Mi trovo costretta a chiudere la portineria anzitempo.

Perchè non avendo ancora imparato a perdere, per riuscire a farlo devo costringermi in qualche modo. Ho abbastanza inventiva al riguardo.

Un po’ come spingere l’acceleratore al massimo e schiantarsi con la macchina per poter dire: “Finalmente ho perso questa gara contro la mia stessa velocità”.

Ma sarà una perdita autentica? Non so. Non sono convinta.

O forse, più semplicemente, somiglio molto a mia madre. Quando una parte di noi è in cancrena e non c’è proprio più alcuna soluzione, preferiamo una rapida amputazione per toglierci il pensiero. Che a noi non piace stare a cincischiare troppo o star lì a piangerci addosso. Abbiamo la fregola di vivere.

La vita ci ha già tolto troppo.

Mi porto via una fotografia. E tante bellissime parole.

E tutte le belle persone che ho sfiorato qui.

Che io, essendo orgogliosamente cogliona di natura, mi affeziono in un attimo agli odori.

Se arriverò là dove devo andare, quando sarò sotto la Devils Tower, come Toro Seduto e Nuvola Rossa chiederò qualcosa alla roccia. Come ho sempre fatto con tutte le pietre.

Anche per voi.

Talvolta anche gli atei credono in qualcosa, pur rimanendo tali.

Siam fatti di campi magnetici, atomi, fili elettrici strani. Energia e calore.

Chi davvero davvero volesse contattarmi, sa come farlo.

Purchè sia autentico. Sempre.

Ci vediamo quando torno.

Se torno.

Un bacio tilliano.

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Non ti sembra un po’ presto per…? Perchè hai sempre fretta di…?

Perchè io lo so quanto sia breve la vita. Io lo so quanto sia disperatamente poco il tempo.

Perchè la vita non si ferma solo con la morte. Si ferma anche quando arriva qualcosa che ti impedisce di fare tutte le cose che prima potevi fare. Si ferma quando il dolore fisico è l’unica l’unica l’unica cosa che riesci a sentire. Si ferma quando l’impotenza blocca ogni movimento. E si ferma anche con la morte.

Anche se fingi che non sia finita, per sopravvivere. Ma non vivi, sopravvivi. Aggrappato ad un istinto e tentando di sollevarti, ricadendo di continuo sull’impotenza di. Ricadendo continuamente su tutti gli “avrei potuto…”.

E il profondo disprezzo che nutro per chi ha bisogno di anni per decidere se accendere o spegnere un interruttore per la luce di un corridoio è immenso quanto l’infinito che la mente umana non può pensare.

E a chiunque mi dica “questa è la vita, è una cosa naturale” io auguro che prima dei 30 anni sia vittima di un incidente senza propria colpa e perda l’uso delle gambe per potergli andare incontro con una pacca sulla spalla dicendogli “così è la vita, è una cosa naturale”. Con il profondo godimento di quel disprezzo che vorrei vomitare addosso con tutti gli acidi più corrosivi del pianeta. Un profondo godimento tale che vorrei infilarmi una mano nella fica ora.

Perchè tutti quelli che ti dicono “è naturale” lo fanno sentendosi inconsapevolmente, inconsapevolmente come tutti i coglioni dell’universo, immortali. E poi si stupiscono quando arrivano tumori fulminanti che, anche se non hai mai fumato, mai bevuto e la tua vita è stata irreprensibilmente sana, guarda caso han scelto proprio te e te la prendi in culo fino in fondo domandandoti un perchè che non ha risposta.

Sono tutti immortali con le vite degli altri.

Poi ci sono quelli che ti parlano di progettualità. Nel culo ve la ficco la vostra progettualità fatta di due stronzate da merda di cane.

Che siete capaci solo di fare due passi sotto casa e pensate di aver girato il mondo dell’anima e di essere stati pure sulla luna.

La progettualità fatta di centri commerciali e di un domani da gitarella fuori porta.

La progettualità è una cosa seria. Che non può prescindere mai dalla consapevolezza che può non esserci un domani e, nonostante la consapevolezza, è in grado di costruire cattedrali di vetro. Anche con la gitarella fuori porta.

La progettualità implica il necessario minimo pusillanime coraggio di dire due parole, di prendere una seppur vaga decisione di annullare e di inglobare. Annullare il chi e inglobare l’altrettanto. Non il gelatino della domenica.

Che il gelatino della domenica ha un sapore buonissimo dopo aver preso altre decisioni. E non è il solito pistacchio verde di coloranti che ti fai andar bene pur non di doverci pensare.

Vi vedo muovervi come marionette spinte dalla finta coscienza di essere. Andare su e giù pensando davvero di fare qualcosa. Marionette manovrate dalla paura alla quale non dover pensare attraverso meccanismi di spinta per inerzia. Per inerzia. Andare avanti per inerzia per poi lamentarsi della noia.

Vi spaccherei il culo con la vostra inerzia e ve lo riempirei della vostra noia. La noia quella piagnona, non quella consapevole della ricerca estetica. Che cazzo ti annoi porcoddio? Milioni di movimenti ci sono da fare a volerli davvero. Miliardi.

Muoviti finchè puoi. Porcoddio di nuovo. Muoviti!

Oppure si può rimanere immobili. Ma seriamente immobili. Per scelta, con decisione. Ferma e fermi. Immobili nella propria mente e trovare, ugualmente, miliardi di movimenti da fare. Miliardi. E’ così che sopravvivono quelli che non posso più fare, quelli che non possono più muoversi. E non si annoiano. No. Si spingono avanti nell’immobile.

Porcoddio, coglione.

Valanghe di sberle. Litri di acido.

A chiunque si infili in un vagone della metro zeppo e si lasci trasportare diventando un numero qualsiasi e senza il vero piacere del trasporto. Solo perchè non sa fare altro. Solo perchè non ha mai pensato di fare altro. Solo perchè il dover pensare di fare altro costa fatica. Solo perchè il dover pensare di fare altro fa paura. E allora è meglio incastrarsi tra altri numeri senza numero come carni da macello su un carro bestiame. E allora te la meriti la noia e ti meriti pure l’amara sorpresa del fulmine che ti spezza la vita. Coglione scioccamente immortale.

Non è presto. E’ sempre troppo tardi.

Non ho fretta. Ho consapevolezza.

Non vivo senza un domani. Vivo senza paura di vivere.

Vaffanculo.

Sono spinosa stamane. Ho gli aculei. Velenosi.

E non voglio comprensione ne’ chiedo scusa.

Non me ne frega un cazzo.

Potrei proprio urlarlo in faccia all’universo. Non me ne frega un cazzo.

Mi interessano solo i miei aculei. Che siano ben appuntiti.

Ognuno ha le proprie battaglie da combattere e lo so.

Lo so e non me ne frega un cazzo nemmeno di quello.

Per non parlare dei desideri altrui, sui quali piscerei con estrema voluttà.

E chiunque volesse avvicinarsi, che sia per un abbraccio o per uno schiaffo, avrebbe davanti gli occhi un dito medio alzato.

Come una barriera insormontabile.

 

 

A Callanish pioveva leggero ma fitto e continuo quando ho poggiato la schiena sulla pietra centrale più alta e sono rimasta lì, attaccata, con gli occhi chiusi e i palmi delle mani poggiati in basso sulla sua superficie. Sono rimasta lì ed ero completamente zuppa, fradicia d’acqua che mi scendeva sulle palpebre e sulle labbra. I capelli gocciavano pioggia come il cielo. Finchè non m’hanno costretta a venir via. Era giorno e c’erano giusto un paio di persone.

Al Ring of Brodgar siamo arrivati al tramonto. E non c’era nessuno. Ho camminato in cerchio molto lentamente. Toccando ogni pietra e parlando a ciascuna di esse. Nel frattempo il sole è calato e s’è fatta la notte con un’aria gelida. Ho continuato a camminare chiedendo qualcosa alle pietre, mentre un uccello notturno ripeteva incessante il suo richiamo. Nel buio ogni pietra era un gigante di vago chiarore. Arrivata alla pietra dalla quale avevo cominciato il percorso, le ho poggiato la schiena addosso e mi sono accucciata dopo aver calato i jeans e ho pisciato sulla terra donandole la mia acqua. Ho baciato la pietra e sono andata via.

Nella Monument Valley ho camminato a piedi nudi su quella terra rossa e mescolandola poi con un po’ d’acqua mi sono disegnata il viso.

Al Canyon de Chelley ho urlato alla Spider Rock perchè mi vedesse e mi ascoltasse. Poi scalza ho camminato tra lastroni di pietra nerastra tenendo fra le dita un rametto di salvia.

Persino al Joshua Tree e al Saguaro ho camminato a piedi nudi. E anche a Island in the Sky guardando il Green River.

Al White Sands sono salita sulle dune morbide, bianchissime. Scalza sono scesa e risalita di nuovo. E ancora e ancora. Per arrivare più in alto. E il vento arrivava dal basso, caldo e leggero, un soffio che mi faceva alzare il vestito. Soave, lieve, puro, carezzevole. Un’euforia estatica mi impediva di smettere di camminare per continuare a guardare quel mare infinito di bianco soffice. Con gli occhi feriti di luce, dal basso e dall’alto, ho cercato di ingoiare tutto quel bianco. Ho sfilato via il vestito. Eravamo persi tra le dune. Come in un sogno. Ho pensato che non esistesse al mondo un posto più bello. E lo penso ancora.

Ad Arches ho infilato i piedi in una sabbia alta e bollente. Ho cercato zone d’ombra per camminare, a ridosso delle rocce. Ma ho pensato che bruciarsi la pelle fosse in fondo un prezzo non così alto per vivere. Ho attaversato feritoie tra le pietre guardando spicchi di cielo. Ocra e azzurro negli occhi. Sono arrivata ad un arco e l’ho accarezzato. Poi ci ho poggiato una guancia, il viso, con le palpebre chiuse. Mentre file di turistimmerda mi guardavano stupiti sorridendo. Ho cercato di abbracciare un arco di pietra troppo grande per me e l’ho baciato.

Al Dead Horse Point ho fissato un punto nel silenzio per un tempo incalcolabile. Perchè è da lì che si gettano Thelma e Louise e ho pensato che sia un posto meraviglioso per morire.

Dopo aver parlato con gli Hopi non ho mai più scattato alcuna foto alla natura e ai luoghi.

Penso di esser fatta di questo. Solo ed unicamente di questo.

 

 

 

 

La blogosfera e le meteore che la abitano

“Tutto ha un valore, quando a questo diamo un po’ di attenzione”.
E concordo, nuovamente, Signora Germoglia.
Però io non cerco mai il senso di una luce. Il senso non mi interessa. E spesso il valore è nei miei occhi che l’han vista quella luce.
Tanto per essere modesta e soprattutto mai egocentrica eh.
Ma sai che mi sa che ti ribloggo perchè ci va stavolta, sì.

germogliare

Sei sul tuo pianeta, tranquillo tranquillo e lì che lo spazzi, ci passeggi, a testa in su, guardi le stelle e, ops! ecco una meteora sulla tua testa, e poi un’altra a destra, un frammento piccolissimo cade non lontano da te. Del passaggio di qualcuno neanche te ne accorgi, mentre di uno noti la particolare luminosità. Capita quello, raramente, che posandosi a terra si confonde con il paesaggio, ed è come se ne facesse parte da sempre. Da non ricordarti neanche più com’era quel luogo prima che non ci fosse, tanta è la familiarità.

Capita che qualcuno più luminoso (quello su, di prima) ti distragga dai tuoi pensieri e concentri su di sé la tua attenzione, distraendoti dal fare del momento. Capita che, sempre questo qui, nel procedere del suo volo, sia talmente “attraente” da donarti la possibilità di apparire a te come se il tempo rallentasse il suo scorrere; così…

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Lo devo scrivere, lo devo scrivere, che non mi tengo e non mi contengo ed esondo.

E così ritardo ancora un po’ il dover prendere quella valigia da aprire e riempire.

Che io qui dalla portineria vedo tutto sento tutto. E di solito mi faccio i cazzi miei.

Di solito.

Utente sul blog di altro utente: “Ci terrei tantissimo che tu venissi a visitare il mio blog e a partecipare. Ci terrei tantissimo perchè sei TU, proprio TU, che mi piace molto come scrivi”.

E gli parla al femminile, convinto che sia una donna, quando invece è SPICCATAMENTE maschile.

E non ci vuole un genio a capirlo.

Perchè lo spiccatamente maschile non scrive post di 1.500 parole. Spesso sono due o tre righe, evidentemente scritte da un uomo.

E allora, cazzo, utentone alla ricerca di polli, ma prenditela la briga di leggerle due righe per sapere con chi stai parlando, no?

Va bene lavorare sui numeri come hai sempre fatto, ma porca puttana, un filo di attenzione almeno. Ci vuole proprio poco.

Il limite della vergogna, ogni tanto, anche solo di sfuggita, lo percepisci?

Ci sono persone che vivono con i puntini sospensivi infilati tra le dita.

Come fosse una droga di cui non possono fare a meno.

Frasi e frasi che terminano con puntini. Talvolta pure di seguito, una dopo l’altra.

E io ogni volta me sento appesa. Rimango sbilenca.

“Sono contento…”. Sei contento, ma? Però? E quindi? E…?

“Mi mancherai…”. Ti mancherò, se? Perchè? E…?

Si chiamano puntini sospensivi apposta. Per rimanere sospesi. Vanno usati con cautela, con moderazione. Con raziocinio e cognizione di causa. Su cosa siamo sospesi? O anche: che cazzo vordì?

Spesso mi accorgo che sono di default. Tanto per. Altre volte, invece, mi rimane la domanda.

Io che sono marziale sancisco punti a più non posso. Due parole e SBAM! Un bel punto. Che pure le virgole spesso mi spaccano le palle. Tutti questi respiri morbidi, ste aperture a metà, stefrasilunghelunghechenonfinisconomaieteperdiedopounpo’nontenefregapiùuncazzodiquellochestaileggendo mi seccano. Te metto la virgola se proprio devo. Altrimenti tiro dritta tutto d’un fiato, come nella vita. Oppure taglio e punto. Aritaglio e punto.

Non si può vivere sempre co sti puntini sospensivi tra le palle. Non fa misterioso. Non fa ambiguo. Fa vaffanculo.

Anche io sono contenta…

Anche tu mi mancherai…

Anche tu mi piaci…

E QUINDI?

Un paio di giorni da invasata e mi sono persa.

Tra l’ospedale, la banca, i dollari, che cazzo mi porto e ancora non lo so, l’ospedale, pagare cose, scrivere altre cose, l’ospedale, il telefono, la commercialistademmerda, il che palle.

Con l’indecisione emotiva tra il sentire il dolore per il dolore, la gioia per la partenza, il terrore per la partenza e l’innamorarmi.

Ed io che non so mai rinunciare a niente, fossi matta, ho scelto tutto. Facendo male ogni cosa. Ho sofferto male, gioito male, mi sono impaurita male e mi sono innamorata pure peggio. Fantasticatilla!

Più che una partenza sarà una vera fuga. Da tutto.

Che per colpa di sto posto non solo m’è sorto l’incubo uotsap, che mi sento sempre osservata, ma mo pure scaip chediomefulmini! Mai più! Perchè mi lascio convincere così facilmente? Curiosità del cazzo.

E poi c’è il solito casino di gente. Chi va, chi viene. Chi scompare e chi riciccia.

Non che me ne curi ormai molto. Tutta la mia vita è stata così.

A me è sempre bastato rimanere lì immobile, sulla mia poltroncina in platea a guardare gli spettacoli altrui. Attori formidabili. Solo i copioni un po’ triti e ritriti. Dovrei scriverli io i testi, ci sarebbe un po’ più di brio, di stravaganza, di eccentricità. Che l’andare e il tornare non fa stravagante, fa “che palle”.

Non so nemmeno bene che giorno sia oggi. O ieri?

E rimango sul filo di un rasoio di parole che se mi sbilancio troppo mi viene il melenso e l’occhione incantato sul bello. Quindi cerco di darmi un tono e tossicchio facendo la vaga.

Vaghissima.

Mi sa che un po’ di amichetti-ette-etti-ette di sto posto mi mancheranno quando sarò a 9 ore di fuso orario di distanza.

Se mai ci arrivo.

 

 

 

 

 

 

Avviso in bacheca

Il mio migliore amico, ex Conservatorino de pianoforte e composizione, mi ha riferito che si sta organizzando un folto gruppo di ex ed attuali Conservatorini per fare una ronda, cogliere di sorpresa Allevi e faje er culo. Così forse se lo togliemo dalle palle. Lui, la sua musica demmerda e le sue affermazioni da coglione. Chiunque sia interessato contattare Tilla Durieux, che ovviamente sarà quella in prima fila con lo strap on già indosso.

Credo di aver visto uno dei film più brutti della mia vita stasera. Una sceneggiatura raffazzonata e sfilacciata in maniera imbarazzante. Personaggi poco delineati. Un personaggio eccessivamente presente e totalmente privo di utilità per la trama e per la consistenza. Dialoghi non semplicemente tristi e inutili, ma seriamente deleteri. Ed infine una colonna sonora originale probabilmente scritta da uno studente di composizione che non ha terminato il primo anno: qualcuno gli faccia presente che l’uso smodato del pizzicato degli archi sbomballa la minchia alla lunga. E ha vinto ben 4 premi di festival minori. Tu pensa com’erano gli altri in concorso…

L’unico pregio del film è dato dalla pretesa drammaticità dello stesso: talmente ridicola che te taji dalle risate.

Per tirarmi su sarei disposta a guardare un film di de Oliveira. E non dico altro.