Volevo giusto avvertire colui o colei che quotidianamente, da giorni, mi sta cercando su google che il mio cognome è Durieux.

Durex è quello dei preservativi et affini.

L’analogia o assonanza non mi disturba affatto, però, così… giusto per precisare.

(Ma non conviene infilarmi tra i preferiti invece di cercarmi ogni volta? No no, non è per tirare l’acqua al mio mulino. Anzi, stavo giusto sceneggiandomi nella testa un reality qui da me tipo, chessò, l’Isola dei Bloggosi, per vedere chi resiste di più ad ogni post sempre più dissacrante e fastidioso. Che ultimamente me li sento in punta di dita e io mi sento molto più a mio agio quando ai compartecipi non vengono le chiappe strette dinanzi ai miei pensieri).

‘Notte Signor o Signora Durex.

 

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‘Mazza come rosica subito la gente!

Non puoi muovere un passo, dire a o anche b, senza che non si senta tutto uno sfrigolio di tarli nei mobili.

E’ tangibile, visibile, persino l’odore si riesce a sentire. Me ne accorgo il più delle volte osservando gli altri quando si rapportano con gli altri.

Talvolta è talmente senza pudore la corrosione interiore che, invece di articolare discorsi, i rosicanti potrebbero ben esprimersi semplicemente con uno: “Gnègnègnè!”. Con la vocetta stridula e viperetta.

Spesso tendo all’indulgenza. Mi dico: “Vabbè dai, magari non ha una bella vita, magari non starà bene e blablabla”, perchè sto sempre lì in bilico sulla stadera del cazzo a valutare tutto. Ma il più delle volte, ad essere onesti, c’è poco da valutare. Problemi ne han tutti, ma non tutti si lasciano scorrere l’acido fuori dai pori per invidia.

E, soprattutto, resto sorpresa spesso dall’oggetto stesso dell’invidia: certe cazzate abominevoli. Ma si possono invidiare delle cosette? Almeno che si provi invidia per qualcosa di sostanzioso, no?

Per questo il proliferare quasi virale di manifestazioni d’empatia mi desta sospetti. Perchè è un’empatia un po’ strana quella che osservo: appare e scompare con troppa facilità. L’empatia è come la dermatite allergica da contatto, una bella rottura di palle di cui ti vorresti liberare il più delle volte. Soprattutto là dove si manifesta nei confronti del dolore e delle difficoltà altrui.

Invece più spesso mi sembra che alcune persone si vogliano sincerare in maniera anomala delle tue condizioni. “Stai male? Sei depresso? Ma, soprattutto, stai peggio di me? Uhm, sì? Ok, allora sono empatico e ti faccio le carezzine”.

La gioia o il successo, invece, non vengono perdonati.

E l’empatia non funziona così.

Decisamente no.

Non sto più frequentando nessun alcolizzato.

Nessuno di quelli seri e rispettabili, quelli che non possono dormire una notte senza avere gli occhi fluidi, galleggianti e liquidi e la favella strusciata fino all’incomprensibile. Quelli che non sai mai come sarà, come attecchirà, tra rabbia, disperazione o allegria e siamo tutti grandi amici. Salvo poi non ricordare un cazzo il giorno successivo.

Dopo il gruppo artistico di beoni autenticamente con le pezze al culo, senza bella e facoltosa famiglia alle spalle, sono stata 4 anni con uno serio e rispettabile. So quanto sia potenzialmente distruttivo legarsi a persone così, ma io, prima di iniziare il rapporto, avevo preso precauzioni, utilizzando un preservativo lungo 500 Km.

L’assenza di tali frequentazioni temo sia in parte causa di certi malumori.

Potrei dire che mi si impoverisce l’anima. Come suona “s’impoverisce l’anima?”, scommetto che piace a molti. Vorrei scriverlo su un foglio A2 di uno dei miei album per acquerello con un pennarello a punta grossa blu e, prima che si sia asciugato l’inchiostro, pisciarci sopra per osservare le righe liquide farsi blu violacee indaco. Osservare l’andamento delle cose e dei movimenti gravitazionali.

Forse dovrei usare una lastra metallica come nelle Oxidation di Warhol che mi ha ricordato Marco, che sarebbe simpatico linkare, tanto quanto inutile, visto che si ostina a mantenere il suo blog privato. Scelta comprensibile, ma poco seria. Se fosse anche lui serio e rispettabile, avrebbe un blog privato e inaccessibile a chiunque, così come l’ho io. Qual è la differenza tra sconosciuti fuori dal tuo privato e sconosciuti dentro il tuo privato?

Molto più semplicemente ed egoisticamente, invece, ho un pezzo di noia che m’avanza. Se accendo la radio non funziona allo stesso modo. Ci vorrebbe l’emittente Radio Alcol per me, per ascoltare vaneggiamenti su arte, apocalisse, esseri umani, sesso, filosofia, musica, dio, tempo, parole, città e luci. Non la trovo altrove la poesia di un racconto infinito su un camion che trasporta stie di polli, che, a causa di uno sbandamento, cadono liberando i polli che restano vagolanti di notte su una strada statale di provincia. Non la trovo. Non trovo la stessa libertà altrove. Non la trovo.

E’ anche per questo che spesso mi rendo artatamente detestabile. Studiandomi a tavolino una modalità adeguata per allontanare. E no, non sarebbe la stessa cosa trovare altri escamotage più urbani. Perchè se allontanassi di punto in bianco, dopo poco, senza provocare un’incazzatura nei miei confronti, ma utilizzando parole vaghe e cortesi o giustificazioni che avrebbero, oggettivamente, poco senso in quel momento, sarebbe plausibile che mi venisse richiesto il perchè.

Invece io uso la cortesia di assumermi ogni onere rendendomi fastidiosa, così da essere sfanculata con una motivazione che concerne solo la mia persona, con un giudizio che riguardi solo me, e non dover appesantire gli altri di una motivazione che è decisamente soggettiva e sarebbe inutilmente offensiva.

Perchè mi annoi.

No, non lo direi mai. Sono una persona seria e rispettabile io.

La settimana scorsa, a lezione dai mandaLini, la smandorlata d’occhi ha chiesto a ciascuno di formulare una frase in cui venisse espressa una propria aspirazione, un sogno.

Ho già pronta per l’uso la solita aspirazione: andare a vivere in America. Ormai è consunto sto sogno. Sostituisco Cina ad America e siamo tutti felici. Tanto a lei interessa la costruzione grammaticale ed il corretto uso di quel termine.

<Avere tanti soldi> <Saper parlare molto bene il cinese>, frasi da prassi… <Andare a vivere in Cina>. Ennò cazzo, Silvia m’ha fottuto la frase. Vabbè troviamo un’altra aspirazione.

Niente, non mi viene in mente niente di niente. Dai Tilla, che ci vuole?

E’ che io non ho mai avuto i Grandi Sogni, le Grandi Aspirazioni. Cioè per me sono sempre state, tipo <Non avere rotture di cazzo> <Non dover più entrare in un ospedale> e queste non vanno mica bene.

Tocca quasi a me e sto lì a frugarmi milioni di immagini nella testa che faccio scorrere velocemente. Nulla che vada bene. Mi viene in mente <Andare stasera a cena con la Baka>, ma quello è un “desiderio”, non il sogno, secondo loro. Secondo loro. Per me i sogni son questi. Se mi si chiede di immaginare qualcosa che dovrebbe accadere fra un mese io vedo solo il buio.

Non ho mai saputo guardare il futuro. Per me è come se non esistesse.

Ecco, tocca a me. Sto ancora senza un sogno. <Non mi viene in mente niente>.  Avrei potuto dire, che ne so, <andare sulla luna>, ma mica mi veniva. Avrei potuto inventare qualsiasi cosa.

Si gira Clelia, quella del “saper parlare molto bene il cinese”: <Dai, non c’è una cosa che vorresti?>. Mentre ho il cervello in fuga all’estero, sovrappensiero, rispondo <Ho già tutto>. In realtà il mio cervello ha processato la parola cosa, cioè oggetto, e io non sono mai stata interessata agli oggetti. Mi viene in mente solo una semiautomatica, una qualsiasi a scelta. Non va bene. <La distruzione del mondo? L’estinzione degli umani?>, direi di no. Poi non so come si dice “estinzione”.

Comincio a scansionare l’area con lo sguardo, in cerca di un’idea da un’immagine. Ma non è che ci siano tante cose lì: la porta, la cattedra, i banchi…

Mi viene una frase, l’unica cazzarola che m’è venuta, sticazzi la dico e ci togliamo il pensiero!

Scoppiano tutti a ridere. Pensano che sia uno scherzo della solita Tilla burlona. Bene così.

Sì, la mia più grande aspirazione, il sogno della mia vita è:

<Dipingere di rosa le pareti dell’aula>.

Aò, non ci dormo la notte eh…

Parlano sempre tutti tanto.

Costruire una frase con tre parole che misurano qualcosa è sempre indice di una esasperazione, non necessariamente significante un concetto negativo. Nonostante il termine “esasperazione” rimandi ad un’emozione con una connotazione spiacevole.

Sempre, tutti e tanto. Se avessi usato un altro verbo, comunemente inteso come piacevole, sarebbe cambiato tutto?

Amano sempre tutti tanto.

Eppure, scritto così, da me, o anche non da me, ecco la frase assumere già una sfumatura ironica. Perchè l’esasperazione dei tre termini che sovrabbondano in quanto a misure, come un obeso, rende l’insieme comunque caricaturale. Se avessi usato “troppo” invece di tanto, sarebbe stato, invece, più serio e apertamente critico.

Si potrebbe provare con l’opposto. Raramente in pochi parlano poco. Raramente in pochi amano poco. Uhm. Pochi mai parlano poco? Amano in pochi mai poco? Ma, soprattutto, pochi e poco, quanto sono buffi? Sembrano una coppia di scimmiette. Pochi e Poco. Le nuove avventure di Pochi e Poco. Con Molti e Molto non funziona. Tutti e Tutto? Tanti e Tanto? Nemmeno. Lascia stare Tilla. Sì, va bene.

Facciamo un gioco diverso.

Sono stata tanto amata da tanti uomini.

Eccomi con l’Io accentuato ed evidenziato nella frase passiva. Sono passiva eppure prorompente. Con il passivo mi sovrappongo agli autori, attori, agenti. I tanti uomini. Sono stata eppure troneggio come soggetto.

Tanti uomini mi hanno tanto amata.

Qui invece mi zoccoleggio insistendo sulla evidenza della pluralità dei soggetti. Sono un mero oggetto. Sono i tanti uomini a comparire per primi nell’immagine. Assume più facilmente i contorni di una gang bang linguistica. Ed anche linguistica associato a gang bang rimanda ad un’altra immagine ironicamente immediata. Come la nota battutina “sono un’abile linguista”.

Eccomi la domanda giusta prima del sonno dei giusti che non arriverà (per un problema di sonno o di giustizia?).

Sono stata tanto amata da tanti uomini o tanti uomini mi hanno tanto amata?

Bibliografia

1. “Manuale di pippe mentali”, Tilla Durieux, Ed. Sticazzi, 2013, pagg. 154-179;

2. “De’ mentalis sega”, Tilla da Durieux, Ed. Antiquitas Sticatii, 1975, pagg. 35-49;

3. “Compendio breve di pipponi notturni”, Durieux e AA.VV., Ed. SticazziPerTutti!, 2012, pagg. 55-68;

4. “Dormire meglio con la sega mentale rapida”, D.ssa Durieux a cura di, sulla rivista Medicina e Sticazzi, n. 23 anno 2011, Dipartimento di Sticazzologia, Università di Masticazzi.

Mi sento pronta per uno di quei noiosissimi resoconti di quotidianità di cui di solito non frega un cazzo a nessuno, ma che sono così piacevoli nel tepore della propria dimora verde, accomodati sulla propria poltroncina verde, con la lampada verde e le pareti verdi.

Perchè ho un freddo anomalo e vagamente seccante, soprattutto se foriero di qualche lieve malanno stagionale che tendenzialmente contribuisce a sustanziare i malumori e i giramenti di coglioni.

Sono stata aggiornata dal mio migliore amico, V., sulla continuità asfissiante di sms e mail dell’Uomo Morto scomparso da 5 anni e ricicciato giorni fa. Un compendio di cazzate che nemmeno uno che sta per morire di sete nel deserto accetterebbe di bere. Egli brama l’incontro, brama la condivisione, brama, insomma, tornare a vivere. E il povero V. subisce patetismi vomitevoli, anche per mio conto. Perchè gli appellativi da Dea e Magna Mater non mi smuovono di una virgola e la circostanza che si caghi in mano al pensiero di rivolgersi direttamente a me senza prima avere la sicurezza di trovarmi quieta mi diverte non poco, considerata l’ampia e profonda conoscenza che lo stesso ha della mia persona. Ho ribadito il mio suggerimento di ficcarsi un fucile in bocca.

In serata mi sono vista con la S. e la C. per rifarmi il capello e per due chiacchiere, quattro risate e a elevato alla n di alcol. Solo che avevo un freddo innaturale, insano, che ho compensato con un’adeguata dose di paracetamolo, tanto per.

Chimica, chimica, è tutta chimica, mi piace un casino la chimica. ‘Nciò mai capito un cazzo di chimica, ma mi piace.

E’ chimica quella che mi impedisce di dormire ed è chimica quella che mi aiuta a dormire.

E’ chimica quella che ti fa l’up and down ed è chimica quella che ti ferma dal continuo oscillare dell’altalena.

E’ chimica il colore che mi si avvinghia ai capelli cambiandomi le luci.

E’ chimica quella “cosa” che ci impedisce di non toccarci sempre e comunque e ovunque, anche solo con le mani, sotto il tavolo di un ristorante, senza guardarci, mentre parliamo con gli altri. E anche ora, amore mio, ora, mentre tu dormi, e io ti sto toccando. E’ chimica.

 Settembre

ciocca rossa

Novembre

ciocca cobalto

Ho deciso di intraprendere un certo tipo di percorso.

Nelle dinamiche di coppia bisogna avere consapevolezza e non smettere mai di migliorarsi.

Perchè l’arricchirsi reciproco è fondamentale, così come i dialoghi costruttivi e la necessità di crescere insieme.

E ora, chiunque pensi che io abbia scritto dei concetti giusti, sacrosanti e assolutamente corretti e colmi di buonsenso è pregato di allontanarsi definitivamente dal mio blog.

Grazie.

 

 

Una delle più grandi libertà nella vita è quella di non avere alcun prodotto da dover vendere.

Soprattutto quando il prodotto in questione è il proprio sè.

I pensieri, le emozioni, la propria credibilità, i sentimenti, le proprie parole, il proprio intelletto.

Io non devo vendere un cazzo. Ho venduto il mio corpo per piacere. Per il mio piacere. Ho venduto il cervello, la mia competenza e la mia professionalità, senza alcun corrispettivo. La definirei una “donazione coatta”, una contraddizione in termini.

Ora non ho più nulla da vendere. Non devo occuparmi di strategia, di marketing, di convincere, di conquistare.

I 5 minuti di successo di cui abbisognano molti li ho avuti già e sono a posto così. Posso mandare a fare in culo, essere isterica, capricciosa, ridanciana, politicamente scorretta, generosa, folle, affettuosa, gelida, granitica, troia o tirarmela fino alla morte, come e quando cazzo mi pare.

Il rispetto che mi impongo è ridotto all’osso di un’essenza che sfugge a molti e che è solo il riflesso in uno specchio del rispetto che so di dovere alla mia persona.

Chi doveva riconoscermi, annusandomi tra le virgole, l’ha fatto. Chi mi ha riconosciuta corrisponde esattamente a quel poco che nella vita ancora desidero. Vuol dire che va bene così.

Perchè tutto è destinato a mutarsi in spiccioli di cenere in un tempo ben più breve di quello che gli umani sono programmati a pensare per poter sopravvivere, ma io, che ne ho consapevolezza dalla nascita, non intendo mai più barattare la mia libertà di essere con il compromesso di un’accettazione in cambio di un sinallagma privo della consistenza e del peso specifico che oramai pretendo.

Ho una spada di Damocle che mi pende sul capo e che non è il mero pendolo del tristo mietitore o il ticchettio degli orologi biologici di tutti. C’è altro. E allora il mio sticazzi vibra armonico tra queste pareti e mi urge la spinta vitale.

No, non vendo.

Del resto ho sempre preferito comprare.

E le trattative le conduco solo con i cinesi.

 

C’è qualcosa che in buona parte ammiro in chi torna, come nei corsi e ricorsi, fingendo che nulla sia successo oppure adducendo giustificazioni delle quali si può solo prendere atto con l’espressione da platessa.

E’ la faccia da culo.

Credo sia necessaria una faccia da culo che nemmeno io, che, in quanto ad avvocatesca faccia da culo, qualcosa ne so, potrei immaginare.

Ancor di più perchè quella faccia da culo deve essere indossata dinanzi alla mia, che non è propriamente un visino da piccola fiammiferaia ingenua e indifesa. Caratteristica che un numeroso stuolo di cojoni interpreta come assenza di sensibilità o di fragilità: vi toglierei la capacità giuridica per totale incapacità di intendere.

Per questo ho deciso di delegare “il grosso”.

All’appuntamento con la troia che riciccia dopo 9 anni ho inviato V., il mio migliore amico.  E ho fatto bene, perchè la troia era accompagnata da un altro amicone che sta bene dove sta: affanculo.

Ma soprattutto a V. ho delegato l’appuntamento con lui. Lo scomparso che dopo quasi 5 anni torna con il capo cosparso di cenere, dopo avermi tagliato a metà la vita. Sentiamo che ha da dire, poi decido.

Ecco perchè ho dovuto pensare. Lontana da me. Ho pensato. Quello che aveva da dire era talmente vacuo, inconsistente e ricolmo di cazzate che ho deciso che, per quanto mi riguarda, si può infilare un fucile in bocca e premere il grilletto.

Con il “piccolo” me la cavo da sola. Come ad esempio la mia migliore amica dalle scuole medie alla laurea, scomparsa anche lei da allora. Tranne che per gli auguri per i compleanni, natale e capodanno. Rigorosamente via sms. Mai più vista. E non è che abitiamo così lontane eh.

Ciò nonostante, nell’estate del 2012, in un raptus di desolazione, mi ha (sempre via sms) chiesto se poteva accodarsi al mio viaggio per le vacanze estive. Ma hai per caso toccato una presa elettrica e te sei fulminata la capoccia??? Me la sono immaginata come Verdone nel film che chiama tutti i numeri della rubrichetta alla ricerca di uno qualsiasi che parta con lui per l’estate.

Non che non sia abituata ai “riciccianti” dopo anni, è che ogni volta mi domando come cazzo facciano.

Come quelli che manco me ricordo che faccia abbiano e mi scrivono cose tipo: “Io ti amo ancora” o “Mi manchi tanto”.

Ma che ve fumate?

E anche tu, amico mio caro, che oggi mi dici che la mia scrittura s’è fatta più rabbiosa. Toh? Davvero? Vogliamo indovinarlo insieme il perchè? Proviamo a formulare delle ipotesi? Che qualcuno a caso m’abbia ferita?

No, tranquillo: amici. Non come prima.

Come prima per me non esiste nulla. Il prima è sempre già passato.

Vorrei farmi una nuova maglietta con una bella scritta: ci sono miliardi di persone al mondo e nessuna davvero indispensabile. Nemmeno tu.

Io, intanto, continuo a restare accanto al fiume.

Magari invece dei soliti cadaveri prima o poi passa qualche bel pesce.

Sono su una terrazza perfettamente quadrata con il pavimento bianco e la ringhiera sottile nera.

E’ estate, non fa freddo ne’ troppo caldo. Indosso qualcosa di leggero, con le braccia nude. Sento l’aria appena fresca, pulita.

Sulla terrazza c’è un tavolo, poggiato lungo la ringhiera di sinistra. E’ quadrato e bianco.

La terrazza sembra sospesa sul nulla, protendersi dal nulla. Forse il vestito che indosso è bianco. Mi vedo le braccia abbronzate.

Il cielo ha una luce straordinaria, quella appena prima del tramonto in estate. Riflessi dorati, virano appena verso il rosso, su uno sfondo che non è più del tutto azzurro.

Dalla terrazza vedo il cielo così grande, campi verdi, con l’erba alta che si muove con il fruscio del vento. L’orizzonte lontanissimo e ampio.

Sul tavolo c’è una macchina da scrivere, piccola, con gli angoli stondati, rosa. Come se fosse di Hello Kitty.

Sto scrivendo la frase: “Sono nata lungo il fiume”.

Guardo in basso. Sotto la terrazza, ad una distanza di dieci metri circa, c’è un fiume. L’acqua è verdognola, mossa dalle correnti. Non è placido. Lo guardo con amore.

Vedo dei sassi, bianchi, che saltano fuori dall’acqua, rimbalzano sulla superficie per poi ricadere di nuovo in acqua.

Penso: “Perchè quei sassi stanno saltando?”.

Alzo lo sguardo e vedo arrivare dall’orizzonte, ad una velocità innaturale, delle nubi nerissime. Mi spavento ma resto immobile a guardare. E’ come se stessero correndo verso il mio volto.

D’un tratto le sento sul viso, il cielo è nero, cupo, buio. Sono in mezzo alle nubi, c’è un vento fortissimo. Non piove, ma un tuono fragoroso sembra scoppiare accanto a me.

“Sono dentro il tuono”, penso. E sorrido.

Poi mi ricordo del tavolo. Lo guardo e sopra ci sono bicchieri, bottigliette, oggetti. Ho paura che voli tutto via, cerco di raccogliere quanto più possibile e mi accorgo che sulla terrazza si accede da una porta finestra di una cucina.

Porto quello che ho raccolto dentro la cucina, su un tavolo interno. Dentro la cucina c’è mia mamma che sta lavando i piatti. E’ la cucina di mia zia, a Milano.

Riesco per prendere altri oggetti, qualcosa rotola giù dalla terrazza, non riesco a vedere cos’è. Mi guardo le unghie: ho uno smalto rosso.

In quell’istante tutto finisce. Le nubi sono passate e di nuovo il cielo è luminoso. E’ tutto tranquillo.

Dico a mia mamma: “Ho fatto appena in tempo a portare dentro le cose”.

E lei risponde: “Sì, ma quando è così, passa in fretta. Non succede nulla”.

4 ore di sonno. Tu dici che passa in fretta? Voglio vedere quando finisce sto strazio.