Oggi mi spaccheranno il culo al mandaLino, lo so, me lo sento. Mi Cassandro da sola.

E questo non solo perchè oggi non sono over the top del top dell’over del top.

Ma soprattutto perchè non ho lo smalto sulle unghie. Sono rimasta indecisa per due giorni sul colore e mi sono fottuta da sola così.

Lo smalto sulle unghie è come i capelli di Sansone, il tallone di Achille. Non importa vestirsi di stracci, non importa uscire con la faccia da Nosferatu. Sticazzi alla grande.

Ma lo smalto… Cazzo Tilla dai! Lo sai che lo smalto è una delle poche cose serie e importanti nella vita.

E’ lo scudo, la barriera, la mimetica.

Perchè ciò il rivale number 1 che cincischia.

“Avvocato Tilla Durieux, stavo giusto pensando a Lei e agli appunti…”

AAAAAHHHHH! Togli subito quei puntini e soprattutto il Lei! Infimo! Mi si va a toccare nei punti deboli!

Ma guarda Tilla stava solo scherzando, era una mail simpatica.

Nooooo, lo credi tu! Io li conosco questi subdoli Highlander laureati in filosofia.

Tocca sta attenti. Occhi aperti, culo parato, assetto da combattimento.

‘Ndiamo và.

 

 

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Potrei risparmiarmelo, ma perchè? E’ così bello darsi via per poco.

Non è che ciò di cui TU hai bisogno corrisponda necessariamente a qualcosa di cui IO ho bisogno.

Anzi. Semmai. Tutt’altro. Invece.

Se chiedere, a turno, a rotazione, a catena di montaggio, “come stai?” alle persone, ti fa sentire come “uno che”, io lo posso anche capire.

Ci sta che per quei 3 minuti scarsi di una domanda del cazzo tu ti possa sentire come il “buono-umanitario-solidale-fratellanzoso” del caso.

L’importante è domandare, prestare il minimo salariale dovuto di interesse per la risposta e poi tornare a strisciare in altre domande da 3 minuti con risposte minime. Così ognuno assolve al proprio compito e dovere. Incasellati.

L’importante è che TU faccia la domanda. E che la risposta sia più vuota e breve possibile. Senza necessità di grandi impegni.

E guai ad uscire dai contorni eh! Che la risposta in quel caso potrebbe essere: “Forse è meglio se ti fai curare”.  Eh sì cazzo, grazie per il consiglio, farsi curare per essere… approposito, essere come? Già che ci sei, dimmi pure come dovrei essere. Tu che sei così ricco di esperienza e di vissuto, tu che hai sempre tutto così chiaro da non sbagliare mai nelle valutazioni e fai quelle faccette da nasino corrugato per la sconvenienza di un’emotività che non si pone paletti di confine, dimmelo tu qual è il modo giusto di essere.

No no, lascia stare, non importa. Dovesse costarti uno sforzo immenso… te lo risparmio.

Sì, dai, attendo il mio turno di “come stai?”.

Però la prossima volta ti rispondo con la supercazzola.

Tanto, più o meno, fa lo stesso.

E’ un po’ come giocare a scala quaranta.

Sei capace? Mio padre era un pokerista di quelli spinti, da tutta la notte quasi tutte le notti, fino al matrimonio. Mi ha insegnato tanti giochi. Soprattutto il poker. Dicendomi però di non giocare mai. Come sempre, ho fatto l’opposto.

Però è più come scala quaranta.

Peschi una carta e guardi se ti piace. Se si abbina bene alle altre, se c’è armonia, se il colore o il seme sono giusti. La tieni un attimo tra le dita, ci pensi, la valuti. Se poi non ti piace la scarti.

Poi ne peschi un’altra e così via.

Puoi anche sceglierti una carta scartata da qualcun’altro. Perchè pensi che invece sia una buona carta, una carta bella e intanto pensi al culo che hai avuto perchè quello prima di te non l’ha voluta.

Oppure puoi essere in dubbio, rimanere un po’ in attesa, guardare tra le altre carte e sceglierti in mano quella che da un pezzo non ti convince e sostituirla. Ma non puoi sapere prima se la scelta sia stata quella giusta. Devi provare.

Poi quando le carte stanno bene tutte insieme le cali, le mostri. Sono le tue carte, le hai scelte bene e con soddisfazione per quel piacevole ordine che hai messo insieme, puoi dire: “Chiudo”.

Se fosse come il poker sarebbe brutto. Nel poker puoi vincere bluffando. E senza dover mostrare le tue carte. Il poker va bene solo in certi casi.

Ecco, le persone sono così.

<Avere tante persone è una buona cosa: se ne perdi una hai le altre>

Sì, può essere una chiave di lettura, è vero.

Però io la vedo e la vivo diversamente.

Avere tante persone è una responsabilità. E’ anche una fatica spesso.

Perchè non puoi pescare e scartare a caso. Altrimenti resti con tutte le tue carte in mano e non ci fai un beneamato cazzo.

Devi tenerti le carte tra le mani con la sensazione del bene prezioso, anche se magari le scarterai.

Un po’ come quando mi dici: <Ma chi te lo fa fare? Perchè invece non te ne freghi? Sei troppo buona>.

Ecco, non sono affatto troppo buona. Sto solo valutando le carte, le sto soppesando e intanto le amo. Finchè sono nelle mie mani io le amo. Perchè so che è grazie a loro, grazie alla nostra armonica unione, che io potrò vincere.

E ti assicuro che è una grande soddisfazione mostrare le proprie carte, poggiate con ordine sul tavolo, e poter dire: “Chiudo”.

La stessa soddisfazione che ho nel chiudere questa giornata. Con tutte le mie belle carte sul tavolo.

Ed eccola qui.

Buonanotte a voi, cari signori. Che suona come un commiato, perchè non è stata prevista l’opzione per quelli fatti al contrario. Quelli che dovrebbero conformarsi a. Pena l’esclusione dal circolo dei retti (in senso anatomico e non) o l’esaltazione massificata, talvolta anche senza giustificato motivo.

I contrarii contrariati dall’ostinata e futile determinazione umana di voler a tutti i costi infilare in categorie dritte come soldatini ogni versante della realtà o raddrizzare con un disonesto busto ortopedico ogni stortura o deviazione. C’è anche chi nasce gobbo nell’anima senza creare nocumento. Devo ricordarlo che l’asse terrestre è inclinato, che giriamo su noi stessi e persino intorno ad altro?

E invece a quelli fatti al contrario spetta il dovere d’imparare, più rapidamente possibile, come star dritti dinanzi agli occhi di chi guarda per non essere segnalati agli organi di pubblica sicurezza del retto. Oppure devono industriarsi per trovare la chiave giusta che apra velocemente la porta dei successi e trovarsi giustificati nei loro dialoghi al contrario o nelle inversioni delle paure o dei piaceri e dei dolori e di tutti gli eccetera del caso. Morendo possibilmente a 27 anni, che a durare a lungo poi si viene a noia o si destano sospetti.

Quelli fatti al contrario vagano ramenghi nella speranza di un occhietto un po’ storto, un sorriso di lato, una testa inclinata. E’ che spesso alla stortura evidente non corrisponde una adeguata consapevolezza dell’inversione interiore. E’ frustrante, sì. Ma anche piacevole. Perchè tutto è anche il contrario.

E allora bisogna intervenire. Ma al contrario.  Perchè la verità possa staccarsi da quel senso falsamente dritto e riposizionarsi secondo il suo asse naturale. Fino a sentirsi dire: “Sembra di essere all’inferno” con le labbra che sorridono.

Perchè l’amore, che sia in un senso o nell’altro, dritto o al rovescio, obliquo, inclinato, storto, a testa in giù o allineato ai pianeti, libera.

L’amore libera sempre.

“That’s what real love amounts to – letting a person be what he really is. Most people love you for who you pretend to be”.

“To keep their love, you keep pretending – performing. You get to love your pretence. It’s true, we’re locked in an image, an act – and the sad thing is, people get so used to their image, they grow attached to their masks. They love their chains. They forget all about who they really are. And if you try to remind them, they hate you for it, they feel like you’re trying to steal their most precious possession.”

Jim Morrison

Le linee di una vita si intersecano tra loro, spesso, anche più di quanto si sia consapevoli, in un punto d’incrocio che, quasi come certi misteri svelati, indica una nuova visione, una rilettura del sé o anche solo un frammento di ricordo che era andato smarrito.

Tendo a dimenticare. Con grande facilità. E’ un meccanismo che la mia mente ha imparato coscienziosamente per ripararsi da un intenso vissuto che, nella mescolanza di brutto e bello, rischierebbe, altrimenti, di far andare in corto circuito il mio impianto elettrico per il quale pago bollette salatissime.

Di più. Seleziono inconsciamente. Il bello resta, talvolta sfumato e lontano. Il brutto finisce nello scolo fognario e rimane solo come traccia di un’esperienza. Come regola, principio o elemento noto. Se un odore già l’ho sentito, poi lo riconosco.

Poi succede che le persone ti leggano a strati, come un millefoglie, spesso fermandosi alla superficie. E va bene anche così. Non rendendosi conto delle intersezioni e di tutte quelle linee che talvolta si estendono al di fuori dei contorni per arrivare ad oltrepassare i confini altrui. Meglio così, credo.

Di rado mi racconto personalmente. Mi annoio. Conosco già tutte le mie storie. Però può capitare che un dettaglio mi riporti alla mente qualcosa, che può avere una funzione esemplificativa e allora racconto. Sovente chi davvero ascolta, nel tempo, mi dice: “Ma quante cose hai fatto tu???”. Allora mi accorgo di aver raccontato troppo. Perchè non desidero avere testimoni globali. Preferisco frammentarmi la conoscenza ed evitarmi il senso di una linea temporale.

Così un paio di giorni fa, mentre sul divano verde raccontavo qualcosa che già non ricordo più, una linea si è intersecata con un’altra in un punto che mi ha ricordato una canzone.

E quella canzone mi ha, a sua volta, ricordato tutto un periodo della mia vita che ora mi sembra lontanissimo. Tanto che faccio una confusione tremenda con i tempi e gli eventi. Perchè, ormai ho capito, un mese della mia vita vale almeno tanto quanto un anno per molte persone. Quasi come per i cani.

Quella canzone non la ascoltavo da anni e anni. Più di dieci sicuramente. Perchè il mio cervello, al fine di dimenticare qualcosa, s’era annotato: “Non ascoltare quella canzone”. E il meccanismo ha funzionato talmente bene che io non ho idea di cosa non dovessi ricordarmi. Il caso concreto mi è del tutto ignoto, ma la sensazione nel riascoltarla è stata pungente.

E di nuovo una linea si è intersecata con un’altra linea in un nuovo punto. La sensazione di allora è diventata sensazione di oggi per altri motivi. Per un nuovo caso concreto. Sì, forse sarebbe meglio io non la ascoltassi proprio più sta canzone. Meglio mescolare le carte in tavola, giocare a “carta vince carta perde” e ingannare l’occhio sui casi concreti e sulle sensazioni.

Così restano a portata di sguardo solo gli strati superiori e le conclusioni sempliciotte.

La canzone è questa:

E nel periodo in cui ancora la ascoltavo con gioia ero così:

io

Che meraviglia la notte.

Anche quando con artifici e raggiri riesco a convincerti che sei stanco da morire, che è decisamente meglio se dormi, perchè io ho da sbrigare dei lavori che riesco a svolgere solo di notte ed è inutile che mi aspetti sveglio, che i miei orari sono quelli che sono.

E poi rientro in camera più volte con il mero fine di impedirti di dormire, perchè faccio della molestia un’arte.

In fondo mi stai già imparando. Sai che ad un certo punto devo isolarmi acusticamente, che ho bisogno di attimi di solitudine e di silenzi. Che ogni notte sono come un generale che deve prepararsi per la battaglia del giorno successivo.

E’ bello quando qualcuno ti impara.

Come Eleonora, che dal diverso suono dei miei passi per la casa comprende il mio stato d’animo. Ecco, già mi manca Eleonora…

O Ares o V. che in alcuni momenti mi intuiscono dallo sguardo. “Fumati una sigaretta eh”.

Quando qualcuno ti impara significa che esiste una volontà, un desiderio di imparare. In realtà non accade così frequentemente. Ci vuole attenzione per l’altro e questo tipo di attenzione scarseggia tristemente. Talvolta anche in te. No. Spesso anche in te. Ma apprezzo l’impegno.

Però non posso fare a meno di stupirmi ogni volta che da un’impercettibile variazione del tono della mia voce, impercettibile a me stessa, riesci a percepire una corrispondente variazione nel mio sentire.

Che, insomma, a modulare la voce son piuttosto bravina, perfettamente in grado di simulare qualsiasi cosa volendolo. Questione d’abitudine. Eppure, ciò nonostante, tu lo senti. E lo sentivi persino prima di conoscermi, attraverso un telefono. E’ per questo che.

So che questo post ti darà fastidio più di tutti quelli in cui ti prendo in giro o dei vari velati riferimenti che spargo un po’ ovunque e che ti fanno ridere. Perchè tu ridi. E anche quando sei con me ridi, nonostante la tua paura di essere felice.

E’ che, in realtà, siamo molto più simili di quanto io non ti abbia fatto credere. Siamo fatti entrambi al contrario. Ed entrambi rompiamo le palle pesantemente. Solo le modalità sono diverse e quella differenza di modalità fa sì che io spesso non sia in grado di tollerarti oppure senta la necessità di ferirti. Ma quest’ultimo aspetto, in verità, è abbastanza reciproco.

Io so già che quando ripartirai diventerai eccessivamente fastidioso e penserò che nemmeno morta ti consentirò di tornare. Io, dal canto mio, sarò decisamente più intollerante, cruda e pungente. Un’ecatombe insomma. Ma ha davvero importanza? Lo sai, l’unica cosa che conta per me è l’intenzione.

<Tu sei troppo maieutica con tutti>

Ma chi altro avrebbe mai potuto dirmelo?

Guarda anche solo per questo…

No, sto mentendo. E’ anche per il resto, per quel resto che.

Anzi, quasi quasi adesso vengo a svegliarti di nuovo…

Ecco io sono qui, sto scrivendo, come evidente.

Non sono mia sorella Soretilla, sono proprio Tilla.

Mentre sono qui a scrivere, vi giuro sulle mie tette che c’è una persona seduta alle mie spalle, sul divano verde, che parla parla parla parla. Da solo.

Ma discorsi lunghi eh. Ricchi di considerazioni e argomentazioni. Da una tematica all’altra.

Ogni tanto termina la frase con un “No?” e allora io vado in automatico: appena sento il tono interrogativo rispondo: “Eh si”. Qualsiasi cosa stia dicendo.

Se la domanda è più articolata rispondo: “Boh”, così me la cavo comunque.

Di tanto in tanto poi bofonchia: “E vabbè…”, fa una pausa e poi riattacca il pippone. Tipo mi nonno insomma.

Guarda che post lungo che posso scrivere mentre intanto parla parla parla…

Ma uno normale mai? Mai mai mai? Tutti io?

Perchè???