L’erba cattiva non muore mai, quella buona invece è nell’angolo sinistro del secondo cassetto. Cartine e filtri portateveli da soli e non mi fottete gli accendini. Il bagno è in fondo a destra, che i maschietti centrino il buco e abbassino la tavoletta. L’asciugamano per gli ospiti è nella cesta sopra la lavatrice. In frigorifero c’è birra, prosecco, coca (cola). Fuori dal frigorifero solo whisky di torba. No non è vero ho anche la grappa fatta in casa da amici friulani ma me la tengo per me eccheccazzo! Se qualcuno fa un caffè lo prendo anche io: forte, nero e senza zucchero, come me.

Ma… Mica sul serio considererete gli esseri umani qualcosa in più rispetto a un mero hobby???

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oddio scusate! Ho sbagliato blog! Pensavo di essere su quello delle divinità!

Dunque, dicevamo…

Ma… Mica sul serio considererete dio qualcosa in più rispetto a un mero hobby???

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La violenza del quotidiano è la più alta forma di espressionismo umano.

Come a volersi proiettare a tutti i costi sulla realtà circostante abbrutendola di un se’ disgustoso. Appropriandosene forzatamente.

Perchè l’essere umano è così. Deve marchiare ogni cosa della propria essenza virale.

La violenza del quotidiano si spinge strisciando oltre ogni gesto.

Che siano ferite e morte o ruberie spavalde o negligenze devastanti o egoismi crudi o paroline sibilanti o omissioni indifferenti, il marchio è sempre lo stesso.

A guardare bene c’è molto poco da lasciare al caso. Davvero davvero poco.

E a quelli che leggono la realtà scorrendone i sottotitoli evidenti non restano molte scelte.

La bontà è all’angolo opposto del buonismo e chi lo nega puzza di marcio.

La misericordia non è il pietismo.

E la giustizia necessita di decisione.

Chi non si sporca le mani si sporca l’anima.

 

Give me the freedom to destroy

Give me a radioactive toy

 

Non ti sembra un po’ presto per…? Perchè hai sempre fretta di…?

Perchè io lo so quanto sia breve la vita. Io lo so quanto sia disperatamente poco il tempo.

Perchè la vita non si ferma solo con la morte. Si ferma anche quando arriva qualcosa che ti impedisce di fare tutte le cose che prima potevi fare. Si ferma quando il dolore fisico è l’unica l’unica l’unica cosa che riesci a sentire. Si ferma quando l’impotenza blocca ogni movimento. E si ferma anche con la morte.

Anche se fingi che non sia finita, per sopravvivere. Ma non vivi, sopravvivi. Aggrappato ad un istinto e tentando di sollevarti, ricadendo di continuo sull’impotenza di. Ricadendo continuamente su tutti gli “avrei potuto…”.

E il profondo disprezzo che nutro per chi ha bisogno di anni per decidere se accendere o spegnere un interruttore per la luce di un corridoio è immenso quanto l’infinito che la mente umana non può pensare.

E a chiunque mi dica “questa è la vita, è una cosa naturale” io auguro che prima dei 30 anni sia vittima di un incidente senza propria colpa e perda l’uso delle gambe per potergli andare incontro con una pacca sulla spalla dicendogli “così è la vita, è una cosa naturale”. Con il profondo godimento di quel disprezzo che vorrei vomitare addosso con tutti gli acidi più corrosivi del pianeta. Un profondo godimento tale che vorrei infilarmi una mano nella fica ora.

Perchè tutti quelli che ti dicono “è naturale” lo fanno sentendosi inconsapevolmente, inconsapevolmente come tutti i coglioni dell’universo, immortali. E poi si stupiscono quando arrivano tumori fulminanti che, anche se non hai mai fumato, mai bevuto e la tua vita è stata irreprensibilmente sana, guarda caso han scelto proprio te e te la prendi in culo fino in fondo domandandoti un perchè che non ha risposta.

Sono tutti immortali con le vite degli altri.

Poi ci sono quelli che ti parlano di progettualità. Nel culo ve la ficco la vostra progettualità fatta di due stronzate da merda di cane.

Che siete capaci solo di fare due passi sotto casa e pensate di aver girato il mondo dell’anima e di essere stati pure sulla luna.

La progettualità fatta di centri commerciali e di un domani da gitarella fuori porta.

La progettualità è una cosa seria. Che non può prescindere mai dalla consapevolezza che può non esserci un domani e, nonostante la consapevolezza, è in grado di costruire cattedrali di vetro. Anche con la gitarella fuori porta.

La progettualità implica il necessario minimo pusillanime coraggio di dire due parole, di prendere una seppur vaga decisione di annullare e di inglobare. Annullare il chi e inglobare l’altrettanto. Non il gelatino della domenica.

Che il gelatino della domenica ha un sapore buonissimo dopo aver preso altre decisioni. E non è il solito pistacchio verde di coloranti che ti fai andar bene pur non di doverci pensare.

Vi vedo muovervi come marionette spinte dalla finta coscienza di essere. Andare su e giù pensando davvero di fare qualcosa. Marionette manovrate dalla paura alla quale non dover pensare attraverso meccanismi di spinta per inerzia. Per inerzia. Andare avanti per inerzia per poi lamentarsi della noia.

Vi spaccherei il culo con la vostra inerzia e ve lo riempirei della vostra noia. La noia quella piagnona, non quella consapevole della ricerca estetica. Che cazzo ti annoi porcoddio? Milioni di movimenti ci sono da fare a volerli davvero. Miliardi.

Muoviti finchè puoi. Porcoddio di nuovo. Muoviti!

Oppure si può rimanere immobili. Ma seriamente immobili. Per scelta, con decisione. Ferma e fermi. Immobili nella propria mente e trovare, ugualmente, miliardi di movimenti da fare. Miliardi. E’ così che sopravvivono quelli che non posso più fare, quelli che non possono più muoversi. E non si annoiano. No. Si spingono avanti nell’immobile.

Porcoddio, coglione.

Valanghe di sberle. Litri di acido.

A chiunque si infili in un vagone della metro zeppo e si lasci trasportare diventando un numero qualsiasi e senza il vero piacere del trasporto. Solo perchè non sa fare altro. Solo perchè non ha mai pensato di fare altro. Solo perchè il dover pensare di fare altro costa fatica. Solo perchè il dover pensare di fare altro fa paura. E allora è meglio incastrarsi tra altri numeri senza numero come carni da macello su un carro bestiame. E allora te la meriti la noia e ti meriti pure l’amara sorpresa del fulmine che ti spezza la vita. Coglione scioccamente immortale.

Non è presto. E’ sempre troppo tardi.

Non ho fretta. Ho consapevolezza.

Non vivo senza un domani. Vivo senza paura di vivere.

Vaffanculo.

Una bella brutta giornata.

Brutta perchè per almeno 5 minuti (anche un’oretta in taluni casi) tutti mi sono stati molto sul cazzo. Chiunque mi abbia rivolto la parola oggi l’ho detestato fortemente.

Un fastidio per le inconsapevoli piccolezze, per la vacuità, per i ragionamenti fallaci, per l’eccesso di parole contrapposto all’esiguità dei concetti, per l’omissione di parole nel momento in cui è necessario e fondamentale dire.

E poi una incontrollabile insofferenza per chi scarseggia in quanto a palle.  Ufff e non m’attaccate le pippe politically correct eh. Che non mi riferisco a chi: sta male, ha quella paura in cui spesso vivo e blablabla.

Scancellati tutti quelli che rientrano nelle “categorie protette”, me so rotta li cojoni di chi tentenna di continuo. Un po’ di qua e un po’ di là. E prendila na posizione! Deciditi! Mica tutti devono andare in giro con una katana come me, però cazzo! Essù, un po’ di carattere, non ci vuole niente. O sì o no.

Ma è stata anche bella la giornata. Perchè tutto il fastidio è stato assorbito dalla Giovanna d’Arco in piena ascesi mistica che ormai mi abita. Con tutta l’armatura e la spada eh.

Sono la novella Hildegard von Bingen, con un filino di Julian of Norwich per temperare l’impeto teutonico.

Quindi, osservando il brulicare delle minchiate umane dall’alto, ho percepito quel senso di sticazzi mistico che mi ha consentito di volgere il guardo verso l’altrove.

E quando è arrivato il temporale ed il cielo s’è fatto giallo e livido, ho compreso che quello era il segnale dello sfrangimento della Minchia Celeste, che era in universale e completa armonia con me.

Mentre ero alla finestra con il solito ipod, fissando un punto nel vuoto e raggiungendo il Nirvana osservando il cielo (che ormai vivo così), ho notato qualcuno in basso, per strada, che si sbracciava vigorosamente. Ed era la mia amica S., che si riparava sotto la tettoia della pizzeria Giggi er Troione e mi faceva segno di rispondere al telefono, che stava squillando da quel dì e io con la musica non avevo sentito na fava.

– A Tì, cazzo stai a fà in finestra a guardà il cielo da du ore? –

– Niente niente, ‘nte preoccupà –

Sì, esseri umani, non smetterò mai di amarvi.

Mi fate schifo tanto, ma vi amo. Anzi, mi fate schifo tanto e, quindi, vi amo.

“Se gli uomini devono distruggere certi esemplari della propria specie per cattiveria o per incomprensione, per indifferenza o per paura, allora a noi, destinati ad essere distrutti, spetta un’incredibile libertà. La libertà di amare gli uomini e di non odiare noi stessi”.

Christa Wolf   (su suggerimento di Davide Tocco di Fregno Tarozzi).

I luoghi che ti salvano

Lì nel luogo in cui vado un paio di giorni alla settimana c’è un gran via vai di gente di ogni tipo.

E’ un posto che amo immensamente e che ha la capacità (rara, rarissima qui a Roma) di farmi stare bene e farmi sentire a mio agio.

Il via vai è composto da un eterogeneo miscuglio di studenti, immigrati e, in misura nettamente inferiore, persone come me.

Stanno lì tutti insieme e per lo più non interagiscono fra loro: gli studenti pensano ai cazzi loro, gli immigrati (per lo più del Nord Africa e Medio Oriente, ma anche qualcuno dell’Est) stanno fra loro a parlare, a bere una birra, a fumare o vi transitato soltanto, mentre quelli come me arrivano, fanno quello che devono fare e se ne vanno altrettanto rapidamente senza cagare nè gli uni nè gli altri.

Io, invece, arrivo sempre prima dell’orario in cui dovrei essere lì per potermi sedere su una panchinetta di pietra sempre lercia e appiccicosa delle bevande che, inevitabilmente, vi vengono rovesciate. Mi metto lì ad ascoltare musica, isolandomi acusticamente, e a fumare. E, spesso, attendo l’uscita della mia amica bibliotecaria, che un paio di volte mi ha fatto entrare nella “stanza segreta” per mostrarmi dei testi di qualche secolo fa, che a toccarli mi tremavano le mani e mi hanno trasformato immantinente in Peter Kien (che, tanto, quella è la fine che farò prima o poi). Ma io questa cosa della bibliotecaria non ve l’ho mai detta eh, che non si può.

Di solito, però, non riesco mai ad ascoltare prolungatamente la musica, perchè, dopo poco che sono lì, arriva sempre qualcuno a chiedermi una sigaretta.  Gli studenti chiedono, prendono e se ne vanno. Gli immigrati, invece, si fermano sempre per due chiacchiere e io ne sono molto felice.

La cosa che più mi piace è che mi fanno un sacco di domande, soprattutto sul perchè io mi trovi lì. Perchè non ho l’età degli studenti, sono italiana, ma me ne sto lì seduta a fumare da sola come fanno loro. Le loro domande, spesso personali, legittimano le mie ed è a quel punto che traggo il massimo del piacere. Perchè in questo modo vengo a conoscenza di tante storie, personali, belle, tristi e così piene, intense d’umanità che, finalmente, mi sento piena di ciò che da sempre vado cercando.

Un paio di settimane fa ho anche incontrato il tizio che sta sempre seduto sotto casa mia a chiedere soldi e che, oramai, conoscendomi, mi saluta ogni volta che passo con il suo: “Ciao amore, come va oggi? Tutto bene?”. A volte mi fermo a chiacchierare con lui, gli porto un cappuccino bollente, come piace a lui, gli offro sigarette.

Quando l’ho incontrato in quel posto, stava con un amico e appena mi ha vista mi ha abbracciata e baciata e ha detto all’amico che io sono una sua”cara amica”. Mi fa ridere perchè è sfrontato da morire con tutti quelli che gli passano accanto. Mi ha detto: “Beh dai, dammi la solita sigaretta amore, però stavolta il caffè te lo offro io e se non lo prendi mi offendo”. Così ho dovuto bere un caffè che non mi andava, ma preso alla macchinetta, che quello del bar interno costa troppo.

Ieri, invece, dopo aver pagato il dazio della solita sigaretta, ho conosciuto un afghano che mi ha chiesto di poter parlare in inglese perchè non capiva bene l’italiano. Mi ha raccontato di tutti i posti in cui è stato e ci siamo scambiati le relative impressioni sui luoghi in cui anche io sono stata. Parlava benissimo in inglese e mi ha detto di parlare perfettamente anche il norvegese e abbiamo riso insieme delle poche parole in suomi che conoscevamo. Gli ho chiesto per quale cazzo di motivo avesse scelto di venire in Italia, visto che è stato in posti migliori di questo. E mi ha risposto: “Non lo so, ma so che ho sbagliato”.

Domani tornerò in quel posto a bere ancora un po’ di quell’umanità che mi dà l’energia per sopravvivere alla tanto serrata, chiusa, perbenista, mediocrità che normalmente mi circonda.