Non m’inganni: questa è una notte d’estate.

Si rivela, sinuosa e suadente, fare capolino in un lieve fremito di narici, dilatarsi nelle pupille, espandersi nel respiro.

L’eco muta di un sasso lanciato sull’acqua, un riverbero crescente di onde, un rametto d’edera avvinghiato alla gola, una scintilla pizzicata sulla pelle.

Dovrei forse deformarmi l’anima e mettere a tacere la sua voce invitante?

Potrei mai rinunciare a un accenno di tentazione?

Piuttosto do fuoco a Roma.

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E mentre parlavo al telefono con un  tizio (n.d.r. con cui ci sto provando invano) che mi chiedeva se davvero tutti i miei ex e l’attuale fiancé sono più giovani di me e io specificavo e riepilogavo velocemente età, anni, periodi ecc. ecc., mi è tornata alla mente una domanda che, di tanto in tanto, mi affiora, per poi fuggire, vanificata da uno sticazzi fulmineo.

Ma perchè costoro son stati (o stanno) con me?

Voglio dire, passi per gli amanti, che insomma, riesco anche a capirlo di più. E del resto, sempre nella stessa sera, mi son presa della milf nel maldestro tentativo di un complimento da parte di un neanche troppo giovine.

Ma perchè stare anni con una donna  più grande?

Io ho alcuni vantaggi, che non sono solo quelli legati all’aspetto fisico, ma anche quelli più “previdenziali” connessi alla circostanza che mi sto precostituendo una serie di futuri badanti, grazie anche alle mie ribadite promesse relative a un non meglio specificato testamento.

Ma loro?

Ci ho pensato e son giunta alla conclusione che sono dei disagiati.

Probabilmente anche influenzata dalla recente visita del mio fiancé, che è indubbiamente un disagiato.

E’ chiaro: hanno dei problemi, mi son detta. Cioè, basta guardare un attimo il fiancé per farsi un’idea al riguardo: sta fuori come un terrazzo con vista panoramica.

Ogni volta che apro gli occhi la mattina e me lo trovo già sveglio che mi fissa in quel modo lì, penso, anche con una certa piacevolezza, che prima o poi arriverà la mattina in cui non ci sarà un mio risveglio.

Poi ho fatto mente locale per analizzare i comportamenti degli ex dopo la fine della relazione, visto che siamo tutti una grande famiglia. Dopo di me hanno tutti avuto altre storie, “normali”, “regolamentari”, peraltro sempre co ste fighe pazzesche.  E  allora non mi torna qualcosa…

Mah.

In merito a questo dubbio, comunque, sento in me un’eco lontana farsi prossima, come un suggerimento che giunge da dimensioni ancestrali.

…aaazziii…. aaazziii….

Vabbè, mi faccio un caffè.

“Sto imparando a ri-tarare il concetto di strano con te”.

La posta del quore di Tilla

Approfittando delle numerose mail che mi giungono dai quori affranti della blogosphere, inauguro oggi questa deliziosa rubrica all’interno della quale, son certa, ognun potrà trovare rapido conforto e pronta soluzione per tutti i problemi.

Ove qualcuno desiderasse ricevere consigli e pareri, l’indirizzo mail per la rubrica è tilladurieux@gmail.com. Pregasi specificare nell’oggetto della mail “Posta del quore di Tilla”. Le mail di rompicoglioni non saranno prese in considerazione. Quelle di giovani fisicati sono sempre ben accette, soprattutto per eventuali inviti a cena (e dopo cena).

Cara Tilla,

ti scrivo perchè non so proprio più cosa fare con la mia ragazza: ogni sera, quando torno stanco dal lavoro, attacca dei pipponi lunghissimi su problemi inconsistenti (ad esempio la marca sbagliata della spugnetta per il cesso) e dopo un po’ , colta da isteria, comincia a insultarmi pesantemente, salvo poi avere crisi di pianto in cui mi accusa di non volerle abbastanza bene. Naturalmente tutto ciò ha pesantemente influito sulla sfera sessuale… Aiutami Tilla! Cosa devo fare???

HomoSfrantus88

Caro HomoSfrantus88,

non preoccuparti: il tuo problema può essere risolto velocemente e senza turbamenti. In primo luogo fatti prescrivere da un medico una qualsiasi benzodiazepina per problemi d’ansia, ma, mi raccomando, che sia in compresse e non in gocce! Poi la sera, dosandola a seconda delle esigenze, frantumi la compressa e la riduci in polvere, la schiaffi dentro un beveraggio da propinare alla tua ragazza. I tempi di reazione sono diversi, ma già dopo mezz’oretta dovresti notare una certa placidità. Io ho sempre usato questo metodo con i miei fidanzelli per potermi guardare film senza avere rotture di palle. Solo uno una volta mi è andato in shock anafilattico, ma non è morto, e l’ho convinto di aver avuto un’improvvisa allergia alle fragole. Per quanto riguarda la sfera sessuale, invece, non so… hai proprio bisogno che sia sveglia?

Cara Tilla,

mi trovo in una situazione di grande dubbio interiore: il mio fidanzato, con cui sto benissimo per tutto il resto, è cattolico, mentre io sono atea. Lui sostiene che questa differenza crea una distanza insormontabile tra di noi e che per uno suo profondo bisogno spirituale io dovrei avvicinarmi alla sua fede e condividere con lui il suo credo. Io lo amo e non voglio deluderlo, cosa dovrei fare secondo te?

PiccolaGabbianellaInCercaDelCaloreDiUnaManoAmicaEDiUnSorrisoEAncheUnoSguardoDolceEcc.Ecc.

Cara PiccolaGabbianellaInCercaDelCaloreDiUnaManoAmicaEDiUnSorrisoEAncheUnoSguardoDolceEcc.Ecc.,

i bisogni spirituali sono fondamentali in un individuo e non vanno mai sottovalutati. Quindi io ti consiglio di avvicinarti alla sua religione e di farlo in maniera ferrea, perchè, come gli dirai, tu le cose o le fai per bene o non le fai per niente! Dovrai, quindi, immediatamente escludere tutti i rapporti sessuali completi (sodomia compresa, non prendiamoci per il culo). Sarà altresì escluso l’onanismo maschile, perchè il seme non deve andar disperso. Sì alla masturbazione purchè incompleta! Del resto un teasing and denial non si rifiuta a nessuno. Le donne, invece, non producono seme, ergo… Inoltre, giacchè il comandamento recita di non desiderare la donna altrui, lui dovrà esserti fedele anche con il pensiero e, onde evitare qualsiasi rischio, consiglierei l’uso di una bella CB. Sono certa che così  il suo bisogno spirituale sarà pienamente soddisfatto e, d’altronde, cosa non si fa per amore?

L’ineluttabile

Non aveva alcuna intenzione di alzarsi.

L’affacciarsi appannato alla mente di uno stato di necessità o di quel bisogno derivato, affatto genuino, di un insieme di atti da dover compiere, la disturbava.

In fondo – si domandava – cosa potrebbe essere definito realmente necessario? Quali le necessità rilevanti, preponderanti? Sto respirando e lo faccio senza nemmeno dovermi prendere la briga di pensarlo.

Perseguiva il suo scopo di adagiarsi molle, compiacendosi del tatto casuale sui capelli aggrovigliati, scomposti; della sensazione vagamente umida sotto le ascelle, tra le gambe; dei propri occhi socchiusi, lenti, intorpiditi.

Anche i lievi movimenti delle labbra, il deglutire della lingua, quel contrarsi impercettibile della gola, tutto era proteso a una identificazione del proprio corpo come un piacevole automatismo: nessuna implicazione con la volontà, nulla da dover pensare.

Il sangue mi scorre nelle vene – si diceva – anche se io non lo sto pensando.

E se decidesse di smettere di camminarmi dentro – proseguiva – nessun atto di volontà gli impedirebbe di farlo.

L’ineluttabile la trastullava, quietandole l’abbozzato impulso a un non identificabile dovere.

L’ineluttabile, in qualche modo, la condusse a Jean-Claude, all’ultima volta in cui era stato lì, in quella stessa stanza.

Si rivide schiacciata su quel letto, con il seno e le spalle premuti contro il materasso. Un braccio piegato, sotto un cuscino. L’altro steso, in orizzontale, lungo il letto. Come una croce sbilenca, mozzata. Il palmo della mano, abbandonato sul lenzuolo, con l’indice a sfiorare, in punta, l’angolo dell’altro cuscino. Il ventre e le natiche sollevate, non troppo, sulle ginocchia che stentavano a mantenersi salde. Jean-Claude, dietro di lei, premeva il bacino contro il suo candore morbido. Affondava a più riprese, aumentando il ritmo e l’intensità, afferrandola per i fianchi.

Sentiva l’irrigidirsi di quel corpo alle sue spalle come diretta conseguenza del contrarsi dei muscoli delle sue gambe. O forse era il contrario? Difficile distinguere movimenti e impulsi l’uno dall’altro.

Aveva il volto girato da un lato, anch’esso schiacciato sul materasso. Il cuscino le sfiorava i capelli. Guardava verso la finestra. No. Non è vero. Aveva gli occhi appena aperti, ma non guardava. Non guardava nulla. Le entrava solo un velo, una linea di luce, che deformava gli oggetti, la stanza, tutto ciò che si affacciava nel suo campo visivo casualmente, senza averlo deciso.

Anche la bocca era appena socchiusa, forse la apriva ogni tanto un po’ di più. Sentiva il proprio respiro scivolare parallelo al letto, trasformarsi in piccolo gemito appena sulle labbra e poi ricadere sulle lenzuola.

Se avesse avuto il viso girato dall’altro lato, verso l’armadio, allora avrebbe potuto vedere riflesso nel vetro rosso il corpo bellissimo di Jean-Claude che la possedeva. Avrebbe visto le sue braccia  e i suoi muscoli contrarsi, assieme alle natiche. L’avrebbe visto reclinare appena un po’ indietro la testa, in alcuni momenti. Allora sì, avrebbe proprio guardato, così come era accaduto altre volte. L’avrebbe fatto compiacendosi dello spettacolo di sé, schiacciata a metà su quel letto, come una conseguenza ritmica di una volontà altrui. Sarebbe stata spettatrice attiva e passiva dell’insieme unito dei due corpi. Un gruppo marmoreo scolpito in movimento.

Poi probabilmente avrebbe chiuso gli occhi.

Ma quella volta era andata così: davanti a sé aveva la finestra e il bagliore filtrato dalle ciglia.

<Stai giù.>

Le aveva detto solo quello. Con la voce roca e un po’ sussurrata. Il tono fermo.

Due volte glielo aveva ripetuto.

<Stai giù.>

Forse lei aveva sospirato un <sì>. Anzi, probabilmente lo aveva fatto, ma non riusciva a ricordarlo con certezza. L’unica voce che sentiva, ora come allora, era quella di Jean-Claude e quelle poche sillabe che avevano riempito, fino a straripare, il quadrato della stanza.

Avrebbe potuto non dirlo. Lei comunque sarebbe rimasta giù. Lo sapeva anche lui. Eppure per ben due volte glielo aveva intimato. Non erano parole necessarie. Eppure, senza quelle, lei non avrebbe sentito la stanza girare attorno alla sua voce. Non avrebbe sentito il calore diramarsi dal ventre e salire verso l’alto, arrivare al centro del petto, sfiorarle le labbra e le palpebre e poi conficcarlesi nella testa, come una punta acuminata, un’onda, un riverbero sempre più possente e veloce, ancora e ancora.

Poi lui d’un tratto era sgusciato fuori, proprio all’ultimo, terminando con un rantolo caldo e liquido sulla sua schiena.

A quel punto lei aveva smesso di tenere gli occhi aperti e aveva ricominciato a guardare.

Sorridendo abbastanza perchè le labbra scoprissero appena i denti.

Ancora era rimasta giù. Stavolta con le gambe stese, chiuse, dritte ed entrambe le braccia sotto il cuscino. Aveva atteso con gli occhi chiusi che Jean-Claude, in silenzio, le asciugasse la schiena dolcemente prima di potersi girare. In silenzio, perchè, ancora, nessuna parola sarebbe stata necessaria.

Si accorse che stava osservando il soffitto bianco sopra di sé, come lo schermo di un cinema su cui proiettare il proprio ricordo.

Si accorse anche che stava sorridendo, soddisfatta dal ricordo.

Si alzò di scatto. Senza indugiare, senza mollezze, senza dubbi.

S’era data un confine. Aveva deciso quale fosse per lei la discriminante, la linea sottile di divisione tra la necessità e la scelta.

Era lì racchiuso in un pugnetto di sillabe pronunciate da una voce.

Tutto il resto poteva andare avanti da sé.

Amore in tecia

Oh, mio gnocco di patate, senti com’è morbido il mio gulasch?

E’ che ho la paprica dolce.

Fammi leccare i tuoi canederli, ti lascio assaggiare la mia jota.

Mi si sono induriti i cevapcici.

E tu cos’hai lì? E’ orzotto?

Lo so lo so: tu sei un pinolo e io sono un po’ strudel.

Ma solo tu sai darmi una vera frastagliata del Kaiser.

Con tutto il mio kren.

La tua porzina.

Te lo ricordi perchè ad un certo punto non ci siamo più sentite?

Perchè, secondo me, te lo sei dimenticato, ti deve essere sfuggito qualche dettaglio, qualche particolare. Vedi che se ora te la rammento quella storia, magari ti tornano alla memoria anche tante altre “sfumature”.

Ci siamo conosciute perchè ad un certo punto della tua vita da sposata, annoiata, benchè molto giovane, hai intrapreso una relazione con un mio caro amico. Ti ho accolta tra i miei amici e nella mia vita. Ci siamo divertite ed abbiamo riso allo sfinimento e, ancorchè tu andassi in giro a raccontare i cazzi miei ad altri, che prontamente me lo riferivano, ho comunque soprasseduto su certe piccolezze, consapevole della circostanza che dei cazzi miei, quelli veri veri, non eri a conoscenza.

Poi la relazione con il mio amico è finita, amichevolmente. Tanto che tu lo hai presentato a tuo marito, come amico, così come hai fatto con tutti noi del resto. D’altro canto il mio amico s’è trovato un altro “splendido” esemplare femminile con cui poi sposarsi. Ed è infatti  sparito dalla vista di tutte le amicizie in comune risucchiato dalla nuova vagina divoratrice.

Ma perchè, in realtà, è finita la tua relazione con il mio amichetto?

Tattarattà! Rullo di tamburi… Perchè nel frattempo avevi conosciuto l’Essere Mostruoso, eri caduta ai suoi piedi come na pera sfrancica e lui t’aveva presa come giocattolino. Uno in più rispetto alle tante altre. Tutto questo, naturalmente, in segreto. Senza, tuttavia, esimerti dal voler presentare anche lui a tuo marito.

Si da il caso, tuttavia, che l’Essere Mostruoso, come tutti (te compresa) sapevano, se ne morisse dietro alla sottoscritta. Non perchè quest’ultima fosse o sia Stocazzo, bensì per le sue note doti di Rizzacazzi a Tradimento: te la sventolo sotto il naso, gioco, rido, scherzo, ma non te la do. Ove si consideri, poi, che la Rizzacazzi aveva il codazzo di inutilmente innamorati e sbavatori professionisti, va da sé che aggiudicarsela sarebbe stato un bel trofeo per l’Essere Mostruoso.

Tale circostanza ti ha resa, all’insaputa di chiunque ed anche della sottoscritta che continuava cojonamente a considerarti amica, stupidamente ed inebetitamente gelosa. Tanto da arrivare a supporre che tra la medesima e l’Essere Mostruoso ci fosse l’ennesima storia top secret.

La realtà, invece, è che la Rizzacazzi giocava a rizzare il cazzo per il mero (ma altrettanto subdolo, anche se a fin di bene) scopo di sottrarre dalle sudicie mani dell’Essere Mostruoso una meraviglia di giovanissima rondinella, che, tra le femmine laide che si beavano di tanto sudiciume nascosto al nascosto, unica, meritava bellezza e purezza.

Ma tu, mia cara amica, hai ben pensato di giocare sporco con la sottoscritta, sempre per quella tua stupida gelosia da mignottella da due lire (due lire di oggi, che, insomma, valgono davvero una cippa).

In occasione di uno dei miei viaggi al Nord per andare dal mio fidanzello padovano, er filosofo, a cui nulla nascondevo, la tua mente bacata, chissà perchè, ti ha suggerito che in realtà io mi trovassi in altra città nordica nel letto del Mostro.

E tu, genio de geniis, che hai fatto? Hai telefonato al mio fidanzello, in virtù della vostra pseudo-conoscenza tra laureati in filosofia, chiedendogli se DAVVERO io stessi per partire ed andare da lui. E alla sua naturale domanda di chiarimento sei stata così pronta di spirito da dirgli che in realtà io ero in tutt’altra città con altra persona.

Peccato che quella telefonata avvenisse proprio in mia presenza, mentre io e il mio fidanzello ci si guardava negli occhi domandandoci vicendevolmente con lo sguardo quanto tu potessi essere scema.

Dopo brevissima indagine condotta dalla Rizzacazzi e spie al seguito, quest’ultima ha scoperto l’intero ricettacolo dimmerda ed ha provveduto a sputtanarti ovunque e con chiunque potesse farlo. Persino nel Klondike sarebbe andata per sputtanarti. Tranne che con il tuo maritino, perchè ci si teneva moltissimo che ti tenessi il maritino cojone e pluricornuto con cui ti annoi a morte. E così è stato. E sei sparita.

Sei dovuta sparire.

E allora, cara amica mia, spiegamelo un po’, cosa ti spinge oggi, dopo 9 anni, sì, 9 anni, a chiamarmi e cercarmi e volermi rivedere?

No, cara, non c’è bisogno che tu me lo dica. Io già lo so. Lo so benissimo.

Tilla, purtroppo, dopo tutto quello che voi esseri umani le avete fatto, non ha più bisogno di molte spiegazioni ne’ di molte parole. Non più.

Ma io ti sorrido e ti accolgo gentile attraverso il mio telefono, testimone anche lui di così tante schifezze e menzogne, che ogni tanto mi guarda sfiancato e affranto, come a dirmi: “Ti prego, spegnimi. Non ne posso più. Spegnimi. E, dopo, spegniti anche tu”.

<Oddio, quasi non ti riconoscevo! La voce ti è diventata ancora più dolce negli anni! E’ stranissimo!>

Oh sì, ancora più dolce. Molto più dolce, mia cara amica…

 

No, perchè sai io ti leggo e vorrei capire, vorrei capirti… Ma tu che uomo vorresti, com’è l’uomo che vuoi?

ANCORA???

ANCORA COSI’ STAMO MESSI???

MA POI CHE DOMANDA E’??? CHEVVORDI’???

No, sai, vorrei capire la tua progettualità…

NOOOOOOOOO, LA PROGETTUALITA’ NOOOOOOOOO!

E’ una parola che non si deve MAI pronunciare. “Progettualità”, me viè lo sbocco a leggerla. Me ricorda la mia analista freudiana che diceva: “Progettualizzi, progettualizzi…”. Maccheccazzo te progettualizzo?

Progetto 1) Vojo andà a vive in America, posso?

No finchè: a) non schiattano i tuoi; b) non ciai abbastanza soldi;

Progetto 2) Fare i soldi per andare a vivere in America non so come, dopo che so schiattati i miei, posso?

No: te la piji in der culo perchè c’è la crisi e non c’è un cazzo da fa;

Progetto 3) Aspettare che finisca la crisi, che schiattino i miei e poi in qualche modo fare i soldi per andare a vivere in America non so come, posso?

No: perchè per quel tempo sarai troppo vecchia, che già non te cagano mo, figurati dopo.

E allora che me devo progettualizzà? Che? Se non me ne fotte un cazzo del resto, che devo progettualizzà? Lo smalto da mette domani? La lista della spesa? Che lenzuola mettere al divano letto per quando arriverà Eleonora?

Ma torniamo alla domanda di base: la progettualità “sentimentale” (bleaaaaahhhh!).

Chiaro chiaro, tondo tondo, che non ci si possa sbagliare MAI più:

Regola 1) Nessun uomo attaccato alle chiappe, nessun accollo.

Regola 2) Prima si scopa e dopo si parla di qualsiasi altra cosa.

Regola 3) Nell’assurda eventualità in cui proprio dovessi impazzire per qualcuno: ognuno a casa sua!

Regola 4) NO GELOSIA A CAZZO DI CANE!

Regola 5) Chiunque “progettualizzi” nei sentimenti (anche io) è destinato a fallire.

 

Sdraiati. Nudi.

xxx – Mettimi una mano sulla faccia –

Tilla – Perchè’? –

xxx – E’ bello non avere una faccia –

Tilla – Ah si? –

xxx – Sì, ma non sempre. Solo in alcune occasioni –

Tilla – E quali? –

xxx – Quando si sta in mezzo agli altri –

 

 

xxx – Ma tu sei davvero dio… –

 

Sì, a volte sì. Ma solo un po’.

Adesso dormi.

Stronze.

No no, voi non lo sapete, non potete sapere che genere di stronze ci sono qua dentro.

Altro che Tilla… Tilla è un’ingenuotta, tontolona, babbaluga. Sceeeema, sceeeema…

Stronze che si divertono ad ordire trame e organizzare scherzi.

Che ieri ad un certo punto non capivo più un cazzo, non sapevo cosa dovevo fare, non comprendevo cosa stesse accadendo. E, insomma, non è tanto semplice mettermi in difficoltà eh…

Io non voglio fare nomi, ma sono certa che con qualche indizio ci si possa arrivare, perchè mi sento in dovere di avvertire, salvaguardare, proteggere gli “utenti”.

Queste due “utentesse” (non le posso nominare, ma una ricorda il “fiorire”, “seminare”, “gerqualcosare” e l’altra fa venire in mente le banane e i gatti…), sono andate avanti per ore con la presa per i fondelli, che non mi tornava qualcosa e per questo non capivo.

Solo in serata ho compreso che c’era una trama ben più fitta, ordita da giorni, con premeditazione, da una mente criminosa, lucida, così pacata e dolce che mi ha ricordato le mani delicate ed affusolate di Lucrezia Borgia.

Uno scherzo nello scherzo, con due vittime, punite entrambe nel loro prestarsi reciprocamente con complicità alla mente criminale. Un po’ come pensare di fare uno scherzo all’altra e rimanere invece vittima di un altro scherzo. Quindi due stronze e una luciferina pericolosissima…

Non posso assolutamente specificare chi sia il genio del male, che ho ricevuto minacce serissime (“Tieni la bocca chiusa o diffonderò la voce che sei andata a scuola dalle suore, che vai ogni domenica a messa, dirò persino che sei vergine…”) ed io di certe cose ho davvero paura.

Ma, soprattutto, tutto questo accadeva mentre la testa di Tilla era in queste condizioni:

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Con l’arancione al cartoccio e il nero blu spiaccicato a farmi l’attaccatura dei capelli da fumetto.

E intanto la C., l’amica che mi “opera” il capello, parlava parlava parlava del cojone de turno e io facevo fatica a seguire. Soprattutto perchè indossava un vestitino nero scollatissimo e mentre mi accartocciava sul davanti avevo le sue mega-tette che sballonzolavano a meno di 10 cm dalla mia faccia e, per quanto io abbia nei suoi confronti sentimenti esclusivamente amicali, le mega-tette mi rimandavano a certe scene da porno lesbo che levete! Non ne parliamo và che sennò mi devo assentare per un po’.

Quindi avevo metà del cervello in pappa per colpa delle due luciferine e l’altra metà in pappa per colpa delle due mega-tette. Un’ebete al completo.

Ma è stato in quel momento che ho avuto la folgorazione e ho capito.

Ho capito davvero cosa significa essere maschio. Ho capito che non je la ponno fà. E’ impossibile. La condizione, lo stato delle cose, sarà sempre e comunque impari.

E’ uno stato delle cose che potrei raffigurare attraverso una metafora profonda e raffinatissima.

Perchè io non mi sognerei mai di togliere dignità al cazzo, non io, non sono nella posizione di farlo. Sono in altre posizioni, tante tante altre… ma non quella.

C’è però che il cazzo, ad un certo punto, inesorabilmente, s’affloscia.

A noi, invece, non ce se affloscia mai niente. Niente.

In quanto a voi due stronze, sappiate che ve la farò pagare. Quant’è vero che me chiamo Tilla!

 

 

 

Non mi piacciono le persone eccessivamente trattenute.

O, per l’esattezza, le persone che sono solamente trattenute. Sempre contenute.

Mi urtano i nervi. Mi verrebbe voglia di scuoterle e urlare: “Eddai cazzo! Fatti uscire qualcosa, bella o brutta che sia, ma falla uscire!”.

Perchè poi viene il dubbio che, in realtà, non ci sia un cazzo da far uscire.

E mi ricorda un gioco che facevo quando cantavo.

Quando si emette un suono acuto sembra che lo stesso ti stia uscendo dal centro della testa, sopra e verso l’alto. Ma non come qualcosa che si irradi. E’ come un raggio laser precisissimo che ti buca il cranio al centro e si proietta in su.

E’ fichissimo.

E io, che ho sempre la mania di voler condividere tutte le sensazioni ed emozioni, tentavo di far percepire la stessa cosa ai miei amici.

Quindi poggiavo più attaccate possibile le mie labbra a quelle del malcapitato di turno dicendogli di tenere la bocca aperta. Poi lasciavo partire un acuto piano e spingendo di diaframma lo “crescevo” in un fortissimo, finchè il malcapitato si staccava da me di botto. E io ridevo.

La sensazione che tutti m’han riferito era quella di un profondo stordimento. Come qualcosa che “riempia” tutta la testa. Ma non è esattamente quella che intendevo io.

Ecco, io penso che a fare lo stesso gioco con chi si contiene tutto ci sia il rischio che a urlare un “Oooohhh!” lì dentro, ti possa ritornare un’eco.

E’ vero che io sono un po’ esagerata nella valutazione dei “contenimenti”.

Ad esempio non riesco ad ascoltare Mahler. Perchè, pur riconoscendone la bellezza, mi urta i nervi e mi frustra. Lo sento che cresce e penso: “Oh ecco finalmente esce”. E invece no. E’ un continuo coitus interruptus. Ricomincia e pensi: “Daje che mo je la fà”. E te se riammoscia. Eccheccazzo a Mà, e vieni ogni tanto no?

E infatti secondo me Alma la Troia Divina l’ha mollato per questo. Era frustrata poraccia e s’è gettata tra le braccia di Kokoschka, che invece non se tiene gnente gnente. Sta sempre a eiaculare sulle tele. Di continuo, con questi orgasmi poderosi e luuuunghi. Imbarazzanti pure. Che uno glielo dice: “A Kokò, eccheccazzo, un po’ di contegno, no?”. Ma quello di rimando ti fa un altro schizzo su tela.

Eh sì, io vorrei dirlo a chi se contiene se contiene, se trattiene sempre.

Di non essere un coitus interruptus che è davvero frustrante.

Preferisco decisamente che mi si eiaculi in faccia.