maniera netta lo straordinario fascino che la Signora riusciva ad emanare e di cui ebbi, poi, confermata certezza nel tempo. Non capita mai che io mi senta in soggezione dinanzi a qualcuno, di persona. Può essere persino piacevole.

Parlammo a lungo quella sera, fino a notte inoltrata.

Ci rivedemmo più volte al Nord, nella sua città, dove avrei dovuto originariamente essere sua ospite, ma dove, in realtà, condivisi  letto e  casa del suo più caro amico: il fiorentino che poi mi chiederà, più avanti nel tempo, di sposarlo.

La Signora non parlava mai a caso o a sproposito, sebbene parlasse molto. La mia mente annotava alcune sue frasi e considerazioni, evidenziandole e catalogandole come “importanti e da ricordare”. E negli anni molte di quelle considerazioni che inizialmente m’erano parse troppo nette, troppo forti, troppo qualcosa, mi si sono rivelate nella loro straordinaria portata. “Non si può far contenti tutti, qualcuno lo devi per forza scontentare”, mi diceva, causa la mia tendenza a voler assecondare. Mi invitava a scegliere con lei chi scontentare e farmene subito una ragione delle eventuali spiacevoli conseguenze. Uno sticazzi all’impronta insomma.

Della Signora io ricordo perfettamente ogni cosa. Il vino preferito, il colore preferito, le sue sigarette, il colore del divano, il modo di tagliare il filetto, i racconti della sua vita, i suoi luoghi preferiti, il suo stilista preferito, i suoi libri e tutte le sue abitudini. Tutto tutto tutto.

Un giorno mi disse che lei non telefonava mai all’uomo tramite il quale ci eravamo conosciute. Da anni non lo chiamava. “Eppure vi sentite spesso al telefono”, non capivo. “Sì, ma solo se telefona lui, io ho smesso di telefonargli già da molto”. Le chiesi le ragioni di questa modalità comunicativa. “Una volta, appena conosciuti, mi ha risposto al telefono con aria seccata e in modo brusco e poco educato mi ha detto che era impegnato e mi ha invitata a richiamarlo più tardi. Io gli ho risposto che in tal caso io non lo avrei mai più chiamato”. E così aveva fatto. Io pensai che fosse una reazione esagerata, che forse a seguito delle scuse ricevute sarebbe stato legittimo ed opportuno trascendere dall’intenzione iniziale. Lei sorridendo mi rispose: “Mia cara, per ottenere il dovuto rispetto da alcuni uomini, sempre che sia ciò che realmente si desidera, non si deve concedere nulla in più del rimanere immobili dal momento in cui hanno perso qualcosa di te”.

Cazzo se aveva ragione Signora.

Uggia diffusa, l’ho sentita.

Quasi armonica nella sua discromia vagamente cinerina, con tutte quelle cornacchie gracchianti.

Per quanto io apprezzi certi cieli, è difficile sostenere il peso del plumbeo sparso tra le voci del mio quotidiano. Oggi era così: plumbeo ovunque.

Quando accade vado a cercarmi l’unico sole che, come sembrerebbe, io sia realmente in grado di tollerare ed amare: quello dei deserti e dei canyon americani. Perchè non sono mai stata un tipo “da sole”, sono sempre fuggita in Nord Europa apposta. Finchè.

Socchiudo gli occhi, come se davvero ci fosse quella luce straordinaria a penetrarmi le pupille. E’ una violenza così dolce.

Scelgo un posto.

Canyon de Chelly.  Il rosso dell’Arizona. Navajo Nation.

Caldo, sole che scotta, brucia. Te ne accorgi solo dopo un po’: l’aria è così asciutta che sembra possa infilartisi sottile tra immaginarie righe della pelle.

Cammino su un viottolo che scende. Profumo di piante: la salvia, the sage, e quella specie di pinetto basso, con le bacche, odore resinoso. Ogni tanto stacco una foglietta e la strofino tra le mani, qualsiasi cosa sia, poi mi annuso le dita. Il verde è leggermente spento, ma in basso, nel canyon, riprende colore. C’è il fiume.

Silenzio. Rapaci in cielo, in alto, volano in circolo. Cammino su lastroni di pietra ovale. Levigati. Di fronte a me c’è la White House, il pueblo Anasazi. Intagliato, quasi sospeso a metà, nella roccia. Ma che fatica devono aver fatto per costruirlo? E che fatica ogni volta per scendere e risalire e prendere l’acqua e portarla su. Quanta fatica?

Al centro del canyon è la Spider Rock. La roccia sacra, alta, snella. Torri o guglie lasciate lì a testimonianza di qualcosa.

Il tempo è immobile. Fermo. Si sospende anche l’anima. Anch’essa ferma.

Risalgo. C’è un Nativo che, seduto a terra, dipinge lastre di roccia di diverse dimensioni. Paesaggi indiani. Ne compro uno, una scheggia di roccia non troppo grande da portare via con me. Di lato, seduta con le gambe penzoloni nel vuoto, c’è una ragazzina. Guarda il canyon davanti a sé, ha le cuffiette alle orecchie. Indossa un vestitino bianco, candido e leggero. Solo a guardarla, così, con il vuoto che sembra inghiottirla, mi sento male. Ma io soffro di vertigini. Lei invece è una Nativa, per lei è naturale. E’ così naturale che non distoglie mai lo sguardo dall’orizzonte dinanzi a sé. Il vento che sale ogni tanto dal canyon le fa sbuffare un po’ il vestito. E’ così delicata e leggera che sembra solo disegnata. Come le pietre di suo padre.

E’ ora di tornare.

Mi sento gli occhi più tagliati. I lineamenti del viso più duri.

No, io non torno. Che torno a fare?

Le linee di una vita si intersecano tra loro, spesso, anche più di quanto si sia consapevoli, in un punto d’incrocio che, quasi come certi misteri svelati, indica una nuova visione, una rilettura del sé o anche solo un frammento di ricordo che era andato smarrito.

Tendo a dimenticare. Con grande facilità. E’ un meccanismo che la mia mente ha imparato coscienziosamente per ripararsi da un intenso vissuto che, nella mescolanza di brutto e bello, rischierebbe, altrimenti, di far andare in corto circuito il mio impianto elettrico per il quale pago bollette salatissime.

Di più. Seleziono inconsciamente. Il bello resta, talvolta sfumato e lontano. Il brutto finisce nello scolo fognario e rimane solo come traccia di un’esperienza. Come regola, principio o elemento noto. Se un odore già l’ho sentito, poi lo riconosco.

Poi succede che le persone ti leggano a strati, come un millefoglie, spesso fermandosi alla superficie. E va bene anche così. Non rendendosi conto delle intersezioni e di tutte quelle linee che talvolta si estendono al di fuori dei contorni per arrivare ad oltrepassare i confini altrui. Meglio così, credo.

Di rado mi racconto personalmente. Mi annoio. Conosco già tutte le mie storie. Però può capitare che un dettaglio mi riporti alla mente qualcosa, che può avere una funzione esemplificativa e allora racconto. Sovente chi davvero ascolta, nel tempo, mi dice: “Ma quante cose hai fatto tu???”. Allora mi accorgo di aver raccontato troppo. Perchè non desidero avere testimoni globali. Preferisco frammentarmi la conoscenza ed evitarmi il senso di una linea temporale.

Così un paio di giorni fa, mentre sul divano verde raccontavo qualcosa che già non ricordo più, una linea si è intersecata con un’altra in un punto che mi ha ricordato una canzone.

E quella canzone mi ha, a sua volta, ricordato tutto un periodo della mia vita che ora mi sembra lontanissimo. Tanto che faccio una confusione tremenda con i tempi e gli eventi. Perchè, ormai ho capito, un mese della mia vita vale almeno tanto quanto un anno per molte persone. Quasi come per i cani.

Quella canzone non la ascoltavo da anni e anni. Più di dieci sicuramente. Perchè il mio cervello, al fine di dimenticare qualcosa, s’era annotato: “Non ascoltare quella canzone”. E il meccanismo ha funzionato talmente bene che io non ho idea di cosa non dovessi ricordarmi. Il caso concreto mi è del tutto ignoto, ma la sensazione nel riascoltarla è stata pungente.

E di nuovo una linea si è intersecata con un’altra linea in un nuovo punto. La sensazione di allora è diventata sensazione di oggi per altri motivi. Per un nuovo caso concreto. Sì, forse sarebbe meglio io non la ascoltassi proprio più sta canzone. Meglio mescolare le carte in tavola, giocare a “carta vince carta perde” e ingannare l’occhio sui casi concreti e sulle sensazioni.

Così restano a portata di sguardo solo gli strati superiori e le conclusioni sempliciotte.

La canzone è questa:

E nel periodo in cui ancora la ascoltavo con gioia ero così:

io

Segmento i momenti.

Suddivido porzioni di realtà in istanti che aprono varchi su dimensioni ultronee. Pregio e difetto di una mente vagamente maciullata dalla moltitudine di oggetti, sostanze e percezioni.

E’ analisi di un frammento. Non l’elegia che volevo e che sarà. Un giorno.

Fase 1.  Mentre parli a 200.000 parole al secondo in un contesto incasinato con altre persone sedute allo stesso tavolo che interagiscono istantanee e persone sedute ad altri tavoli in una confusione da isolare e ti muovi con la medesima velocità, ti guardo. Perchè sei velocissimo, ma riesco a seguirti con grande agio e, anzi, la tua velocità mi è comoda da morire. E’ la mia. Formuli pensieri espressi con foga frizzante in una briciola di tempo stretto e con le mani prendi qualcosa, la guardi, ne parli, la commenti e nello stesso istante te la cacci in bocca intera.

Cerco di fermarti, quasi prendendotela dalle mani, non faccio in tempo, la vedo ormai nella tua bocca che serra la mandibola ed esclamo: “No! Porcodd…!”.

Stop! L’immagine è ferma in quell’istante: tu che porti la mano alla bocca, io che protendo la mia e il bestemmione. Gli altri che spalancano gli occhi, io con le labbra schiuse che esclamo e tu che appena appena volti uno sguardo socchiuso per capire. E’ Tarantiniano.  E’ buffo, è velocissimo, è nel mezzo di discorsi a cazzo tra l’importanza e il nulla. Potrei orgasmarmi.

Fase 2.  Ti avvicino una mano alla bocca e ti dico: “Sputa!”.

Stavolta lo “stop!” è nel mio pensiero. Un istante dopo. Che nella mia mente è già la visione di un flashback. Pensiero: “Tilla stai chiedendo ad una persona di sputarti del cibo sulla mano. E’ una persona che non ti è intima e dubito anche lo faresti con una persona intima. Che cazzo stai a fa’ e perchè?”. Risposta velocissima: istinto di protezione. Perchè? Analisi da rimandarsi ad altro momento.

Fase 3. Col cazzo che mi ascolti, come se nessuno stesse parlando (testardo, ostinato), e invece pronunci una frase. Secca e semplice. Bellissima. No no, non c’entro un cazzo io con quella frase. Ma con la bellezza sì, sempre e per sempre.

Pensiero in loop della frase, che nella mia testa diventa questa: “Trasformare un errore in bellezza”. E da lì partenza in pompa magna del megapippone mentale sulla trasformazione dell’errore in bellezza. Un megapippone alla Marco, per intenderci sulla tipologia. Roba da ricovero coatto. Per tutto il resto della notte.

Mentre il cazzeggio alcolico si spinge fino all’alba e il mio turpiloquio inneggia al brindisi a Stocazzo, mentre tra risa senza freno mi infittisco nell’adorazione estatica della concretezza (la tua, la mia, la nostra, quella del vivere), mentre apro fasi falsamente drammatiche (perchè oggettivamente non me ne fotte una minchia, ma pretendo la concentrazione su una cazzata per mero capriccio), mentre guardo sorridente l’emozione del momento che mi riguarda solo di rimando, in realtà il mio pensiero si ripete incessante sulle modalità di trasformazione dell’errore in bellezza.

Una cojona. Sì, lo so. Anche vagamente scema. Sì, lo so.

Ma quanto cazzo sono bella!

Anche con questa nausea post-alcolica.